“Un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori”. Tutto in un fiato. Frase scolpita a carattere romanico su una facciata dall’EUR di Roma. Parole del Duce, mai dimenticate, che spesso riaffiorano sulla bocca di gente che le usa a sproposito o le riporta in maniera errata, senza sapere da chi provengono. Manca la musica. Prima o poi qualcuno provvederà.

PENISOLA Un popolo di poeti, Colosseo quadrato, foto di Nicola Bruni 664x289

Al primo restyling dell’EUR, la scritta andrebbe corretta, con l’aggiunta di una categoria di italiani il cui meticoloso lavorio oggi non si può fare a meno di notare. Che pur operando misteriosamente ottiene sorprendenti risultati. Non saprei come indicarli con precisione perché non sono ancora ufficialmente riconosciuti, ma proverò a definirli adesivisti. Sono coloro che attaccano adesivi, di tutti i tipi, dappertutto. Lasciate stare quelli che comprano le figurine collose per appiccicarle all’auto, allo scooter, al comodino per coprirne i punti usurati, ai quaderni o alla cartella, o che raccolgono gli adesivi che le grandi marche regalano alle fiere per farsi pubblicità. Quelli li vediamo, sappiamo chi sono, e come agiscono. Sto parlando di gente che si muove con la circospezione che è delle spie navigate, che non si riesce mai a cogliere sul fatto.

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Il prodotto del loro passaggio, adesivi che non puoi ricondurre a qualcosa di specifico, fanno capolino ovunque. Pali dell’elettricità, lampioni, bidoni della spazzatura. Segnali stradali, davanti e dietro. Sulle cassette per la raccolta postale. All’entrata dei caselli autostradali e nelle aree di servizio sono presenze immancabili. Pensate a un posto qualunque, date un’occhiata la prossima volta che passate, se avete un dubbio, e avrete la conferma che lì è passato un adesivista. Credo che gli adesivi rechino un messaggio, che gli adesivisti abbiano una missione da compiere: non avrebbe senso un così trafelato impegno, messo in atto da tempo immemore, senza sosta. Non è possibile pensare a un esercito, benché invisibile, così agguerrito, che non abbia uno scopo. Perché la prima cosa che viene in mente è che gli adesivi costano, e nemmeno poco. Bisogna farli stampate in tipografia, e magari a monte c’è anche un prezioso, lungo, lavoro di grafica, e anche questo potrebbe essere costato. Dunque, per prima cosa, chi finanzia gli adesivisti?

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Il tenore di un adesivo può andare da The Beautiful Beard – is not a berber shop but a musical project a What a chaos – con la “a” rovesciata – in caratteri che richiamano la filosofia punk del tipo “vai e distruggi ogni cosa”. Visti entrambi in un’area di servizio sull’autostrada A1. Il primo recava un bellissimo logo, apparentemente faceva riferimento a una band della quale su Internet non c’è traccia. Ma What a chaos, nudo e crudo,  che significato ha? È lo stesso di andare dal tipografo e spendere qualche centinaio di euro per farsi stampare un adesivo, da appiccicare dove capita, che dice qualcosa come: “Che bella giornata” o “Ehilà!”. Capite perché dietro agli adesivi ci deve essere un messaggio?

A Formigine se ne trova in abbondanza uno che recita: Save the Italian free flowing rivers. Firmato, KFF. Il mistero si addensa. E un altro Vecchie BG Modena 1975, Vecchie Brigate Gialloblu Modena, questo dalla paternità di facile attribuzione: la frangia più appiccicosa del tifo calcistico modenese. Ma loro sono finiti lì in mezzo per caso. Solo perché usano lo stesso veicolo per avere una voce oltre lo stadio.

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Ma torniamo al punto di partenza. Questi sono tempi nei quali è praticamente impossibile restare invisibili. Ci sono telecamere a ogni angolo. E gente che scatta foto coi cellulari, che registra, si affaccia alla finestra, al balcone, al portone di casa, che gira con le mani in tasca e scruta. Ne sanno qualcosa gli uomini, soprattutto quelli di una certa età. Quella nella quale la pipì scappa non solo più frequentemente, ma è sempre più difficile da trattenere. Con una tale urgenza, e così dolorosamente talvolta, che piuttosto di rischiare di fartela addosso preferisci correre il rischio di essere visto. E visto, tu che non appiccichi adesivi, lo sei sempre.

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Se vi apprestate a un tragitto in autostrada di una certa distanza, l’uomo che urina sul guardrail non mancherà ai vostri avvistamenti. Ma di uomini colti a mezza strada dal dolore che comporta la vescica trattenuta piena per lungo tempo, in obbligo di svuotare o scoppiare, ne ho visti ai più disparati angoli. Io stesso sono stato ‘vittima’ della circostanza: e per quanto abbia cercato il pertugio più oscuro disponibile, l’albero dalla circonferenza più ampia, il muro più alto, il cespuglio più frondoso, dopo avere sbirciato a 360° e non avere notato traccia di vita umana a perdita d’occhio, ecco che nel momento in cui ti lasci andare si apre una finestra in alto, si spalanca un portone in fondo, si scoperchia un tombino là sotto, compare un cacciatore mimetizzato nell’erba, si palesa un gruppo di bird-watcher da un fosso. Arriva l’uomo col cane. Implacabilmente.

Agli adesivisti questo non succede. Nessuno li coglie sul fatto di appiccicare alcunché. Penso siano addestrati. Così bene da rendersi impalpabili. Insisto: non ne ho mai visto uno in azione, e non può essere un caso. Sospetto ci siano dei campi di addestramento che nemmeno i foreign fighters… Solo, vorrei sapere cosa cercano di dirci, cosa vogliono farci sapere. Un momento. E se invece fossero da associare agli avvistamenti UFO?

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Devo fare delle ricerche per vedere se in prossimità degli avvistamenti la gente ha notato la presenza di adesivi apparentemente senza senso. Apparentemente messi lì per caso. A parte quelli delle Vecchie BG 1975. Che magari, con la solita spocchia del benpensante, ho sottovaluto. E invece sono loro che stanno mediando a suon di adesivi con gli extraterrestri – tenendoli buoni in un dialogo serrato – e ci hanno salvato sin qui dall’invasione. Non degli adesivisti. Ma degli Adesiviani. From outer space!

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