2001: Odissea nello spazio Book Cover 2001: Odissea nello spazio
Fantascienza
Stanley Kubrick
Stanley Kubrick, Arthur C. Clarke
Keir Dullea, Gary Lockwood, William Sylvester, Daniel Richter, Leonard Rossiter, Margaret Tyzack, Robert Beatty, Sean Sullivan
A.A. V.V.
4 6 2018
USA/GB
149’
5 6 2018, cinema Raffaello

 

“Ognuno è libero di speculare come più gli piace sul significato del film. Io ho tentato di rappresentare un’esperienza visiva che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio”.

Stanley Kubrick

 

Quando nel lontano 1968 arrivò al cinema, l’anno citato nel titolo di 2001: Odissea nello spazio sembrava così lontano che nulla più della parola “fantascienza” poteva definire il film in modo migliore. Quando il fatidico anno si presentò nella realtà, in modo quasi grottesco il film dell’anno fu Il gladiatore, una pellicola che riportava l’orologio indietro di quei, quasi, 2001 anni carichi di aspettative e significato.

Guarda-la-Luna/Daniel Richter

Oggi, a distanza di 50 anni, il capolavoro di Stanley Kubrick torna al cinema restaurato, e lunedì 4 giugno, il primo giorno di programmazione, è risultato il film più visto. Ha battuto anche Solo, che nonostante la regia del navigato Ron Howard – subentrato in corso d’opera come terzo e definitivo regista – sta sgonfiando per avviarsi a diventare, si paventa, il primo titolo della serie di Star Wars a finire coi conti in rosso. Non nascondo che mi fanno piacere entrambe le notizie. Forse i cineasti che continuano imperterriti con la litania del volere dare al pubblico quello che vuole, cominceranno a pensare un po’ più intensamente e, vedi mai, a dire qualcosa di più intelligente.

Dopo mezzo secolo, in un tempo dove il cinema – mediamente – è diventato estremamente frenetico, convulso e fracassone, 2001: Odissea nello spazio impressiona innanzitutto per la sua estrema lentezza. I tempi cinematografici dilatati, impensabili per gli odierni standard di montaggio. Le scene al limite del ralenty.

[Non so come possano uscirne i ragazzi che in sala ci sono e si notano: hanno sulle spalle zaini in grado di contenere il necessario per sopravvivere nella foresta del Borneo per due mesi; e si riconoscono al buio della sala perché nessuno come loro sente necessario distendere le gambe sulle poltrone della fila davanti: giustamente dico io, perché bisogna ammettere che il tragitto dalla biglietteria al posto talvolta può risultare sfiancante. Senza contare che al Raffaello di Modena ci sono da fare anche le scale].

Il monolito

La seconda cosa che più colpisce – non mi azzardo a entrare in questioni tecniche e storiografiche approfondite, ché ad ogni piè sospinto trovate sul film ogni tipo di analisi, fatta dai massimi ai minimi esperti di cinema – il secondo tratto che più si nota, dicevo, è l’originalissimo uso del sonoro. Importantissimo se non fondamentale. Non solo la musica. Che, cosa alquanto rara, è tutta preesistente, già composta e registrata. Inoltre, sorprendentemente, tanto più per un film di fantascienza, anzi per il film di fantascienza per antonomasia, frutto del prodotto di compositori classici e contemporanei. Coup de theatre e di genio allo stesso tempo.

Gary Lockwood

Soprattutto in considerazione del fatto che siamo nel 1968, l’anno dei fermenti sociali che alimentano uno dei momenti più effervescenti e audaci anche in fatto di musica. Pop, rock, contemporanea e futurista. Eppure Kubrick, per sottolineare le parti salienti del suo film adopera un dolce valzer di Johann Strauss per accompagnare le stazioni orbitanti che danzano nello spazio come meduse nell’oceano, l’irruenza di Also Sprach Zarathustra di Richard Strauss per rappresentare lo scarto in avanti di autocoscienza dei nostri progenitori, il lato inquietante di György Ligeti che determina la presenza del leggendario monolito alieno. Ma a onor del vero Kubrick giunse a questa soluzione ‘estrema’ dopo avere scartato tutto il materiale originale che era stato commissionato al compositore di musiche per cinema Alex North.

Keir Dullea

L’uso del suono, e della sua assenza, in verità è sapiente allo svolgersi di ogni metro di pellicola. Prendete il respiro pesante, cadenzato quanto un metronomo, di Bowman quando si trova nella tuta calzata per uscire nello spazio. O il silenzio inattaccabile delle sequenze più drammatiche nel vuoto dello spazio, compresa la morte di Frank Poole, il secondo astronauta.

Nel giro di cinquanta anni sono cambiate davvero tante cose nel modo di fare cinema. Il sopravvento della computer grafica ha reso i modellini di 2001 obsoleti. Si vede, ora, che sono di plastica. In alcune scene più di altre. Ma questo slittare degli standard – allora erano il massimo, ora hanno un che di naive – non inficia la visione del film, né tantomeno lo spessore di opera che sfiora l’indagine filosofica.

Gary Lockwood

Ma ci sono altre piccole incongruenze, o disattenzioni. Come si spiega, ad esempio, che nella stazione orbitale i pasti siano serviti su vassoi dai quali suggere cibi come bibite, dunque in formato altamente avanzato, mentre sulla navicella che porta verso il cratere lunare dove giace il monolito gli scienziati si scambiano sandwiches come portati da casa e messi in borsa dalle solerti mogli? E pensare che il “liquipack” fu una trovata dell’esperto scenografo – tedesco che aveva americanizzato il nome – Harry Lange, e che Kubrick per la sua realizzazione interpellò sia un colosso dei surgelati come Seabrook Farms, sia la compagnia aerea della Pan Am oggi fallita.

Discovery One

Sull’astronave che viaggia in direzione di Giove, Frank Poole porta scarpe da jogging che sono palesemente sporche. Si nota bene almeno in un paio di scene. Sull’astronave domina il bianco ed è palese che sporco, germi e batteri sono considerati peggio che la richiesta di fattura da parte del cliente per tanti liberi professionisti sulla Terra e nello specifico in suolo italico: dunque che dobbiamo pensare, che Poole si è portato la borsa che adoperava per andare a fare la sua corsettina sulla Terra?, con il cambio, le scarpe e il fon?

Ci sarebbero anche le ossa di plastica che si piegano quando gli ominidi si smazzolano tra di loro dopo l’attivo del monolito, i tapiri e quel leopardo che sa così poco di felino da “alba dell’uomo”. Oppure quel” calcolatore”, che più avanti nel film assume la migliore connotazione di “elaboratore”, con il quale si indica HAL 9000, della “generazione a prova di errore”.  Ingenuità dovute alla traduzione o così nell’originale? Infine, quel Houston pronunciato “Uston” che fa davvero cadere le braccia. Topica tutta nostrana, dei cosiddetti migliori doppiatori al mondo.  Forse si poteva osare qualcosa anche per l’abbigliamento da civile di Heywood Floyd e della delegazione di scienziati e scienziate russi che sanno ancora troppo di Cortina di Ferro, così grigi e impersonali, e il capo delegazione che sa di torvo complottista da film di 007.

HAL 9000

Bella invece l’idea di mantenere la separazione tra i due tempi, con accensione delle luci in sala e una scritta che sullo schermo recita “Intermission”.

Ma come detto non sono interessato a fare le pulci a 2001. Non avrebbe senso. E prima o poi forse scoprirò che anche le scarpe sporche e i sandwiches estratti da un cestino come quelli che amava rubare l’orso Yoghi erano perfettamente sotto controllo della produzione e hanno una ragione per essere lì in quel modo.

Non posso fare a meno, però, di alcune riflessioni personali. Non tenere conto dei ricordi che vengono a galla spontaneamente perché un film funziona come un disco o un libro: “macchine soffici” in grado di generare emozioni e spunti di dibattito nel loro presente, ma altresì capaci di richiamarti a loro, indietro nel loro tempo, secondo regole che non puoi controllare.  Inevitabile non andare con la memoria alla prima volta che vidi il film al cinema. Non ricordo con precisione l’anno, di certo i primi anni ’70, probabilmente il 1972 o ’73. Ricordo bene invece che era il giorno di Pasqua. E che la sala era quella dell’Adriano di Modena, che da quando il Cinema aveva cominciato a declinare era diventato un tempio del hard.

Keir Dullea

Questo non impediva che a Natale e Pasqua, le cosiddette feste comandate, anche i cinema a luci rosse tornassero per una breve parentesi sulla retta via. Potenza dei Patti Lateranensi. E comunque un bel gesto che illumina quei giorni con un raggio reverberante umanità: in altre parole, benché la trasformazione della sala fosse una specie di ultima spiaggia per rimanere aperti, al presentarsi di una occasione così sacra – credente o no che fosse il gestore –, o solo per rispettare una tradizione più semplicemente ma solidamente popolare, il denaro per un paio di giorni passava in sottordine.

Ricordo pure che ero al consueto pranzo che in occasioni come quella riuniva la famiglia. A casa di mia zia che abitava in campagna. Oggi al cinema ti avrebbero portato i genitori, in auto ovvio, anche la destinazione si fosse trovata alla distanza di uno sputo di rospo. Per me, quel giorno si trattava di fare una ventina di km: dalla California – micro frazione di Piumazzo – a Modena. Andata e ritorno. Che feci in bicicletta, su una rognosissima e trafficata strada provinciale, con una bici che pesava quanto un elefante, quando le ciclabili erano una invenzione che nemmeno Arthur C. Clarke aveva ancora previsto.

Keir Dullea

Di quella prima volta ricordo solo questo. Pedalata, film, bici girata e altra pedalata. Vagamente come ero vestito. Lo sguardo incollato sulla striscia bianca che separava l’asfalto da pochi centimetri di sterrato prima del fosso. Le auto che sfrecciavano veloci alla mia destra. Poi ci sono state tante altre visioni televisive. E questa di martedì 5 giugno 2018.

È stato riportato come lunedì 4, 2001: Odissea nello spazio sia stato il film più visto. Significa che gli imbecilli di cui sopra – quelli del “diamo alla gente quello che vuole” – non hanno sempre ragione, e ciononostante un film così oggi non lo metterebbero mai in cantiere. Figurarsi.

A pensarci bene, però, non è la frase in sé a essere sbagliata. Perché il contesto ne cambia la valenza. Quando arrivò nei cinema la prima volta, 2001 ebbe un impatto notevole sul pubblico che gremiva le sale. Fu il film premiato dagli spettatori in Nord America (vale a dire USA + Canada). In altre parole, la gente in quegli anni amava – e dunque voleva, e dunque gli si dava – cinema come quello che Stanley Kubrick cesellava in questo magistrale, speculativo, ma non certo accessibile, modo. Sembra impossibile, ma sono esistiti tempi così. Anche se non tutti, tra gli addetti ai lavori, hanno capito al volo la grandezza di 2001: Odissea nello spazio. Pauline Kael, esperta di cinema del prestigioso New Yorker scrisse che il film di Kubrick era “monumentalmente privo di ingegno”.
Sapete quando è morta la giornalista? Esatto, proprio nel 2001.

Star-child

La Warner Brothers che ha in catalogo il film ha scelto per la première il 12 maggio, all’interno del Festival di Cannes che ha premiato il nostrano Dogman. Il regista Christopher Nolan, che ha presentato l’evento in compagnia della figlia di Kubrick e altri membri della famiglia, ha detto:

Una delle mie prime memorie cinematografiche è la visione di 2001: Odissea nello spazio in 70 mm al Leicester Square Theatre di Londra, con mio padre. L’opportunità di ricreare quell’esperienza per gli spettatori di oggi, e presentare la pellicola di Kubrick in tutta la sua gloria analogica a Cannes, è un onore e un privilegio.

Chissà se quei ragazzi con lo zaino e il cellulare acceso anche in sala – il cui schermo ricambia lo sguardo impassibile ma subdolo di HAL 9000, carpendogli tanto di più oltre il labiale – lo hanno compreso.

 

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