Mercoledì 6 febbraio, a Radio Rai 3 hanno parlato dello stato di salute dei quotidiani. La coppia di campioni costituita da Il Corriere della Sera e La Repubblica arriva a vendere 200.000 copie circa ciascuno. Una miseria. Soprattutto se considerate le copie che vanno vendute al bar o a chi le getta non appena arrivati a casa o in ufficio perché il giornale l’ha comprato solo per il gadget allegato.

Il web sta uccidendo la carta stampata. E non è una novità. Perché te la prendi, allora?
Perché mi piace piangermi addosso, che discorso. O perché la massa, il suo comportamento autolesionista, e lesivo verso chi ancora si comporta in modo ragionevole, talvolta – questo è il momento – mi sconforta.

Sulla Gazzetta dello Sport, lo stesso giorno, Urbano Cairo, presidente del Torino calcio e titolare di Cairo Communication che poco tempo fa ha acquisito il gruppo RCS, dichiarava che il piano del suo gruppo è di profondere futuri sforzi soprattutto sul web. Una bella notizia.

Il giornalista che conduceva la trasmissione – non sono riuscito a coglierne il nome –, ma firma di La Stampa, lamentava il fatto che l’informazione è sempre più carente, striminzita, ridotta all’osso. E che la gente sempre più spesso legge il titolo, magari dal cellulare, lì si ferma, e tra le sue conclusioni.

Un atteggiamento che si riflette nel modo di ragionare sulle cose di tutti i giorni o di sempre. E nel modo di comunicare e interagire. Per esprimere un sentimento ci sono le emoticon, che ti preservano dall’utilizzo delle parole e dal costruire un pensiero. Poi c’è il correttore automatico di ortografia. Ma perché imparare l’italiano, allora? Perché andare a scuola? Perché non introdurre a scuola il correttore automatico del compito in classe? Che mentre stai scrivendo una castroneria, et voilà, ti corregge come per magia (ed ecco servita la rima!).

Se è vero che l’uso sviluppa l’arto, allora in giro ci sono un sacco di scatole craniche che si potrebbero utilizzare come fioriera. Cioè vuote.

Come ci si è arrivati? Leggere sul web è quasi impossibile. Finché si tratta del mio blog, totalmente privo di pubblicità – quanto di scritti che attraggano: le due cose vanno di pari passo –, la lettura non è dissimile da quella che si fa su carta. Ma se siete abituati a consultare siti o portali che ‘funzionano’, che cioè fanno i numeri, allora leggere quello che vi interessa sarà uno stillicidio, una corsa a ostacoli: a evitare banner, chiudere filmati pubblicitari che si aprono sull’articolo, musiche irritanti che partono senza sosta, pop-up odiosi, e via così. Insomma, una pena.

Senza contare che il cosiddetto approfondimento in rete è vietato dalle stesse regole che governano le logiche di guadagno, e sappiamo come tutti sono sul web – anzi sulla faccia della Terra – con fondamentale scopo il guadagno: per quanto appena detto tra le maglie di Internet un ragionamento deve andare spezzettato in più parti perché tu vendi il click: ed è ovvio che un articolo suddiviso in quattro/cinque frammenti diventa quattro/cinque click. E conseguente monetizzazione moltiplicata.

Eppure se sono ancora lì, questi siti, vuol dire che funzionano.  Che la gente non è infastidita da inserti pubblicitari che ronzano intorno – e sopra – allo scritto e dovete stare lì a scacciare come mosconi sulla vostra fetta di torta. O anche meglio, dalla merda che rappresenta una grossa percentuale di ciò che costituisce il contenuto del web. Una cosa letteralmente insopportabile, per chi è abituato a leggere giornali e libri stampati su carta.

Di questo mondo della comunicazione asfittica e posticcia fa parte Facebook, il cui unico pregio è darvi la possibilità di riagganciare gente che avevate perduto di vista e ancor vi sta a cuore. Oppure utile per fare sapere che avete organizzato un evento o avete da vendere qualsiasi cosa. In altro modo, nel 99% dei casi, ciò che la gente iscritta posta su Fb è immondizia pura.

Frequento Fb pochissimo e la sopporto sempre meno.

Mentre sono sempre più affascinato dalla carta e cerco di restarvi fedele, anche se costa. Tanto che sto avendo un rigurgito di nostalgia per le vecchie fanzine (non solo di genere musicale): essenziali, spartane, spesso monocolori e bicolori. Con particolare interesse per quelle che si interessavano di Punk. Non perché sia mai stato un amante del genere, anzi, ma semplicemente perché chi realizzava quei giornaletti fotocopiati esprimeva forse più talento, fantasia, creatività e trasgressività di tutti. Il merito degli altri va riconosciuto.

E ciò che quelle persone hanno mandato in stampa – organizzata in casa o in ufficio – è anni luce più affascinante della maggior parte dei siti infarciti di colori, immagini, filmati, audio, che ingolfa il web. Ma nonostante la presunta supremazia del virtuale – che si esprime soprattutto in quantità, non certo in qualità – la carta la rivincita se l’è presa: molte di quelle fanzine che si vendevano al prezzo di un rotolo di carta igienica oggi le trovate in vendita al prezzo di oggetti da collezione. Con annunci che fioriscono proprio su quel web del quale non rimarrà un bel niente (nel cuore della gente), di cui nessuno potrà mai offrire o vorrà comprare una cosiddetta ‘schermata’.

Ho voglia di farla, una fanzine, con la pretesa di Night Shyamalan, cioè tutta idee e niente soldi. Che ovviamente non venderebbe una copia, anche perché di italiani disposti a scucire un po’ di soldini quando si può scaricare l’inimmaginabile a ufo, non ce ne sono. Mentre invece sono tutti lì a scrivere idiozie su Fb.
Ma Fb è gratis, e si sa che l’idiozia in genere è a buonissimo mercato.

Che si fotta Fb, Fottuto bastardo, le emoticon e tutto il corredo che proviene dalla stessa fonte. Non li reggo più.

 

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