Intervistato nel 2002, Mark Williams, firma storica del Melody Maker negli anni ’70, considerato uno dei più grandi giornalisti musicali inglesi ma oggi cronachista sportivo, sosteneva che mai come adesso c’è in giro buona musica. Finalmente una voce – esperta – che esce dal coro. Finalmente qualcuno – di accreditato – che non sta a frignare sui bei tempi andati che non torneranno più. Benché io sia un nostalgico – ma l’accumulare degli anni spinge in quella direzione – sposo la tesi di Williams: solo che oggi, se vuoi trovare quel buono del quale parla il giornalista, devi darti parecchio da fare.

Ai bei tempi passati che non torneranno più bastava uscire di casa e fiondarsi in uno dei tanti negozi di musica che punteggiavano tutte le città, perfino i paesi di provincia, per stare al passo e comunque venire a conoscenza di cosa succedeva nel mondo della musica. E sfogliare un paio di giornali specializzati, o poco più, dove si concentravano le recensioni delle novità. Quello che sfuggiva si recuperava alla radio, quando esistevano le radio libere. Diverse da quelle commerciali. Senza considerare che le nuove uscite, negli anni ‘60/’70, rispetto a quello che accade oggi erano una manciata.

Adesso, con la scomparsa della discografia come la conoscevamo, e l’abbattimento dei costi di produzione di un disco, l’offerta è moltiplicata in modo esponenziale. Impossibile venire a conoscenza di tutto, anche relativamente a un solo genere. Si sono moltiplicate come conigli le micro etichette, si moltiplicano come topi i siti che parlano di musica, attendibili o meno, che fanno le pulci a tutto. Dai dischi stampati in 1 copia, a quelli che puoi comprare solo in Micronesia. Per venire a capo di qualcosa di buono devi saperti destreggiare tra centinaia di proposte ogni mese, tra migliaia di recensioni, impiegare tempo, metterci impegno. Capire chi sta scrivendo degli amici, e degli amici degli amici. Chi non può o non vuole fare un torto all’etichetta. Insomma è un lavoraccio. E neppure ben retribuito. Al contrario, dispendioso: fare l’ascoltatore, appassionato, soprattutto se non sei settario e ti limiti a un solo orticello (che abbiamo detto essere comunque estremamente frequentato, non voglio contraddirmi), che compra i dischi – anche solo via internet/posta – può essere molto costoso, e faticoso.

Questo lungo incipit per arrivare alla semplice conclusione che per scovare Amerigo Verardi e la sua musica, in mezzo a tanto bailamme, bisogna mettersi lì col setaccio, come un cercatore d’oro in riva al fiume. Ci vuole tempo, pazienza, ma se qualcosa di suo finisce nelle maglie della rete, puoi stare certo che è qualcosa di prezioso, una pepita. Sonora.

Lo è Hippie dixit, il doppio CD uscito alla fine del 2016. Ma quando ascolti un disco di questa qualità, non ti basta fermarti alle sensazioni che genera la musica, vuoi sapere cosa c’è dietro. Amerigo si è prestato con gentilezza a svelare qualcosa del doppio CD, della sua e della musica in generale, di altri argomenti che lo toccano. Con parole intense quanto la musica che fa.

Roger Daltrey ha detto poco tempo fa che Internet ha distrutto l’industria discografica e dunque non vale la pena fare un altro disco. Tu un altro disco lo hai fatto, addirittura doppio, un suicidio…

Roger Daltrey non ha tutti i torti. Ma il mio l’ho pensato più come un viaggio che come un disco, era qualcosa di cui sentivo il bisogno, e di sicuro non l’ho mai messo in alcun modo in relazione con la cosiddetta industria discografica, ma solo con me e con le persone che lo avrebbero ascoltato. Quindi penso che possa ben valere un sacrificio economico e di energie per realizzarlo. Credo che Michele Bitossi della Prisoner Records, l’etichetta che ha pubblicato Hippie dixit, potrebbe dirti la stessa cosa. Gli sono sinceramente grato. E comunque Internet mi è stata di grande aiuto perché, come qualsiasi cosa, può essere una risorsa importante se ne fai un buon utilizzo.

Per tornare al discorso dei bei tempi andati, spesso mi domando se stiamo davvero vivendo un tempo di crisi come mai in precedenza, o è solo quello che vogliono farci credere. O quello che percepiamo perché non siamo in grado di discernere tra i milioni di fonti che ci bombardano di notizie, lo stesso che succede per le informazioni discografiche. Come va interpretato il tracollo dell’industria musicale vecchio stile? È la fine di tutto? Oppure l’aprirsi di nuove opportunità, come suggeriscono le menti più spregiudicate rispetto alla ‘crisi’?

Almeno in Italia, è il declassamento della cultura a suppellettile di lusso, e non è l’industria musicale ad aver sancito la fine di un’epoca. Noi siamo davvero in pericolo perché, e dirò una banalità ma non c’è niente di più vero, la cultura e l’arte rendono le persone più autonome nel pensiero, nelle scelte e anche nelle passioni. E chi detiene il potere con fini esclusivamente personali e di casta, non ama trovarsi di fronte persone libere. Devo ammettere che non mi fa piacere vedere tanti musicisti, giovani e meno giovani, accettare qualunque compromesso, non solo artistico, pur di apparire, mettersi un quarto d’ora in vetrina, sognando magari di starci tutta la vita. I giovani hanno questa smania di apparire, e ovviamente posso capirlo. Ma quelli con più esperienza a volte mi sembrano proprio mancare di coraggio e di personalità, e questo mi pare già più deludente. Le migliori opportunità che questo periodo ci offre e che converrebbe coltivare sul serio, a mio parere, riguardano una maggiore consapevolezza e una crescita etica e spirituale. Penso che proprio in periodi oscuri come questo, in cui il materialismo, l’arroganza, l’egoismo e la superficialità sembrano contaminare pesantemente la vita quotidiana, sia utile fare uno sforzo per non farsi trascinare dalla corrente, cercando di andare in controtendenza e provare a offrire il meglio di sé, in tutti i sensi.

C’era una volta una discografia composta da entità gigantesche che creavano i divi irraggiungibili, icone venerate come dei. Se non fai parte della pattuglia che si assottiglia sempre più dei nomi di punta delle sopravvissute Big Three (Sony, Universal, Warner), sei mediamente un musicista che sempre più spesso assume i contorni di uno che sgobba come tutti: dal vivo si fanno gli house concert perché non si riesce più a suonare nei locali, e per fare dischi ci si affida al crowdfunding, come Produzioni dal basso, un sistema che azzera la distanza che c’è tra la rock star e il fan, che mette il musicista e l’appassionato sullo stesso piano. In un certo senso è come dire “gente, ho bisogno del vostro aiuto”. Cosa che a mio modo di vedere non è affatto sconveniente. Come chiedere un piccolo prestito. Che le banche non ti danno più, mentre la gente comune, la fiducia la concede se sai chi sei. Almeno artisticamente.

Beh, non so se per me sia andata proprio così. Nel senso che non ho pensato “ho bisogno del vostro aiuto”, quanto piuttosto “sto facendo una cosa bella, vi fidate di me?”. Perché credo che la fiducia sia un altro di quegli elementi da riscoprire, coltivare e diffondere. La fiducia andrebbe però meglio controllata e direzionata, perché non si spiega come mai guardiamo con diffidenza e sospetto il povero, l’immigrato di colore, magari anche il nostro vicino di casa, e in generale il “diverso da noi”, mentre invece ci fidiamo di certe facce da culo a cui concediamo perfino di governarci, gli stessi che poi ci stanno letteralmente derubando del presente e anche del futuro. Vabbè, a parte questa digressione, devo dire che il crowdfunding è stata un’esperienza bellissima, andata ben oltre ogni buona aspettativa. Ho scelto Produzioni dal basso  perché mi sembrava la piattaforma più in linea con il mio modo di essere, e sono felice di aver fatto questa scelta. Se poi il crowdfunding rappresenti il futuro per il finanziamento e la divulgazione della musica, non potrei dirlo. Anzi, per la verità mi pare un po’ azzardato pensarlo. Ma, come dicevo prima, la questione non è tanto la cosa in sé ma la maniera in cui viene utilizzata. Se oggi al musicista si chiede di pagare di tasca propria le registrazioni, la grafica, la stampa, la distribuzione, il servizio fotografico, la promozione e il videoclip, non ci si può sorprendere che si rivolga allo strumento del crowdfunding per provare ad arginare l’emorragia di spese.

L’aspetto tradizionale della musica che è andato veramente perduto, negli anni della rivoluzione digitale, e insieme all’abbattimento della produzione di supporti sonori, è che per i nomi medio/piccoli è diventato difficilissimo suonare dal vivo. Paradossalmente è più facile trovare un ingaggio se sei fai le imitazioni, le cover. Il falso oggi ha più valore dell’originale. Cosa valida nell’insensato mondo delle musica. Perché un tarocco di Gucci lo puoi portare a casa per 10 euro. Allestire un tour, o suonare una sola data comporta superare insidie come cachet miseri, spese di trasferta, anche accoglienza indegna da parte dei locali. Parecchi esempi insegnano che oggigiorno può essere più proficuo fare un filmato accattivante, piazzarlo su youtube, e con po’ di dimestichezza coi cosiddetti social renderlo virale.

I cachet insufficienti rispetto alle spese di viaggio rendono insostenibili i tour per un artista come me che pure amerebbe portare in giro la propria musica. Mi piacerebbe andare in tour con una band, ma non potrei davvero garantire un sia pur minimo rientro economico ai musicisti. Vi sono sempre più locali, soprattutto nelle grandi città, che non garantiscono né un cachet fisso né vitto e alloggio, chiedono che sia tu a pagare la quota SIAE e, nel caso tu non raggiunga un numero minimo di presenze, ti obbligano anche a pagare il personale del locale. Non voglio giudicare niente e nessuno, ognuno può speculare come vuole sull’argomento e tirar fuori le tante ovvie, e meno ovvie, ragioni che hanno portato a questo. Sto solo dicendo che dal mio personalissimo punto di osservazione non sono in grado di accettare questo tipo di condizioni, né professionalmente né eticamente. Il videoclip è una cosa che mi interessa, ma non credo possa minimamente sostituire l’emozionalità che nasce da un concerto dal vivo.

Hai alle spalle anche esperienze da produttore, pure con band che poi sono esplose come Baustelle: qual è il tuo modo di lavorare come produttore, e ti è mai capitato di esserti pentito di avere accettato un lavoro, dato che sempre più spesso sentiamo di musicisti e produttori che lavorano in clima tutt’altro che amichevole?

Il mio approccio alla produzione è da una parte musicale-artistico, dall’altra umano-psicologico. Il mio intento è sempre quello di mettermi al servizio di un artista – o di una band – cercando di tirare fuori il meglio dalla persona e dal musicista. E per far questo ci sono ovviamente diverse strade da prendere in considerazione e poi da percorrere, a seconda degli obbiettivi dell’artista. Di sicuro, ho imparato a controllare, e spesso mettere del tutto da parte, il mio ego. E nel tempo, questo esercizio ha pagato e mi ha fatto indubbiamente del bene. Generalmente ho sempre preferito lavorare con chi è al primo disco, perché amo quell’attitudine naif di chi manca d’esperienza ma ha talento, coraggio ed entusiasmo da vendere. Come appunto i primissimi Baustelle. E anche in questo ambito l’elemento ‘fiducia’ è fondamentale, e te lo devi saper conquistare. Sinceramente non mi sono mai pentito di nulla di tutto ciò che ho realizzato in ambito di produzione artistica. Anzi, posso tranquillamente affermare di sentirmi in debito con ognuno degli artisti per cui ho lavorato perché, mentre cercavo di fare il meglio per loro, da loro ho anche imparato tantissime cose importanti sia a livello musicale che umano.

Dato il tuo eclettismo, non ti annoia un po’ questa etichetta da ‘psichedelico’, la prima cosa che dice chi ti conosce nel parlare di te?

Devo dirti onestamente che non ho mai dato troppo peso alle definizioni su di me e sulla mia musica. Capisco che chi ti ascolta e magari deve anche scrivere di te, ha da inventarsi qualche parola chiave per farsi capire. Che poi questi termini abbiano davvero a che fare con il mio essere musicista, è un altro discorso. Comunque a questo giro ho letto opinioni molto interessanti su Hippie dixit, e forse ho ricevuto le recensioni più belle, intelligenti e lusinghiere di tutta la mia carriera.

Parliamo di Hippie dixit: perché per lanciare una critica sul modo di tramandare la storia hai preso come emblema la Sicilia (Due Sicilie)? A tale riguardo, inoltre, visto che fortunatamente si cominciano ad aprire crepe nei resoconti, cioè ci sono storici, e scrittori, e registi, o autori come te, che iniziano a fare trapelare la cruda verità, non credi che la reazione della gente sia comunque troppo flebile? Intendo dire, credo che non ci sia modo di ripristinare una visione consolidata e distorta della storia perché troppo radicata, e si potrà cambiare qualcosa, solo e se, quando si riscriveranno i libri di scuola, per i ragazzi. Altrimenti saremo sempre “italiani brava gente” nonostante gli africani sterminati col gas in Africa durante il secondo conflitto mondiale e i campi di concentramento in Jugoslavia.

Infatti, Andrea, è proprio questo il punto. La strage e il sacco delle Due Sicilie, con il conseguente occultamento della verità, è un fatto emblematico semplicemente perché è l’atto con cui nasce l’Italia. Quello che penso è che tutta la nostra storia, dall’Unità in poi, è stata influenzata dai risvolti negativi –  vogliamo chiamarlo karma? – di questo crudele e ignobile atto. Ogni nefandezza della nostra storia recente è figlia di quelle stragi, ogni mistero irrisolto è figlio di quella menzogna, di quel ‘peccato originale’. E fino a quando non sarà ristabilita e diffusa la verità sulla shoah con cui il Piemonte ha di fatto depredato e devastato il sud d’Italia, questo paese non potrà mai considerarsi un paese libero.

Le cose non girano più e A me non basta, già dai titolo suggeriscono che c’è qualcosa che ci circonda che non ti piace. Tu canti “meglio andarsene ora che le cose non girano più?”: pensi che sia meglio andarsene, e sai bene quanto si parla di fuga dei giovani dal nostro paese, oppure darsi da fare per migliorare il luogo – congruo o mentale che sia – nel quale ti trovi?

Nel brano canto “meglio andarsene adesso che le cose non girano più?” con il punto interrogativo, e poi aggiungo “o è meglio prendersele in faccia le cose che non girano più?” sempre con il punto interrogativo. Ovunque ti trovi, credo che sia naturale e anche giusto provare a migliorare quello che hai intorno, anche se l’impegno principale e anche più complicato rimane quello di cercare di migliorare se stessi. Le cose non girano più mi è stato vagamente ispirato dalla crisi della Grecia e da quello che analogamente potrebbe presto accadere anche in Italia. Osserviamo impotenti il disastroso fallimento morale, culturale ed infine economico di una nazione dal passato straordinariamente glorioso. Mi sto chiedendo da diversi anni quale può essere l’atteggiamento migliore da adottare in questo oscuro scenario che avanza. Qualche anno fa ho scritto Un’onda non frena e non la freni tu, in cui ho riversato questa specie di apocalisse che intravedo all’orizzonte. È una fortuna e un privilegio poter osservare le cose esprimendosi attraverso l’arte. Mi rende più sereno poter sfogare la mia angoscia e la mia rabbia attraverso la musica e le parole delle canzoni. Da quel punto privilegiato posso guardare le cose decadere, e in certi tratti trovarle perfino affascinanti. Posso scriverci su un ritornello allegro che ti fa saltellare come un bimbo, tipo Le cose non girano più!.

Come si fa a liberarsi delle Pietre al collo?

Basta arrivare ad essere coscienti dei pesi che ci portiamo addosso. La consapevolezza di sé fa parte di un percorso, e così anche il riconoscere ciò che ci impedisce di crescere, di scegliere, di trovare la nostra strada. Essendo pietre molto pesanti, provare a liberarsene è il naturale sforzo successivo.

Viaggi di Paolo e Korinthos sono due lunghi brani coraggiosi, psichedelici – l’ho detto! -, in gran parte strumentali, ispirati da S. Paolo, dove citi parole tratte dal Nuovo Testamento. Puoi spiegare da dove nasce questa suggestione? Parli di Gesù anche in Chiarezza, una delle canzoni più belle di Hippie Dixit: sei credente?

Sto percorrendo un sentiero, il mio sentiero. Io penso che nel Nuovo Testamento e nella storia di Gesù siano contenuti, sotto forma di sapiente metafora, di simbolo, i tratti di tutto ciò che riguarda il nostro essere e l’essenza delle leggi che regolano la vita stessa e l’intero universo. Ma anche nei libri sacri indù, o anche di altre religioni, vi sono rappresentati miti e misteri fondamentali per la comprensione del tutto. Il mio è un coinvolgimento semplice e sincero, in quanto mi sento parte di tutto questo. La musica, ancora una volta, mi toglie dall’imbarazzo di dover definire certi sentimenti attraverso concetti razionali. Io cerco la bellezza e la luce, e nei brani che hai citato provo a descrivere il percorso di questa ricerca. Penso che addirittura si possa anche percepire il mio abbandonarmi alle imprevedibili traiettorie di questo viaggio. In Chiarezza è fortemente presente l’elemento femminile, che per me è già sinonimo di bellezza. Anche in Gesù c’è un forte elemento femminile che sta tutto nella sua sensibilità, nella sua dolcezza, nel suo sopportare il dolore, ma anche nelle sue umane debolezze. Il brano è denso di simboli e anche di richiami a fatti reali. Uno di questi è legato a una giovane ragazza che ho visto gettarsi dal sesto piano, atterrando poi a pochi passi da me. Ho pensato che doveva essere stato proprio un Giuda ad impossessarsi della sua volontà e a trascinarla al suolo. Il brano l’ho idealmente dedicato a lei, come un caldo abbraccio che protegge dalle intemperie e dall’oscurità, per accompagnarla verso la luce. Ma in Chiarezza c’è anche la solitudine e la paura di essere abbandonati. Si parla di coraggio e di vigliaccheria, di pregiudizi e di rassegnazione, di salvazione e di dannazione. Ma il finale è pura luce. E’ indubbiamente uno dei miei brani preferiti, musicalmente arricchito da due amici che hanno dato un fantastico contributo: Ilenia Protino alla voce e al basso, e Andrea D’Accico alla chitarra solista.

Vivi in una regione del centro-sud considerata molto particolare, che rappresenta un po’ quello che l’Emilia Romagna era per il centro-nord 30/40 anni fa, una regione piena di fermento anche per le arti, dove si fanno cinema e musica… a vederla dalla mia distanza, per lo meno. Tu come la vivi, la tua terra ti dà qualcosa in più in termini di ‘ispirazione’, oppure la globalizzazione ha resettato tutto anche lì? In altre parole, essere un brindisino a Brindisi equivale esserlo a Timbuktu?

La terra che abbiamo sotto di noi, le piante secolari e le onde del mare parlano e parleranno sempre a coloro che vogliono o sapranno ascoltare. E ogni terra ha la sua lingua, il suo odore, i suoi frutti, il suo grado di inclinazione rispetto al mare. La Valle d’Itria, ad esempio, è davvero un luogo magico. Ho amato le colline e i trulli di Cisternino fin da bambino, e non mi sono sorpreso del fatto che il grande Guru indiano Babaji abbia indicato proprio quei luoghi per edificare il primo ashram in Europa a lui dedicato, Bhole Baba, alla fine degli anni ‘70. In Hippie dixit c’è il mio personale tributo a quella terra e all’ashram stesso che ultimamente ho avuto il piacere di visitare, assistendo alla cerimonia del sacro Dhuni, il fuoco sempre acceso.

Hai qualche rammarico per quanto riguarda la tua vita musicale fino adesso? Intendo dire, credi di avere perso qualche treno importante? Oppure che il treno non si sia mai presentato? O ancora, che si è presentato e hai deciso di non salirci su?

Non ho alcun rammarico. Non sono tagliato per fare affari con la mia musica, né in generale per farmi strada sgomitando. Ho sempre rifiutato di sentirmi un ‘professionista’. Sono solo una persona che cerca di fare quello che può, cercando di farlo al meglio possibile e soprattutto divertendosi. Né ho mai pensato che la mia musica potesse essere apprezzata da chiunque, anche se mi sarebbe piaciuto. Quello che so per certo è che sono nato con la musica dentro, e che sono fortunato ad aver avuto la possibilità di coltivare nel tempo questo talento e offrirlo agli altri.

Il tuo suono è internazionale, e il tuo curriculum è nutrito e importante, ma sembra che tu non sia interessato a progetti/collaborazioni con artisti stranieri che ti potrebbero aprire le porte verso l’estero e un mondo generalmente più ricettivo dell’Italia per quanto riguarda la musica rock. Ma forse mi sbaglio.

Che ci siano posti più ricettivi dell’Italia non ci sono dubbi. Io sono ancora qui solo perché amo la lingua italiana e mi piace esprimermi attraverso questa lingua. Semplicemente perché la conosco meglio dello svedese e del cinese, e quindi ho la possibilità di seguire quasi fino in fondo le conseguenze di ciò che scrivo.

C’è qualche musicista straniero col quale ti senti in sintonia e ti piacerebbe lavorare?

Non saprei, davvero. Ci sono sicuramente un sacco di musicisti che mi piacciono e con i quali potrei sentirmi in sintonia, ma collaborarci è un altro discorso. Quelli che amo di più, però, sono quasi tutti morti.

Visto che hai scritto un libro, S.I.N. – Scherzi.Improvvisi.Notturni (casa Editrice Brundisium.net), quali sono le tue influenze/ispirazioni extra musicali, se ci sono?

Beh, di ispirazioni ne ho avute e ne ho davvero tante, provenienti da tutti i campi dell’arte e non solo. In passato erano soprattutto la musica, la pittura, la letteratura e il cinema a coinvolgermi ed ispirarmi, mentre oggi mi trovo a vivere con più partecipazione il mio semplice sentire, l’empatia con i sentimenti delle persone, la magia del pensiero, il mistero che circonda i fatti stessi della vita. Sono queste le cose che sento di voler trasporre in musica.

Oltre a Hippie dixit e al libro hai pubblicato una raccolta di brani su cassetta. Insomma, sembra che per quanto riguarda le idee tu ecceda: non hai mai avuto il corrispettivo in musica del blocco dello scrittore?

Non mi sono mai intestardito nel voler produrre a tutti i costi. Quando ne sento la necessità mi metto all’opera, e così facendo è naturale che dopo un po’ venga fuori qualcosa di concreto e, forse, anche di più ‘ispirato’.

Sei indulgente rispetto a tutto quello hai inciso e fatto, oppure c’è qualcosa che ora non ti piace più?

Diciamo che i piatti della bilancia, in questo senso, sono in equilibrio.

Sei anche ideatore e direttore della rassegna YEAHJASI!: hai ottenuto ciò che ti prefissavi, e quanto è difficile ottenere ascolto da istituzioni e potenziali sponsor per organizzare tale tipo di evento?

È molto complicato quando il tuo obbiettivo è solo ed esclusivamente culturale. L’atteggiamento del ‘potere’ verso iniziative culturali senza scopo di lucro è simile a quello della scimmia che osserva una navicella spaziale. Il politico guarda con stupore e diffidenza chi non ha interesse a fare affari con lui o con il suo partito di appartenenza. E questo non è solo l’atteggiamento dell’uomo di potere, purtroppo, ma spesso anche di tutti coloro che, per cattivi esempi ricevuti e quindi cattiva abitudine a praticare a loro volta, hanno imparato a essere diffidenti, paradossalmente, proprio verso le persone oneste e verso coloro che non agiscono per egoismo o per convenienza.

Manca un po’ di storia sul musicista, la lista di ciò ha inciso, che ha fatto. Ci vorrebbe un fiume di parole. Dunque dopo essermi appellato a Richard Williams mi rifaccio alle parole di Giuseppe Montesano. Che oltre a essere un bravissimo scrittore insegna filosofia. Alla domanda “cosa consiglia di leggere ai suoi studenti” ha risposto “niente”. I ragazzi devono trovare dentro di loro gli stimoli, e mettersi alla ricerca di ciò li interessa. Credo che abbia ragione. Se non conoscete Amerigo Verardi, cominciare da Hippie dixit può essere il modo più semplice per entrare nel suo mondo. Dopodiché non c’è bisogno di altri consigli. Troverete da soli voglia di sapere cos’altro ha inciso, cosa altro ha fatto. E di passare da un disco all’altro.

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