A casa tutti bene Book Cover A casa tutti bene
Commedia, melodramma
Gabriele Muccino
Gabriele Muccino, Paolo Costella
Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Elena Cucci, Tea Falco, Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Massimo Ghini, Sabrina Impacciatore, Gianfelice Imparato, Ivano Marescotti, Giulia Michelini, Sandra Milo, Giampaolo Morelli, Stefania Sandrelli, Valeria Solarino, Gianmarco Tognazzi
Nicola Piovani
14 2 2018
Italia
107’
16 2 2018, cinema Raffaello

 

Dopo 20 minuti di proiezione ti chiedi quando finirà il trailer. Alla fine del film ti domandi perché sei rimasto davanti alla TV quando potevi recarti al cinema.

Per un momento ci caschi: perché è vero che al cinema ci sei, ma dato che sono tempi strani – di interazioni e commistioni quanto mai astruse e conniventi – è altrettanto vero che sullo schermo è passato niente più di una noiosa fiction.

 

Per la festa di celebrazione delle nozze d’oro una coppia invita una truppa male assortita composta di figli e relative spose o compagne, eredi al seguito, più cugini e amici dei figli. Il gruppo di famiglia si dà appuntamento su un’isola (Ischia) che li terrà prigionieri per un paio di giorni, giusto il tempo di mettere in piazza i panni sporchi e le miserie, che sono l’elemento di cui non sono certo fatti i sogni di sheakespeariana memoria bensì le fiction TV: corna, tradimenti, incroci di letto e varie amenità. Colpi bassi che sono il sale di tanto buon cinema, per carità, ma nel caso specifico hanno il peso e lo spessore di una velina.

Foto di gruppo

Se ne sono viste tante di storie che analizzano il microcosmo familiare con tutte le sue contraddizioni, ma A casa tutti bene è nulla più di una teoria di personaggi stereotipati e monodimensionali. La coppia coatta (Gianmarco Tognazzi e Giulia Michelini) alla quale non si potevano togliere di bocca i “li mortacci vostri”; lo scrittore al terzo libro (Stefano Accorsi), che ha girato l’Argentina in bicicletta procurandosi da mangiare con arco e frecce – ma è preso dalla fregola di un quattordicenne di fronte al primo amore ritrovato – le cui perle di saggezza sono del tipo “la vita è un casino” e “vorrei una vita normale”; le donne tutte nevrasteniche, alcolizzate, frigide, o non meno fedifraghe dei partner.

Pierfracesco Favino

Piuttosto delle acque che circondano l’isola e infuriandosi obbligano la sporca ventina (circa) alla cattività forzata, dando sfogo al peggio del personale campionario, tutti insieme costoro hanno la profondità delle vasche di una salina. Ma non è questo il (solo) punto. Il vero dramma – artistico – consiste nella modalità, nel metodo espressivo che non va oltre la ‘sintassi’ espositiva di un Cento vetrine.

Anche laddove si prova a inserire un elemento dal peso specifico superiore alla bassissima media (Massimo Ghini malato di Alzheimer) l’effetto che si ottiene è più vicino al patetico che all’autentica tragedia. La stessa presenza di Stefania Sandrelli invece di stendere un ponte verso C’eravamo tanto amati lancia una passerella malferma e tarlata in direzione della commedia all’italiana più cialtrona degli ultimi tentativi.

Stefano Accorsi, Valeria Solarino

Perfino Pierfrancesco Favino resta invischiato nelle sabbie mobili di una sceneggiatura e di una direzione da spot pubblicitario, entrambe da drammaturgia del Mulino Bianco. Il bravo attore risulta più sanremese di quanto offerto in occasione del tragicomico evento che si svolge annualmente dal palco del teatro Ariston e che per l’occasione ha fatto splendidamente da grancassa, trascinando al cinema una frotta di spettatori che sta decretando il successo del film. Al botteghino.

Interno di famiglia allargata

La pochezza generale riesce ad appannare anche la buona vena di un talento come il maestro Nicola Piovani. Solo il tema principale prova a respirare mettendo fuori il naso da una pozzanghera di melassa vischiosa e melliflua, benché in perfetta sintonia con l’avvilente mediocrità del film di Muccino che gli americani, ahinoi, hanno pensato bene di rispedire a casa.

Elena Cucci

Una cosa buona in verità c’è. Anzi due. Valeria Solarino, il cui naturale magnetismo riempie lo schermo indipendentemente dallo sciagurato script. E il sorriso da clinica dentale croata di Elena Cucci, costantemente acceso. Quasi da paresi. Ma talmente accattivante da perdonarle quell’insopportabile caratterizzazione fatta di trovate, ripetute all’infinito, da corso di recitazione per principianti (come il continuo passarsi la mano dietro l’orecchio per aggiustare le ciocche).

 

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