Formigine (MO) – Sabato 12 Settembre 2015

Alessandro Bergonzoni è scrittore di altra fatta, rispetto a D’Avenia. Di altra generazione, di alta evoluzione. Con l’estetica intesa come arma per accattivarsi le simpatie del pubblico non ha grande dimestichezza: chioma lunga e canuta, da freak, da quasi emarginato, ‘categoria’ sulla quale spenderà parole e prenderà le difese, da scienziato pazzo della parola. Lui ha fatto il percorso inverso: come D’Avenia sembra uno scrittore che abbia saltato il confine per spingersi nel mondo dell’intrattenimento, così Bergonzoni nasce comico e attore, e solo in seguito passa a scrivere libri.

Bergonzoni, vestito di un trench nero a mezza gamba, incolla il sedere a una sedia. Parla in un microfono con l’asta. Al suo fianco un intervistatore, che dopo una doverosa premessa si imbarca in una domanda che non finisce più. L’ultima cosa che dovrebbe fare uno nel suo ruolo. Ma evidentemente conosce Bergonzoni. Sa che quando questi prenderà la parola per lui sarà finita, non avrà modo di aggiungere una sillaba.

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Altro che fiume in piena: Bergonzoni è uno tsunami. Un superdotato lessicale. Sanguigno, travolgente, provocatorio. Con quel modo tutto suo di giocare con le parole, elevando il calembour – con fine morale, o risvolto sociale – a qualcosa di eccezionalmente più nobile di quello che stazione sulle labbra del comico tout court. Con quel modo tutto suo, accentato e accentuato, di pronunciare vocaboli che dopo essere stati ridotti a brandelli, e poco dopo ricuciti, assumono la forma-dizione di lemmi mitologici, di mostri verbali che non fanno paura ma affascinano; o di dire termini comuni che raccolti in frasi apparentemente normali, con un colpo di coda, assumono tutt’altro significato: quello che c’è dall’altra parte dello specchio di Alice, un mondo delle meraviglie gergali.

Il discorso parte dal suo più recente lavoro, L’amorte, poesie, poesie alla sua maniera, per contemplare altri modi e altri mondi (che non siano quelli della scrittura): la disponibilità verso gli immigrati e i diseredati in genere, la capacità di comunicare – dice che siamo o abbiamo antenne, e capacità superiori a quelle che riusciamo a mettere in pratica, che dobbiamo avere coraggio e divenire protagonisti di una rivolta umanistica e positiva in opposizione a un sistema di dominio delle coscienze e delle menti.

Bergonzoni strappa la risata quando vuole, con un moto di spirito che ha comunque, quasi sempre, un retrogusto particolare, amarognolo, oppure porta più lontano, col pensiero, di quanto ci si possa aspettare da un affabulatore tutto mestiere (non è questo il caso).

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Bergonzoni smette di sprigionare energia verbale quando scade il tempo a disposizione. Peccato. Non ci si stanca di sentirlo scandire in quel modo tutto suo, tirando le parole per le vocali, in modo quasi gutturale, frasi che si scagliano nell’aria alla maniera di trapezisti dai numeri sempre più improbabili.

Fino a pochi minuti prima, all’angolo dove si autografano le copie, e nonostante la mezz’ora di intervallo tra lo show dei due, c’erano ancora presenze femminili in coda per D’Avenia, quello sì “una macchina da guerra”. Ora tocca a Bergonzoni, che si avvicina alla postazione ad ampie falcate, celebrare il rito di firma e dediche. Lungo il tragitto riconosce una donna, la abbraccia calorosamente. Dietro non c’è il codazzo che ci si aspetta. Anzi, che merita. Del resto, Bergonzoni sciorina poesie come questa – a pezzetti, intercalando, perché dice che non sa leggere in pubblico:

Ho ricevuto la custodia  di mia figlia / ma dentro lei non c’era / È finito il tempo dei custodi / C’è solo quello degli angeli delle rocce / che han cambiato sasso.

Raccolte in un libro che non presenta in copertina alcuna accattivante fanciulla, bianca come il latte, rossa come il sangue, verde come la lattuga che sia. L’amorte non è materia per lettori svenevoli.

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