Qualche tempo fa ho scritto un frettoloso pezzo sul 1968 che giustamente quasi nessuno ha letto. Del resto del fatidico anno parlano tutti, e io sono tra le voci meno autorevoli al riguardo.
In realtà il mio brano era una mezza provocazione, e un pieno canto a lutto perché sono profondamente addolorato per come sono andate le cose: il 1968 ha lasciato dietro di sé – anzi davanti – solo parabole e bei ricordi, in abbondanza, ma nessuna eredità. Un indice di chiaro fallimento.

Bob Kennedy

La celebrazione forzosa e accanita, per il 1968 ma per tanti altri eventi, fiacca la mia resistenza perché nella gran parte ha lo scopo, camuffato, di incanalare ogni cosa sul cammino accidentato della mercificazione. Faccio un esempio lampante. La narrazione della morte dell’onorevole Aldo Moro, ridotta agli attuali termini, più che ravvivare intorpidite coscienze o indurre alla riflessione è diventata sopra ogni altra cosa un moltiplicatore di denari. Nel corso degli anni e sempre di più: sotto forma di libri, memorandum, documentari, trasmissioni TV e radio, giornali, DVD allegati ai giornali, film, dibattiti in studio e fuori. Quanta gente ci mangia sopra? Sul delitto Moro è nata una piccola industria. Un volano che si autoalimenta e continuerà a girare sempre più vorticosamente, finché produrrà tali remunerativi effetti: fate mente locale, pensate a quanto è cresciuto negli anni l’interesse attorno al caso, quanto ci si lavori ogni volta di più con certosino affanno. Riscaldando la stessa minestra. Ma non fraintendetemi: non punto il dito contro il santo, bensì con chi stampa i santini e invece di distribuirli li vende.

Bob Kennedy

Ma facciamo un passo indietro. Ritorniamo al ’68. Tra le cose messe in relazione al racconto ammantato di leggenda di quell’anno, spesso in modo marginale, comunque in modo decisamente meno assillante del caso Moro benché si tratti di una picconata determinante nell’incrinare, se non abbattere, l’utopia sessantottina mentre sta ancora rapprendendo, c’è l’omicidio di Robert Kennedy, fratello di otto anni più giovane del ben più famoso e pianto JFK.

Bob Kennedy dopo i primi tentennamenti e qualche errore da cui si riprese in fretta le distanze (il maccartismo), si dimostrò più che un politico un nobile statista, con prese di posizione a favore delle classi sociali meno abbienti anche più nette di quanto fece il presidente John Fitzgerald.

Martin Luther King, Bob Kennedy

Disse, gli Stati Uniti spendono 3 miliardi di dollari per i cani, come possiamo non trovare la risorse per i poveri? In Italia, invece, Berlusconi pochi mesi fa per raccattare voti con dimestichezza da mago Oronzo tirava per le maniche agli animalisti. Proprio il contrario di quanto ambiva Bob Kennedy: sostiene il Berlusca, prendiamo i soldi che servono per mettere poche toppe nella vita dei disgraziati e riversiamoli nella ciotola di Fido. E giù applausi da tutti i padroncini di cani & gatti & topolini che alla Fiera dell’Est mio padre comprò. Tra le letture che lo ispirano, il leder di FI deve avere avuto Alan Ford, e soprattutto Superciuk, il cui slogan è rubare ai poveri per dare ai ricchi.

Bob Kennedy

Bob Kennedy diceva che sapeva cosa fare per giovani e anziani. Giovani e anziani. Qui da noi chi fa opinione si riempie la bocca coi “giovani” e la “generazione senza futuro”. Ammetto che ancora non ho capito chi sono sti giovani, dato che le dodicenni in estate escono (s)vestite come bagasce di trenta che vanno al lavoro e i settantenni girano col bomber e i jeans attillati per mettere in evidenza il pacco da usato sicuro, à la Mick Jagger dei Settanta. Ma pare oramai assodato che tutti coloro che non rientrano nella epica, e misteriosa, categoria dei “giovani”, in Italia sono usciti dal radar di chi si prende cura del cosiddetto popolo, se mai esistono (intendo i paladini che ne difendono le sorti).

Bob Kennedy al Hotel Ambassador

Bob Kennedy voleva fermare la guerra in Vietnam e risolvere il problema delle armi, assottigliarne la fornitura per l’esercito e la circolazione lungo le strade degli USA. Era parte fondante del suo programma di governo. Insisteva sul concetto di integrazione e voleva debellare il razzismo nel suo paese tanto grande, in tutti i sensi, quanto violento e iniquo. Professava tutto questo con estrema chiarezza, ma soprattutto senza fare il piedino sotto al tavolo ai cosiddetti poteri forti.

Bob Kennedy, per questa sua incosciente, più che coraggiosa, spavalderia il 5 giugno 1968 è stato abbattuto come un agnello. Nemmeno Gesù Cristo aveva un programma politico così ambizioso e umanitario. Dopo essersi accasciato al suolo crivellato dai colpi di pistola del palestinese dal nome botanico di Sirhan Sirhan – in realtà un fantoccio –, in quella cucina del Hotel Ambassador di Los Angeles che decise di attraversare infrangendo quello che doveva essere il percorso che l’avrebbe portato al sicuro dall’ennesimo discorso pubblico, Bob disse due cose. A un ragazzino messicano che lavorava in cucina e si era chinato su di lui chiese:

Stanno tutti bene?

Poi, alla risposta positiva del piccolo peone, aggiunse:

Bene. Andrà tutto bene.

Bob Kennedy ferito a morte

Dopodiché perse conoscenza e qualche ora dopo, all’alba del 6 giugno, spirò. Nemmeno Gesù Cristo, divagando con l’Onnipotente dopo la scampagnata terrena, nonostante i super poteri ha detto parole più commoventi dalla croce. Che mettono un groppo alla gola.

Quel 6 giugno, quella sparatoria ferì a morte non solo il senatore Kennedy ma anche l’utopia del ’68 ancora a metà strada. Le pallottole non dovrebbero uccidere i sogni. Dovrebbero passarci attraverso e perdersi in lontananza. Invece, più grande è il sogno, più facile questo risulta da abbattere. Come un elefante durante una battuta di caccia grossa: impossibile sbagliare con un fucile di precisione. Forse è per questo che un po’ tutti, a partire dai nostri politici, facciamo sogni sempre più modesti. Purché restino in vita.

 

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