I Am Changing Book Cover I Am Changing
Ancient Veil
16 1 2017
CD
I
Lizard CD 0124
42:41

 

Un ritorno gradito e inaspettato, quello degli Ancient Veil. Sono passati, quanto?, 22 anni! Una generazione. Io c’ero, la prima volta. Ma non ricordo dove ho messo questi 8.000 e passa giorni, cifra che fa impressione. I am changing: in un lasso di tempo così ampio si cambia. I Genesis di Abacab, per quanto discutibili, ammettono la loro umanità, i segni che lascia il tempo. Anche nella testa. Nulla a che fare, in realtà, con la smania di vendere di più. Qualunque cosa tu faccia, non esiste la formula che garantisce il successo. Meglio essere leali e ammettere il cambiamento: a che scopo continuare a fare i ragazzi pieni di slancio e fantasie di Trespass? La sincerità è una dote impagabile. La chirurgia plastica, vinilica, può essere disastrosa, alla lunga. Alla stregua di quella che promette tette e culi pastosi, poi destinati ad assumere la miseranda consistenza di pere cotte.

Il titolo – I Am Changing – sembrerebbe un avvertimento. Gente, non siamo gli stessi. Aspettatevi altro. Niente brandelli di Genesis, Gentle Giant, Jethro Tull, Anthony Phillips. Che invece, puntualmente, trovate come collante a sorreggere l’intera costruzione. Tutto bello, per carità, ma altrettanto risaputo. Una scelta. Non necessariamente una colpa. C’è chi apprezzerà. Anzi, lo farà la maggioranza. Per quanto mi riguarda ci sono troppi rimandi netti – Steve Hackett, in particolare, il primo e migliore Hackett di Voyage Of The Acolyte, tra I Am Changing, Only When They’re Broken e You Will See Me – che sovrappongono il piano dell’ ‘ora & adesso’ con quello del passato.

Merito/colpa - anche - degli arrangiamenti impreziositi dalle finezze di Edmondo Romano, che offre un contributo filologicamente ineccepibile – di restauro - rispetto alla materia: il prog rock che resta prog rock pur non prog(redendo). E a onore del vero ripristina qua e là circostanze folk/etniche.

Romano è uno dei migliori musicisti, che già si stagliava con prepotenza non appena venne alla ribalta, nella prima stagione del neo-prog italiano, su una consistenza tecnica generale dei protagonisti alquanto mediocre. Nonostante si sia ritagliato la sua carriera e il suo spazio, dimostrando di sapere affrontare più generi, mi sarei aspettato di vederlo, come session man o sul palco, a fianco dei più grossi nomi della discografia nazionale. Ma lo sappiamo bene, come ti gira la vita non dipende solo dalle qualità che possiedi.

Non è mai semplice porsi di fronte a questo genere di lavori. Nel caso di Gustavo Santhiago, diciassettenne che paga tributo agli idoli ed è al primo disco di ‘formazione’, fare un autoscatto al centro di un fondale posticcio ricostruito come mezzo secolo fa ci può stare. Ma la stessa operazione perde vitalità se allestita da un manipolo di cinquantenni. Questo è un piatto per chi ama sedersi a tavola in trattoria, dove non si chiede nemmeno il menù. Quello che ti porteranno non è una sorpresa ma ti puoi fidare: uscirai soddisfatto per il buon sapore dei cibi, satollo, una spesa accettabile. Ma per festeggiare una ricorrenza da quasi 25 anni pensi a qualcosa di più impegnativo, magari nuovo, mai provato prima.

Non per buttare tutto il resto, ma la cosa più bella, e quella che ti fa rizzare le orecchie, è il minuto, staccato dal resto della canzone, che porta a compimento A Mountain Of Dust; sorta di ghost track che chiude il disco. In lontananza, smorzato, un pianoforte fantasmatico improvvisa una melodia quasi à la George Gershwin. Che non sia il caso di ripartire da lì, la prossima volta? Ma non fra altri vent’anni, perché a quel punto i miei commenti saranno rivolti a band di satanassi o cherubini.

 

 

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