Disconnected Book Cover Disconnected
Airbag
Progressive, Post rock, Alt rock
10 6 2016
N
Karisma Records KAR111CD

 

Se siete un po’ giù, o anche peggio in fase depressiva, evitate questo disco. Non che sia brutto. Tutt’altro. Il pericolo consiste nel fatto che, al contrario, è dotato di un certo fascino. Di un mellifluo retrogusto che culla dolcemente e spinge all’ignavia, quella condizione nel quale il depresso affonda quasi con compiacimento. Che porta a vagheggiare e vaneggiare, a scapito dell’azione. Una sorta di ragnatela dai fili imbevuti di melassa dalla quale potreste ma non vorrete liberarvi. Quel senso di imponderabilmente malato – o ipocondriaco – nel quale crogiolarvi: per rimanere incollati alle pene di una storia d’amore sofferta, di una vita che non ingrana, di un fato che sentite antagonista.

Ma gli Airbag sono norvegesi, una certa brumosa tendenza è tipica della loro indole. Dopo due EP iniziali, con Disconnected giungono al quarto disco, per una etichetta dal nome che - nonostante lo spelling leggermente diverso - un piccolo brivido agli amanti del Prog rock lo dà sempre: Karisma.

Siamo, musicalmente, tra i PT/Steven Wilson e i Pink Floyd del Gilmour ‘un uomo solo al comando’. Un pizzico di Radiohead/Sigur Ros soprattutto sul finire. Coordinate lontane solo sulla carta. Perché tutto oggigiorno si confonde. Soprattutto se si inseriscono i dischi dei Pink Floyd nella categoria Progressive rock.

C'è abbondanza di chitarre elettriche ariose e turgide di melodia. Una voce dall’inflessione melanconica, qualche accelerazione e alcuni strappi energici; ma una ritmica che non offende, né le orecchie né il buon gusto. Qualche malia che non lascia scampo: Slave ("but you make me so small / you break me down and leave me wanting so much more / but can't be a slave again / to come back to me I write here all alone").

Tutto facile – detto con accezione niente affatto negativa –, fin dai titoli che si definiscono in una sola parola: Killer, Broken, Slave, Sleepwalker, Disconnected, Returned. Non un concept ma un lavoro con un filo conduttore: sei storie di persone disconnesse dal mondo che li circonda. Facile dalla copertina che gioca sulla finta monocromia, sul modello di The Black Album dei Metallica. Facile dal nome del gruppo che più banale non c’è (ma è il titolo di un brano dei già citati Radiohead). Dalla musica che ti prende al primo ascolto.

Calcolata o spontanea questa sfrontata immediatezza? Naturale o ricercata questa o quella somiglianza così smaccata? È un gioco ambiguo ma funziona. Ci si cade come dentro un pozzo oltre il quale ti sporgi per indovinare dov’è il fondo. Che non arriva.

Inizi ad ascoltare senza concedergli molto, in maniera un po’ distratta, poi mano a mano vai avanti fino alla fine, porgendo sempre un orecchio, senza alcuna fatica. Facile.

"Hold me tight / and don’t look away / ask me how I fell / or how I make it through the day" (Broken). Semplice, ma quanto mai carico di vita.

Una nota sul sito della band: se provate a visitarlo potete rimanere una settimana davanti all’interruttore della copertina, su sfondo nero che gira all’infinito, senza riuscire in alcun modo a entrarvi. Gli Airbag non hanno voglia di comunicare ma la trovata è sottile. Disconnected, appunto.

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