Hawaii Book Cover Hawaii
Aisles
Progressive rock
29 7 2016
CD, download
Cile
Presagio Records, PRCD1104
38’ 12” + 43’ 39”

 

In un ipotetico viaggio del mondo fatto attraverso i paesi dove si suonava Progressive rock negli Ottanta e Novanta, ma forse anche negli stessi Settanta che ne furono culla e letto con baldacchino, 80 bandiere sarebbero state più che sufficienti. Oggi non basterebbe appuntarne 800, sulla carta geografica ben distesa. Benché il Prog rock non sia certo il pane quotidiano di TV, radio e magazine musicali.

Gli Aisles ad esempio sono di base a Santiago del Cile, paese che uno si aspetta – stupidamente, ovvio – debba sfornare gruppi come gli Inti Illimani fino alla fine del tempo. Il loro Hawaii non è una novità: ma ho già scritto, mi pare, forse detto, forse solo pensato, ma lo ribadisco, che se siete alla ricerca spasmodica della novità vi conviene cercare da altre parti. TAROT si adopera per la qualità, il valore, che non sempre si riescono a cogliere in tempo reale.
Il tempo è una rete dalle maglie molto ampie, parecchie cose ci scivolano attraverso e si perdono in mare aperto. Riuscire a recuperare quello che è sfuggito nella corrente, talvolta vale più che intestardirsi a setacciare con certosina attenzione l’ultima pescata.

Il quarto disco della band sudamericana, del 2016, è arrivato a tre anni di distanza dal predecessore dopo un restyling in ambito di line-up, il fulcro della quale è rappresentato fin dall’inizio dai fratelli German e Sebastian Vergara. L’attesa è stata lunga, per i fan, ma le aspettative non sono andate disattese. Hawaii è doppio CD dal packaging sontuoso. La forma c’è. Cosa resta di meglio se non infarcirlo con un concept, la mossa immancabile di chi fa Prog rock sul serio e vuole sbancare? C’è anche quello. Servito sotto forma di trip fantascientifico a base di sopravvissuti alla distruzione della Terra che, nella veste di coloni col compito di salvaguardare la specie, si sono sparati nello spazio.

Gli Aisles ci sanno fare. Partono con una intro strumentale a là Gino Vannelli dimostrando che gli strumenti li sanno padroneggiare. Ma non ci mettono molto a chiarire che hanno capito cosa vuole dire fare buona musica: va bene la tecnica, ma quello che fa grande una composizione è la melodia che affonda nella testa dell’ascoltatore come un paletto nel cuore di un vampiro. The Poet – Part I, Dusk e The Poet – Part II, New World ne sono portatori sani. Due dardi lanciati con perizia che colpiscono il bersaglio al centro.
Year Zero che mescola le atmosfere più delicate dei migliori Marillion e degli ultimi Pink Floyd ai loop di certa elettronica da Space rock, Upside Down dettata dal pianoforte ma l’episodio meno riuscito della prima parte, e i dodici minuti di CH-7 che si concentra sui dettagli e sforna un riff di tastiere che non si scorda, certificano la bontà di metà dell’opera.

Il secondo CD non è all’altezza del primo, ciononostante non difetta di episodi di pregevole fattura. Su tutti Terra, che nasce sommessamente sulle note di una chitarra acustica per crescere fino a diventare un inno, e Pale Blue Dot che disperde nell’aria vaghe eco di Echolyn (la band americana); la teatrale Still Alive e la convulsa Club Hawaii che si distingue tanto per i break strumentali quanto per il battagliare vocale tra molteplici personaggi. Infine Falling per soli voce e pianoforte, e la cantilenante, tendenzialmente psichedelica, In the Probe.

Se in Danimarca c’è del marcio, in Cile fanno musica prog che vale la pena sentire e raccontare.
Rimango in attesa di altre piacevoli sorprese perché mai come adesso è arrivato tanto Prog rock di buona fattura dai recessi più reconditi del pianeta. E se quello che narrano gli Aisles è futuribile come certe intuizioni di Isaac Asimov, allora un giorno arriveranno segnali prog perfino dallo spazio…

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