Hippie Dixit Book Cover Hippie Dixit
Amerigo Verardi
Psichedelia, songwriting
16 12 2016
I
THE PRISONER rec, TPR 010

 

Esterofilia: disfunzione mentale che prende il rockettaro medio. Quasi inevitabile caderne preda. Questione di numeri, di percentuali, di quantità preponderante di musica rock – e mille derivazioni – che arriva dal resto del mondo, dai paesi anglosassoni in particolare, quelli che il rock l’hanno inventato e alimentano in primis. L’Italia è il paese del Bel Canto, della classica, soprattutto della musica leggera, del pestilenziale Festival di Sanremo al quale nessuno riesce a resistere: cantanti, autori, presentatori, giornalisti. Da strapazzo. E pubblico, tanto. La nazione per una settimana ha un unico centro di 'grevità', si specchia nel vuoto totale che riflette la manifestazione in tutte le sue componenti e si sente appagata. Lo Stato le dà quello che vuole. Poco panem, quanto basta per sopravvivere, et circenses da quattro soldi: almeno si scannassero come facevano nell’arena 2000 anni fa, e vincesse davvero il migliore dei peggiori. Ci libereremmo di un po’ di figurine bidimensionali.

Ma di tanto in tanto, dall’italietta che si arrabatta musicalmente, ecco spuntare la piacevole sorpresa. Amerigo Verardi, in realtà è piacevole, nella sua offerta sonora, ma non è una sorpresa. Il suo è un ritorno. Il musicista e produttore, ora anche scrittore, è un veterano  che nel 2017 taglia il ragguardevole traguardo dei 30 anni di musica senza compromessi. Che sembra un’azione eroica, e oggigiorno lo è. Ma sarebbe la condizione dell’artista che produce arte  con il solo scopo di fare quello. Il mercato è un’altra cosa: dare alla gente, alla massa, ciò che vuole è un’aberrazione. È il Festival di Sanremo.

Tra le passate esperienze di Amerigo non si può mancare di ricordare gli inizi con Alison Run e Betty’s Blues, che hanno ricevuto anche il plauso della stampa inglese, la bella parentesi dei Lula negli anni ’90, il progetto Lotus agli albori del nuovo millennio, e il lotto dei lavori da solista, del quale Hippie Dixit è il più recente. Doppio CD che sembra ‘prendere tempo’ così come chiederne: contro corrente, per quelle che sono le regole dell’odierno gioco, che è odierno da tempo sempre più lungo e insopportabile: correre, consumare e bruciare, tutto, i manufatti come le esperienze umane. Anche gli artefatti della (anti)cultura.

Hippie Dixit si muove sinuosamente, in un certo qual modo imprendibile, a tratti indefinibile, tra quei sentieri che Verardi, si dice, ha sempre percorso con diletto e autorevolezza. Amerigo è un ammiratore di Syd Barrett, lo si è sempre intuito. Ma anche autore di un rock-pop sottile, fatto di sfumature e dettagli, che flirta con la tradizione. Ma oggi, più che riferimenti sonori precisi, nel suo modo di fare (musica), di quella psichedelia che tanti sbandierano come il vessillo della giusta causa a prescindere, resta soprattutto l’attitudine: di provare in laboratorio formule, massime, composizioni, senza paura che la reazione chimica e la provetta gli scoppino tra le mani. Aggiunge elementi (etnici), mescola polveri (cantautorato), cambia la percentuale dei componenti (psichedelia). Rimescola. Riscalda. Aggiunge cantilene che sanno di rito magico, parole che hanno la valenza di suoni, e altre che assumono la consistenza dei concetti. Resoconti di storie personali, e quelle più ampie, ed empie, di un mondo che perpetua gli stessi errori eppure genera imprevista speranza.

In questo ottiene un disco che funziona. Un doppio disco che funziona, anche più difficile. Per 14 brani, molti dei quali lunghi, estenuanti per l’ascoltatore medio nell’era del singolo/video, o del remix seriale, ma calda risacca nella quale immergersi per lunghe sedute di ascolto tipiche di coloro che hanno ritmi che non collimano con i tempi di questi giorni frenetici.

Un lavoro, Hippie Dixit, che si guadagna il rispetto dei detrattori della musica italiana, che per tutto l’arco del corposo ascolto rende immuni, anche me, dai pericolosi effetti dell’esterofilia. Da assaporare con ammirazione perché toglie l’amara sensazione del sentirsi sempre culturalmente gli ultimi della lista. Che può fare il giro del mondo senza temere di essere confinato dai e nei suoi suoni, finanche dalle parole.

Ecco cosa potrebbe fare la RAI, intesa come azienda di Stato, dato che questo è il momento: rinunciare a una sola delle due vallette cerebrolese che accompagnano il presentatore del Festival di Sanremo e investire i soldi del suo compenso per finanziare un tour di Amerigo Verardi negli Istituti Italiani di Cultura e in altre sedi da concerto sparsi per il globo: un'iniziativa che potrebbe aiutare gli italiani all’estero, ma anche l’opinione pubblica straniera, a cambiare l’idea che abbiamo esportato – e perdura – della musica moderna italiana:  così da evidenziare come “Lasciatemi cantare/Perché ne sono fiero/Sono l'italiano/L'italiano vero” non solo era cibo di scarsa qualità per le menti, ma ora è assolutamente scaduto e nuoce gravemente alla salute (mentale).

 

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