Anais Drago & The Jellyfish Book Cover Anais Drago & The Jellyfish
Anais Drago & The Jellyfish
Jazz-rock
6 9 2018
CD, LP, download
Italia, Francia
Another Music records - AMr_006 Geometric Series
41’ 34”

 

Che temperamento questa ragazza. A 25 anni, dopo essersi diplomata al Conservatorio di Castelfranco Veneto, e dopo una conseguente laurea in composizione e arrangiamento – con il massimo dei voti e menzione di merito –, si mette a capo di un settetto, lei stessa + The Jellyfish, e concepisce un elettrizzante disco di esordio che intitola un po’ troppo semplicisticamente Anais Drago & The Jellyfish.

Forse lo fa appositamente, per spiazzare doppiamente: quello che non concede il titolo offre la musica. Fantasia e bontà in quantità copiosa, come raramente capita di sentire se ci limitiamo ai dischi di esordio del nostrano panorama musicale, fatto di gente che con gli strumenti per lo più smanetta, con composizione e arrangiamento si arrabatta. Però sfonda. Grazie all’incedere grossolano e travolgente della macchina discografica – che non esiste più nei vecchi termini ma funziona ancora a dovere: ascoltate, se ne avete la forza, le cosiddette radio commerciali che vogliono imporre un brano e ‘martellano’ fino a inculcarvelo in testa. Oppure pensate alla forza che ancora oggi, e come mai prima, ha quella farsa che è il Festival di Sanremo. E che dire dei vari talent: fumo in abbondanza, ma di arrosto tanto da lasciarvi con un buco grosso così nello stomaco.

Anais Drago & The Jellyfish, invece, è un disco – grazie a Dio esiste anche la versione in CD e presto in vinile – che nessuna radio, soprattutto se commerciale, metterà in rotazione. Troppo complesso. Articolato e ricolmo di risvolti. Troppo ricco di musica che di testa arriva al cuore della musica stessa.

Ma se nessuna radio lo metterà in programmazione ripetuta, ci penserete voi che lo comprerete, a farlo. Perché alla fine di ogni ascolto del lavoro vi sembrerà di non avere colto tutto – e così è – e riposizionerete la puntina del giradischi all’inizio dei solchi – o se CD/download, dei bit. Perché l’esordio di Anais Drago ha una caratteristica che è solo delle migliori opere (anche al di là della musica): il piacere con il quale lo si ascolta abbassa la soglia di attenzione che si mette nel cercare di capire cosa si cela sotto la ‘superficie’ della fruizione per diletto.

Detto questo, risulta doveroso fare luce sulla passione di Anais Drago per un mostro sacro, a proposito di creature leggendarie, quale Frank Zappa. La strada più ovvia, che percorre la maggior parte dei musicisti che ama omaggiare (!?), ma soprattutto succhiare la ruota dell’altrui fama, è quella del tributo, più volgarmente e realisticamente definibile come (anti) arte della cover. Che francamente, per quanto mi riguarda, ha saturato il mondo della musica fino alla nausea. Anais Drago fa tutt’altro. Cita Zappa nei titoli dei brani, studia frammenti, rielabora particelle, ma artista di razza qual è si tiene alla larga dal pedissequo ricalco, o quando va bene dalla creativa rielaborazione in toto, dell’originale. Fa ben diversa operazione, si diceva, e nulla meglio delle sue parole può spiegarne il metodo di lavoro.

“Tolto Nazca Lines, in cui c’è una vera e propria citazione di un tema, nei brani restanti si tratta di frammenti melodici di una, due battute al massimo. Nel caso di Calma e leggerezza ho preso la sequenza armonica di una battuta e l’ho mantenuta costante per tutto il pezzo, lavorando di incastro tra gli strumenti melodici e cambi di groove e tempo. Le due Phialella Zappai contengono citazioni random, un paio per brano, che non costituiscono né il tema né la progressione armonica. In Zappa Changes c’è un tema di rhythm changes volutamente dissonante, quasi da banda di paese sgangherata, che si interrompe inserendo un tema zappiano scomposto in tre interventi. Provence’s Bar fa una citazione più concettuale, legata al titolo di un brano di Zappa nell’introduzione, mentre tutto il tema di contrabbasso e poi di chitarra sono miei. Anche la parte barocca riparte da mezza battuta di citazione e poi l’ho sviluppata autonomamente. SS 31 invece non contiene nulla che abbia a che fare con Zappa. Era un pezzo che avevo scritto anni fa e che ho arrangiato per il gruppo”.

Alfine, dunque, Anais Drago & The Jellyfish è di fatto un lavoro quasi totalmente autonomo. Dove trovare indizi precisi che portano a questo o quel Zappa è compito/dovere dei più profondi conoscitore del genio di Baltimora. Se proprio si ritiene sia una necessità. Ma al di là di ogni ossessione o del volere mettere alla prova il proprio naso da segugio zappiano, Anais Drago & Jellyfish è un disco che offre di che parlare, e a lungo, per merito della sua originalità. Calma e leggerezza apre a metà tra suono canterburyano e Jazz che è un piacere per le orecchie più esigenti (e le menti più aperte). Con un finale che chiama in causa perfino i Gentle Giant. Cosa che avviene anche per Phialella Zappai I, il primo brano a gettare piena luce sulle doti da strumentista della leader, che mano a mano il brano evolve strapazza il violino fino a estrarne un suono tagliente e incandescente quanto il più scafato dei chitarristi sa fare col suo strumento elettrico.

Phialella Zappai II gira soprattutto intorno alla bella prova del trombonista Gianpiero Malfatto.
Conturbante risulta il lirismo iniziale di Provence’s Bar che si tramuta in un saggio di musica classica per orchestra da camera, e anche più inebriante è il crescendo di Nazca Lines, con Anais Drago a segnare la strada per il gruppo che segue, per poi prendersi completamente la scena con un solo degno dei migliori nomi che hanno dato lustro al suo strumento nel mondo del Jazz-rock, e infine fare un passo indietro per lasciare spazio al sax soprano di Riccardo Sala mentre il gruppo continua a macinare ritmo e giocare di squadra.

Zappa Changes è il brano più eterodosso, dove in un clima quasi da cabaret sono la chitarra elettrica e la batteria a fare la voce grossa per riportare una certa solennità. Infine SS 31 – strada statale 31 – che apre con gli strumenti che, così come facevano i Kraftwerk in Autobahn, riproducono il suono di autoveicoli in movimento, o in procinto di partire, e di lì a poco si rivelano pronti a lanciarsi in una forsennata corsa, a tutta band, a tutto gas, fino al punto dove più in là – fisicamente ed esecutivamente: a fine ‘corsa’ si distingue l’ansimare di Anais alla ricerca di aria – sembra non potercisi spingere.

Tanto di cappello ad Anais Drago e ai Jellyfish, dunque. E lo stesso valga per la AMrecords che centellina le uscite ma non sbaglia un colpo. Collezionando un variegato catalogo che cresce lentamente, in maniera oculata, coniugando qualità e coraggio. Lunga vita a tutti loro: chè questa è la discografia, il modo di produrre musica, che merita di essere sostenuta in tutti i modi.

 

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