1917 Book Cover 1917
Guerra, drammatico, azione
Sam Mendes
Sam Mendes, Krysty Wilson-Cairns
George MacKay, Dean-Charles Chapman, Mark Strong, Andrew Scott, Richard Madden, Claire Duburcq, Colin Firth, Benedict Cumberbatch, Daniel Mays, Adrian Scarborough, Jamie Parker, Michael Jibson, Richard McCabe
Thomas Newman
23 1 2020
Stati Uniti d'America, Regno Unito
119’
Lunedì 3, Astra; mercoledì 5 2 2020, Raffaello

Non  vi starò a raccontare del lungo-quasi-tutto-il-film piano sequenza (ve l’hanno già detto fino al rimbambimento), non vi dirò – baggianata colossale – che 1917 è Salvate il soldato Ryan versione Prima Guerra Mondiale, e nemmeno che è un film antimilitarista, perché così non è.

Colin Firth

Vi posso dire che il nuovo film di Sam Mendes in corsa per 10 statuette dorate – la maggior parte delle quali di carattere tecnico – è un bel film. Benché non sia quel capolavoro che tutti, nella solita modalità carrozzone, vanno strombazzano ai quattro venti.

È un ottimo lavoro, certo, a tratti eccellente, nella misura in cui lo è stato l’attesissimo Dunkirk di Christofer Nolan della scorsa stagione: film entrambi tecnicamente impeccabili – e ci mancherebbe! -, firmati in modo autoriale, ma a – ripetuti – tratti frigidi. Che non coinvolgono fino in fondo. La loro forza, la sua forza – il famoso piano sequenza, restiamo focalizzati sul film di Mendes – come tanto spesso retoricamente si dice, luogo comune che questa volta mi pare quanto mai azzeccato, rappresenta la sua debolezza.

Dean-Charles Chapman

Il piano sequenza c’è, lo si vede, lo si segue, tutti sono lì a dire “ohh”, e allora nelle trincee, nel fango, tra i cadaveri in putrefazione, e all’interno delle – in fin dei conti limitate scene di guerra – lo spettatore non scivola mai veramente: al contrario, invece, è ben conscio di guardare dalla sua comoda poltrona. Sta godendo di un bel prodotto ma è distratto: dalla sua parte di qua dallo schermo vede un lungo binario sul quale scorrono le cineprese cavalcate e sospinte dal regista o dagli operatori – laddove il piano sequenza, ebbasta dai con sta storia!, non è ricostruito con metodi da computer grafica.

George MacKay, Dean-Charles Chapman

La devianza stilistica di 1917, e il suo personale modo mettere fuori la testa, risiede invece in un approccio stilistico quasi metafisico. In tal senso il lavoro del regista inglese ha più affinità con Apocalypse Now (Coppola) o La sottile linea rossa (Malick), dunque guerre di altri periodi storici,  che con Orizzonti di gloria (del conterraneo Kubrick) et similia – questo non è un film anti-militarista, ma più una rappresentazione, un percorso simbolico alla ricerca delle radici di concetti come dovere, fratellanza, solidarietà, coraggio, destino… che vanno oltre il contesto locale e temporale.

L’inferno

Il viaggio dei due anti-eroi Schofield e Blake ha i contorni della coppia Virgilio-Dante, nell’attraversamento di un purgatorio fatto di trincee abbandonate, terra bruciata e priva di vita (se non per i topi e gli insetti), brandelli sparsi di cadaveri che paiono simulacri più che vere e miserevoli spoglie. E poi l’inferno del paese francese Écoust attraversato nottetempo – le fiamme che arrivano al cielo – i tedeschi presenze fantasmatiche, anime dannate – come in Dunkirk –, l’arrivo inatteso tra quanto resta del battaglione 2° Devon raccolto nel Bosco di Croisilles nell’ascolto di un soldato che canta con voce bianca – angelica: il paradiso – il traditional The Wayfaring Stranger nell’imminenza dell’attacco (la seconda ondata) suicida che le due staffette avevano il compito di fermare.

In fuga dai dannati tedeschi

Blake, del resto, rimanda a quel William Blake, poeta e pittore, tra i più grandi uomini di sempre del Regno Unito. E proprio al famoso artista, nel 1824 venne commissionato il lavoro di illustrazione dell’Inferno della Divina Commedia di Dante. E per chiudere il cerchio, il giorno stesso della sua morte, Blake lavorò con accanimento proprio sulla Commedia. Sull’Inferno. Esattamente come il giovane omonimo che in 1917 viene ingoiato dall’inferno della Grande Guerra.
A proposito, il nome di battesimo di Schofield è William

Ma probabilmente è in questo scalino che inciampa 1917. In film di genere come quello di guerra, l’elemento che fa la differenza, che scardina le difese dello spettatore non è l’ultra che risiede a un livello emozionale troppo alto, ma più semplicemente il fattore, terra-terra se vogliamo, umano. Le budella hanno più peso dell’anima. Sono calde e sanguinano, gli schizzi arrivano in faccia a chi sta in sala. Possono compiere il miracolo di imbrattare lo schermo del cellulare dei più annoiati, riportandoli alla realtà (del film).

Ho detto di un film tecnicamente ineccepibile, benché certi grossolani errori – metafisica o meno – stridono senza appello. Per esempio la improbabilissima scena nella quale Schofield e Blake si aggirano in lungo e in largo nella trincea tedesca che invece di essere stata abbandonata da truppe in fuga – vera o tranello che sia –, dunque lasciando comprensibilmente ciarpame di qualunque natura in ogni dove, risulta linda e nettata come il reclutamento dei crucchi fosse stato esclusivamente eseguito pescando dalle migliori agenzie di pulizia e di trasloco a disposizione del Führer.

George MacKay, Benedict Cumberbatch

E che dire di Schofield  che si ferma sostando dietro la porta di un ambiente nel quale si nasconde un cecchino che ha cercato di impallinarlo? Centinaia di film di guerra ci hanno insegnato che in questi casi un uscio si apre con un calcione, stando rigorosamente di lato protetti da una parete, poi si getta dentro una bomba a mano – della quale Schofield e Blake erano stati omaggiati prima di mettersi in cammino: “per voi c’è anche un regalino” – e solo dopo la completa devastazione si chiede permesso e si entra. Invece no, Schofield entra come si trattasse di un invito a cena della fidanzata e per la seconda volta, miracolosamente, gli va bene: viene solo ferito.  

George MacKay

Ma voglio andare oltre, non citare altre topiche che pur ci sono, e ricordare gli elementi positivi, guardare alla trincea mezza piena: citare al minimo George MacKay che interpreta Schofield ma sorprendentemente non fa parte della cinquina dei candidati alla migliore interpretazione, cosa che avrebbe meritato. Le emozioni a singhiozzo che investono lo spettatore giungono in maggior parte per merito suo.

Mendes, che ha scritto il film sul filo dei ricordi del nonno al quale il film è dedicato, ha realizzato l’ennesima buona prova di una carriera che avanza, nel numero degli impegni, lentamente ma senza passi falsi. Come detto, non siamo al cospetto di un capolavoro, ma di un ottimo film. Vedremo questo fine settimana come la pensa l’Academy.


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