5 è il numero perfetto Book Cover 5 è il numero perfetto
Noir, Thriller, Gangster movie
Igort
Igort
Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso, Lorenzo Lancellotti, Iaia Forte, Mimmo Borrelli, Angelo Curti, Nello Mascia, Gigio Morra, Giuseppe Cacciapaglia
D-Ross, Startuffo
29 8 2019
Italia, Belgio, Francia
100’
sabato 31 8 2019, cinema Raffaello, sala 6

Avrete già letto dappertutto – su tutti i siti che si interessano di cinema – che 5 è il numero perfetto nasce come graphic novel, pluripremiata e pluritradotta, nel 2002. Anche che Igort – nome di battaglia di Igor Tuveri, sardo di nascita, apolide per aspirazione, maestro di matite per natura -, l’autore, è riuscito a trasporre i suoi sogni/incubi dalla carta allo schermo, un passaggio che di primo acchito non deve essere facile. O meglio doppiamente difficile nel momento nel quale tale salto lo fai per dirigere, tu esordiente, totem del cinema italiano come Toni Servillo, Valeria Golino, e perché no, lo stesso Carlo Buccirosso.

Toni Servillo

Avrete anche letto recensioni nelle quali si taccia Igort di avere dato forma ma non sostanza. Fesserie, si direbbe a Napoli. In quella, almeno, del 1972, anno nel quale si dipana la storia di Peppino Lo Cicero, killer della camorra al quale uccidono il figlio, anch’egli del mestiere. Da lì scatta la molla della vendetta e della conseguente carneficina. Già vista in tante salse, certo, che in tanti casi hanno insaporito ottimi piatti, da gustare fino a fare la ‘Scarpetta’ (a proposito di Napoli). Ed è questo il caso di 5 è il numero perfetto, che prende vita in una Napoli lungi dall’essere  “‘o paese d’o sole, (chist’è) ‘o paese d’o mare”, ma anzi inumidito à là Blade Runner, (quasi) sempre in notturna e (quasi) sempre sotto la pioggia scrosciante.

Toni Servillo, Valeria Golino

Avrete letto inoltre che Peppino Lo Cicero ha un naso aquilino che porta alla memoria Dick Tracy. Vero. Ma che in verità ricorda di più, per chi segue le vicende del calcio, e grazie al surplus della calvizie dilagante, il numero due del Milan degli anni ruggenti Adriano Galliani. Nel suo ambiente, per certi versi, un killer altrettanto spietato (benché nel suo caso si trattasse di soldi puliti – speriamo – e compravendita di calciatori).

Cosa potete non avere già letto? Per esempio che la ricostruzione del periodo mette nostalgia per un mondo che non c’è più. E non parlo di assassini prezzolati. Di quelli ce n’è, in abbondanza, ancora. Intendo dire di caffettiere moka, di apparecchi telefonici a disco, di cabine telefoniche, di giardinette e 600 Fiat. Dell’unico, vero, più grande Totò, o’ Principe della risata: di cui Igort inserisce una tranche dell’irresistibile Totò e Cleopatra. Ma anche di trench: quanti uomini capaci di portare un impermeabile elegante vi capita di vedere? La forma, dunque, è importante. Fondamentale nel film di Igort, che l’autore gira come fosse un fumetto/graphic novel ad augmented reality.

Toni Servillo, Carlo Buccirosso

Gli americani – che vengono tacciati di “non hanno mai capito un cazzo” in una scena nella quale si parla di fumetti, alla quale immagino Igort tenesse molto – l’hanno già fatto, minimo da Sin City in poi. E prima l’hanno messo sulla carta parola dopo parola inventando il noir letterario. Ma Igort adotta la sua via, quella della napoletanità, negli anni ’70. Che acquista più valore di qualunque interpretazione che avesse battuto bandiera d’insieme tricolore, diventando paradossalmente così cinéma vérité. Molto di più rispetto a una Italia che come altro mezzo mondo, causa globalizzazione, ha perso anema e core.

Toni Servillo

Peppino Lo Cicero, dunque, che spalleggiato da Totò o’ Macellaio e da una donna che lo ama, di sani principi ma che dovrà sporcarsi di sangue, sarà costretto ad annientare un paio di famiglie malavitose. Un bagno di sangue che alla fine non porterà al pieno compimento della sua ‘missione’ perché dentro di lui qualcosa è mutato.

La fede assoluta nella pistola come pass-partout che apre ogni porta della vita (è sparando che ‘conquista’ la prima moglie) e chiude quella della morte (altrui) – Il sorriso della morte è uno dei cinque capitoli in cui si divide il film, gli altri sono: Lacreme napuletane, La settimana enigmatica, Guapparia, 5 è il numero perfetto –, il credo in una professione, quella dell’omicida, che svolge come fosse un lavoro ‘normale’, da fare “col sole e con la pioggia”, che Igort vede di tante ore e pure mal pagato, che genera la stanchezza provata dal figlio poco prima di essere ucciso, si sono irrimediabilmente incrinati. Ed ecco il contenuto che qualche spettatore si è perso.

Una tavola della graphic novel

Ma il lavoro di esordio al cinema del regista cagliaritano è sopra ogni altra cosa un bel fumetto in movimento. Un’opera che ha del pittorico. Dove i simboli, e i particolari, contano quanto o forse più dell’insieme. All’interno della quale Toni Servillo si muove con estrema naturalezza e padronanza, coadiuvato con destrezza dai ‘comprimari’ Buccirosso, iradiddio nelle sparatorie, e dalla ‘buona’ Golino che mette quel pizzico di femminilità in un genere per estrazione in grandissima parte al maschile e maschilista. E tanto può bastare.


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