Tutti lì a celebrare il 1968, per gli intimi “il ’68”, già dall’inizio del mese. Tutti ad applaudire fino a fare diventare rosse le palme. A darsi pacche sulle spalle. Le lacrimucce, gli occhi rossi, si sprecano.

Celebrare? Che c’è da celebrare del ’68?: è stata la più grossa delusione della storia sociale moderna. Doveva essere l’inizio della rivoluzione culturale che avrebbe trascinato il mondo in un vortice di cambiamenti e scardinato il vecchio assetto prosperato su ingiustizie, disparità, grettezza civica e intellettuale. Niente sarebbe più dovuto restare come prima, dopo il ’68. Invece nel giro di pochi mesi, puff. Tutto come niente fosse stato, e mano a mano che il tempo passava, anche peggio.

Io nel ’68 ero troppo giovane per partecipare, capire, illudermi. Ho conosciuto gente che aveva l’età giusta ma ha sempre condotto l’esistenza del piccolo borghese, prima durante e dopo. Gli altri, quelli della mia generazione che ho conosciuto bene, perché frequentato, i più ‘impegnati’, non hanno fatto altro che salire sul carro mentre rallentava e diventava tutt’altro, un mezzo comodo e sicuro che nel forno bruciava sogni ma produceva benefici. Coloro che, come canta Antonello Venditti in Compagno di scuola, erano:

compagno per niente / ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?

Che in realtà non hanno dovuto subire neppure l’onta della banca perché il partito offriva ruoli migliori. Per i quali non c’era neppure l’obbligo di rispettare l’etichetta, la necessità di mettere la cravatta. Mantenendo la patina del “compagno cittadino” dalla parte del pueblo.

La banda che celebra il ’68 dovrebbe essere una fanfara a morto. Il ricordo solo rattristare perché si è persa la più grande delle occasioni. Evento senza replica perché non si sarebbero mai ripresentate le ‘favorevoli’ congiunture. E mai più si replicheranno. Non certo di questi tempi nei quali il controllo delle menti è ben più ferreo di quanto magistralmente anticipato da Aldous Huxley in Ritorno al mondo nuovo già nel 1958. Non certo in un futuro dove le cose, dal punto di vista dell’obnubilamento delle coscienze, non possono che peggiorare.

Viva il ’68? Il ’68 è morto. E non ha lasciato eredi.

 

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