Gotico rurale Book Cover Gotico rurale
Eraldo Baldini
Horror, fantasy
Frassinelli
2000
Rilegato
191

  Sono poche settimane che è uscito il nuovo libro di Eraldo Baldini, Stirpe selvaggia, e io mi accingo a parlarvi di una delle sue raccolte più vecchie. Il tempismo non è il mio forte: "disonore, disonore su di me, e sulla mia mucca". (La famiglia, lasciamola stare). Delle più vecchie ma anche delle sue più note, visto che da allora Baldini lo si addita come il maestro del 'gotico rurale'. Una definizione che è un colpo di magia, efficacissima, molto più del volume che ne prende il titolo. Dodici racconti compreso quel Re di carnevale che, vincitore del Mystfest nel 1991, ha lanciato lo scrittore nell'empireo delle penne di grido. Dodici racconti dei quali solo una manciata si distinguono per essere compiuti e fare appieno il loro dovere: rizzarti i peli sulla schiena, o in qualche modo sorprendenti.

 

Noir, horror e fantasy, ma anche meglio il gotico, sono materia di stampo e natura anglosassone. Eraldo Bandini, letterato ravennate, ne importa i semi e li pianta tra monti e valli, campagne e boschi della Romagna, della quale si dimostra, in fatto di tradizione contadina e montanara, profondo conoscitore.

Una sorta di operazione simile a quella fatta da Pupi Avati nel 1976, al cinema, con La casa dalle finestre che ridono che – guarda caso – doveva inizialmente essere ambientato proprio negli Stati Uniti, ma la cui narrazione, invece, condotta all’ombra, malsana, della provincia italiana, ha finito per fare assurgere la pellicola allo stato di culto.

Nonostante i rari esempi come quello del regista bolognese, ma dopo decine di anni, anzi dopo secoli, di paure nutrite banchettando ai tavoli letterari di Poe, Lovecraft, Stevenson, o cinematografici: La scala a chioccola – prima libro, Some Must Watch, poi indimenticabile film di Robert Siodmak (1945) – è difficile che Mario, Gianni, Argia, Antonio, Bruno riescano a  mettere i brividi o ti facciano alzare lo sguardo dalla pagine, se mentre leggi sei solo in casa e senti strani scricchiolii provenire dalla soffitta. Difficile ma non impossibile. Perché i mostri esistono a tutte le latitudini, hanno le stesse sembianze e sono fatti di materia identica in ogni angolo del mondo.  Perché in fin dei conti il comune denominatore di Olindo e Rosa e del mostro di Milwaukee è lo stesso: la (dis)umanità. E l’appartenere alla stessa identica – nostra – specie.

Sono lustri oramai che horror e fantasy, giallo e noir, sono stati sdoganati – su larga scala, quasi da fenomenologia – e coniugati in salsa tricolore. Non è questo quello che fa da discriminante. Il vero, unico, spartiacque è la qualità della scrittura, dei romanzi. Nel caso di Gotico rurale dei racconti, che sono efficaci solo in parte. L’antologia è stata ristampata più recentemente da Einaudi (2012) con l’aggiunta di altre pagine, ma la versione della quale scrivo, l’edizione Frassinelli dell’anno 2000, è costituita da dodici episodi, dei quali solo tre/quattro reggono bene il gioco: Foto ricordo, l’unico che mette davvero i brividi, scritto con perizia da giallista consumato ma con andatura horror; Chi vive nell’olmo grande, la cui forza paradossalmente risiede nella soluzione che nulla ha da spartire col sovrannaturale; L’insuccesso scolastico e le sue conseguenze, che colpisce soprattutto per la crudeltà realistica dei ragazzini che ne sono protagonisti; e a Lume di candela, dove superstizione e vita montanara si fondono in modo – non dico credibile, parola che trattando questi argomenti parrebbe fuori luogo ma – funzionale.

Gli altri sono spunti, sviluppati parzialmente o portati a compimento con troppa fretta (Nella nebbia, Urla nel grano), idee abbozzate (Il grande secco, Il gorgo nero), trame che si incagliano su secche e non riescono ad aprire a un mare largo (La collina dei bambini), sketch che sono poco più di un gioco di parole e ruoli per quanto ‘divertenti‘ (In fila per due) o dalla trama fin troppo sfruttata e risaputa (proprio il premiato Re di Carnevale, ma anche Di pietra e di ghiaccio).

D’altro canto Baldini si rivela bravissimo nella descrizione del territorio che conosce a menadito, nelle diverse sfumature con le quali queste terre arcane, e misteriche, si affacciano alle stagioni che si susseguono, dal caldo infernale  – è il caso di dirlo – dell’estate da altri tempi – e quasi luoghi – alle stagioni fredde, quelle della nebbia, piogge, nevi, che instillano, grazie alla sapiente esposizione dello scrittore, più turbamenti di certi mostri che giungono da altri mondi.

 

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