A quiet passion Book Cover A quiet passion
Biografico, Drammatico
Terence Davies
Terence Davies
Cynthia Nixon, Emma Bell, Rose Williams, Keith Carradine, Annette Badland, Jennifer Ehle
Richard Canavan
14 6 2018
Regno Unito, Belgio
125’
17 6 2018, cinema Astra

 

Succede che quando esce il film autoriale – di regista inglese, con cast comprensivo di attori di culto come Keith Carradine, che racconta di figure sacre alla cultura alta – automaticamente si gridi al capolavoro. Lo fa la critica [zombie] per dimostrare di essere di palato fino [o perché prone: non va dimenticato che anche in questo mondo sono pochi quelli che hanno il coraggio di scrivere contro chi gli dà in qualche modo da mangiare], e lo fa il pellegrino che si reca al cinema e ha le stesse motivazioni che spingono la critica [zombie], cioè dimostrarsi à la page.

A Quiet Passion è stato presentato alla Berlinale 2016, è uscito nelle sale inglesi nell’aprile 2017, e non è un caso che arriva in Italia a distanza di oltre un anno. Come tappabuchi nella stagione morta che porta alla chiusura dei cinema.

Ma A Quiet Passion è soprattutto un film stucchevole. Pedante e pesante come la cerimonia di sepoltura sul quale si chiude. Per tutta la durata, oltre due ore, a casa Dickinson si parla come chi ci vive – o la frequenta, per esempio prelati che sono perennemente in ‘modalità’ di predicazione – stia recitando il copione scritto la sera prima, appositamente per ciascuno, da Shakespeare in persona. In modo così posticcio da risultare quasi una meta narrazione (la rappresentazione all’interno della rappresentazione).

Cynthia Nixon

“Passami il sale” diventa così il centro di un dramma quotidiano scandito da botta e risposta che sono autentici epigrammi. Non è da meno Vryling Buffam, l’amica del cuore delle sorelle Dickinson che si distingue per l’anticonformismo. Dire che abbia spiccato senso dell’umorismo è altamente riduttivo: no, la ragazza spara sentenze a raffica, in ogni frangente, che Oscar Wilde al confronto sembra un ritardato mentale.

Per uscire da questa esasperazione drammaturgica della vita di ogni giorno – assolutamente irreale e impossibile da prendere seriamente – bisogna attendere un’ora e mezza: quando a casa Dickinson si presenta il responsabile del giornale che pubblica le poesie di Emily, che grazie al cielo, anche se per pochi secondi, il tempo di un orgasmo, si esprime come fa un terrestre. Non per questo un cafone, un buzzurro, o dislessico: mr. Bowles adopera semplicemente quel linguaggio informale che chiunque – anche il più illustre letterato – usa nel quotidiano.

Catherine Bailey, Cynthia Nixon, Jennifer Ehle

A Quiet Passion si avvale di una Cynthia Nixon in stato di grazia, è vero, ma anche un tantino esagerata, tutta tesa a raggiungere il limite, forse per elevarsi alla stessa altezza del linguaggio che adopera il suo personaggio. Tra le tante esagerazioni spicca il momento nel quale la poetessa consegna al prelato di cui si è invaghita – perché fa dei buoni sermoni – una sua composizione, e in attesa che questi faccia il suo commento lei sembra aspettare una vera e propria sentenza di vita o condanna a morte.
In questo tono da melodramma accentuato, benché in un ruolo marginale, quello del padre, fortunatamente c’è Keith Carradine: almeno lui è una presenza credibile; ma è come dire che il sole scalda.

Un film, A Quiet Passion, che nonostante la pesante cappa di dolenza rasenta involontariamente il grottesco. Nella scena in cui padre e figlio discutono della guerra civile imminente, il figlio vorrebbe arruolarsi, il capo famiglia rifiuta l’ipotesi perché è l’unico erede maschio, questi insiste perché gli amici andranno/moriranno e lui non vuole fare il codardo, ma il genitore irremovibile glielo proibisce.
E allora va bene, dai, se papà dice di no, non si fa. In fin dei conti si tratta solo di partire per la guerra. Quelli che torneranno, senza un occhio o una gamba, dopo avere ucciso parenti e conterranei o avere visto la propria famiglia azzerata da gente che ha radici nello stesso paese, capirà: andiamo, come si fa a disubbidire a papà?
Al contempo, quando il giovane – relativamente – avvocato dovrà partire per un processo che lo terrà lontano da casa per un paio di mesi, questi affronta l’avvenimento come stesse per partire per la guerra.

A proposito di grottesco, poi, qualcuno dovrebbe suggerire ai rumoristi che l’acqua che passa da una teiera a una tazzina da tea non produce lo stesso fragoroso effetto di uno sciacquone da 9 litri.

Ma tutto sommato anche Emily è dipinta come una figurina. Indecisa e incapace di prendere una vera posizione.
Ribelle ma a mezzo servizio: “Lo terrò per me, il mondo non deve sapere”.
Bambocciona ante litteram: si dispera perché zitellona, ma quando l’amica ‘umorista’ va all’altare, lei è felice di affermare che il suo mondo è la sua famiglia e non vede altro traguardo. Poi ci ripensa e si ri-dispera, e questa volta al presentarsi di un corteggiatore di bell’aspetto e belle maniere gli parla senza nemmeno uscire di camera e farsi vedere.
Confusa e infelice: si appella alla verità per fare poesia, ma poi quando questa si palesa sotto forma del tradimento del fratello verso la cognata che si ritiene una buona moglie ma confessa con fare schifato di “quella cosa” (il sesso coniugale), allora non capisce.
Puerile: non sa a comprendere la ovvia differenza tra una infatuazione – per un reverendo (sposato) del quale si è invaghita per la sua abilità oratoria – e l’amore.

Parafrasando una delle più note poesie della Dickinson, (Per) un istante d’estasi , – l’intera famiglia che si predispone per farsi ritrarre uno a uno da un fotografo, e durante la posa ogni membro invecchia fino all’età che assume nella seconda parte del film – non può bastare ad alleviare il peso di un lavoro rigoroso all’eccesso e quasi tetro.

Duncan Duff

Allo spettatore non si risparmia alcun tiro basso purché a forte tasso di dolore: la morte del padre, il colpo apoplettico della madre depressa cronica sul quale si indulge per un po’, la malattia di Emily (una crisi sarebbe stata sufficiente, ma allo spettatore distratto – o colto da sonnolenza come successo a un signore davanti a me – Davies vuole dare un’altra chance), l’esperienza fedifraga del fratello, la morte della protagonista e il suo funerale. E questa perenne cappa di dramma messo in atto, quasi automaticamente, da figure che paiono più gestite da un copione che dalla vita, per quanto dettata da regole e un contesto sociale assurdi – ai nostri occhi di uomini moderni – che offriva comunque delle vie di fuga onorevoli: il matrimonio ad esempio; o erano davvero tutti mostri insensibili gli uomini dell’epoca?

Nonostante la sua avversione per le istituzioni clericali, dunque, la Dickinson sembra la migliore incarnazione del perfetto cattolico: la sofferenza sopra ogni cosa (per guadagnarsi l’aldilà).

Cynthia Nixon, Jennifer Ehle

Tutto sommato secondo la visione del regista inglese la Dickinson è una donna che nella teoria, come già detto, invoca la verità (per fare poesia e che la poesia stessa disvela), ma nella pratica sceglie di stare rinchiusa per tutta la vita nel giardino protettivo e dorato di una famiglia ricca e socialmente prominente. Una donna che non ha mai un vero slancio, al di là di qualche schermaglia verbale con un prelato presuntuoso o di un piatto sbattuto per terra come reazione al rimprovero di un padre generalmente amorevole e comprensivo al punto da aiutare la figlia a essere pubblicata. Una donna timorosa, quasi pavida, e mai veramente posseduta da uno spirito di rottura con le convenzioni dei suoi tempi. Una donna che ha sofferto, verrebbe da dire, per nulla [avrebbe potuto condurre una esistenza più coraggiosa e comunque poetare]. Ma non è questo ciò che fanno i veri spiriti liberi, indipendenti, rivoluzionari, anche votati al martirio nella più funesta delle ipotesi: soffrono e si immolano per una causa. Gridando in faccia al mondo la propria diversità e la propria avversione. Altro che tenere tutto per sé stessi. Vedi appunto Oscar Wilde.

Cynthia Nixon

Dunque valeva la pena fare un film – al di là del bell’esercizio di stile che è ciò che interessa principalmente la critica [zombie], quella ama su ogni cosa i “movimenti di macchina” – su una Dickinson dipinta come così frangibile e scompaginata? Salvo che l’intenzione di Terence Davies non fosse quella di omaggiare, ma piuttosto di smontare un mito.
Ma soprattutto, A Quiet Passion vale davvero tutto questo coro di approvazione?

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