Cesare – Il grande giocatore Book Cover Cesare – Il grande giocatore
Oscar Storia
Antonio Spinosa
Biografia, Storia, Saggio
Arnoldo Mondadori Editore
1986, 15 5 2018
12,7 x 19,7 cm, brossura
386
15,50 €

 

Biografia

Nato nel 1923 a Ceprano, in provincia di Frosinone, e deceduto a Roma nel 2009, Antonio Spinosa è stato un giornalista e scrittore che si è impegnato nella decifrazione di personalità storiche che hanno influito in maniera determinante sui tempi e sulla storia.

Bibliografia (parziale)

Paolina Bonaparte. L'amante imperiale (Rusconi, 1979)
Starace. L'uomo che inventò lo stile fascista (Rizzoli, 1981)
I figli del Duce. Il destino di chiamarsi Mussolini (Rizzoli, 1983)
Murat. Da stalliere a re di Napoli (Mondadori, 1984)
Tiberio. L'imperatore che non amava Roma (Mondadori, 1985)
Cesare. Il grande giocatore (Mondadori, 1986)

 

Tutti sanno a grandi linee chi è stato Giulio Cesare. Tutti ne conoscono a grandi linee le imprese belliche. Il nome che in moltissime lingue è diventato sinonimo di potere assoluto: il kaiser tedesco, lo kzar russo. Ma Caio Giulio Cesare è stato molto di più di un condottiero invincibile. E lo storico Antonio Spinosa ne traccia un ritratto esaustivo ed assolutamente affascinante.

Nipote del generale Mario, che si farà re e sarà ucciso da Silla, Caio Giulio Cesare, da uomo ancora giovane, fino intorno ai 30 anni, è l’opposto della figura radicata nell’immaginario popolare. Sorta di David Bowie ante litteram, è ritenuto uno degli uomini più belli di Roma: attento alla moda, elegante, bisessuale. Cesare si distingueva per stile perfino in battaglia:

Era elegante e raffinato anche nell’abbigliamento militare. Smaglianti erano i suoi mantelli e preziose le armature, per rendere omaggio all’irrinunciabile gusto estetico che lo animava e per farsi meglio riconoscere dai suoi soldati. L’eleganza era un vessillo e un messaggio di potere. Anche alle sue truppe imponeva armature cesellate, dorate e argentate, perché in battaglia le difendessero con maggiore accanimento.

Ma, aspetto spesso passato in secondo piano nei resoconti più frettolosi e persino nei testi scolastici, Cesare era soprattutto una persona colta. Studiava eloquenza e poesia, tanto da essere stato protagonista del Foro con discorsi ammirati, autore di raccolte di poesie e di un dramma. Aveva studiato e parlava bene il greco. Ai tempi della massima fortuna di Pompeo, quando Crasso e Cesare sono i sostenitori più autorevoli del popolo e antagonisti agli ottimati, Spinosa definisce il primo “avaro e spietato”, e Caio Giulio come “generoso e umano”.

«Era dovere di un capo» diceva «vincere non meno col senno che con la spada.» Aveva pietà anche dei concittadini che militavano nel campo avverso: perché ucciderli, quando non era necessario?”
«Cosa umanamente incredibile», scrive Velleio Patercolo, perdonò a tutti coloro che lo avevano combattuto. Generosità che gli costò cara, perché molti di coloro che lo pugnalarono a morte, Marco Bruto compreso che aveva combattuto al fianco di Pompeo a Farsalo, lo scontro definitivo che sanciva la fine della guerra civile, erano proprio stati graziati dal dittatore.

Cesare era intelligente ed equilibrato, ma sapeva essere risoluto fino alla spietatezza, quando il caso. In gioventù, come epilogo a una delle primissime esperienze militari, rapito dai pirati riuscì a ritrovare la libertà con uno stratagemma degno di Ulisse. Ma non pago di avere avuto salva la vita tornò sulle tracce dei suoi rapitori, e dopo averli fatti prigionieri li fece impiccare tutti.

Benché non disdegnasse i piaceri della bella vita e della carne e fosse pieno di debiti, Cesare non fu mai avventato nelle scelte politiche. Perfino equilibrato e giusto nel modo di gestire le province: mandato in Spagna con un incarico di prestigio si guadagnò i favori degli iberici salvaguardandone i diritti.
Benché di famiglia nobile faceva di tutto per ottenere il consenso dei populares dell’urbe, in opposizione alla oligarchia composta dai nobili ricchi e interessati solo a consolidare la loro posizione di potere.

Capace di fare calcoli ma anche di imprevisti slanci sentimentali, ancora adolescente Cesare sposa la ricca Cossuzia per volere della madre – il padre era morto. Ma poi divorzia, e in previsione di futuri vantaggi politici si lega ufficialmente a Cornelia, figlia di Cinna, della quale però si innamora e non abbandona neppure su pressione di Silla che per questo lo aggiunse di suo pugno nelle liste di prescrizione (e dunque praticamente condannato a morte).

Antonio Spinosa

Antonio Spinosa cita gli storici greci e latini Appiano, Dione Cassio, Svetonio e Plutarco, che sono spesso in disaccordo, e tra i moderni il tedesco Mommsen. Ma indipendentemente da quale fazione lo giudichi – ciechi e idealisti repubblichini o all’opposto sostenitori dell’uomo di genio in molteplici campi – non esiste il minimo dubbio sulla straordinarietà assoluta del percorso di vita del dittatore.

Parola dai contorni negativi, quest’ultima, oggi più che mai, che però alla luce dell’agire di Cesare assume tutt’altra prospettiva. Ricorda Spinosa, con grande padronanza della materia ma in un gergo alquanto arcaico se non a tratti nebuloso (cosa intende dire, per esempio, con “Bibulo che era morto per le tribolazioni della guerra”? Le tribolazioni della guerra possono essere fame, stenti, malattie, ma anche ferite. E c’è una bella differenza tra morire per fame o per ferite subite in battaglia) che Cesare:

Accordò privilegi ai municipi e si mostrò longanime con le province, ponendo un freno ai latrocini dei governatori.

Istruito, raffinato, politicamente erudito, il generale Cesare rifulse nell’arte della guerra senza peraltro avere tipico o strenuo addestramento militare. Lo sostennero il coraggio di condividere i rischi con le proprie truppe, l’abilità decisionale, e la fortuna: non riuscirono a ucciderlo sui campi di battaglia gli eserciti nemici di tutto il mondo; ci vollero una pattuglia di codardi e infidi cospiratori. Nel momento in cui fu Cesare stesso, molto probabilmente, a decidere di girare le spalle alla dea bendata. Andando incontro al proprio destino in modo probabilmente consapevole.

I due eserciti si scontrarono davanti a Bibracte (Autun), capitale degli edui. Nel corso d’una battaglia interminabile ci fu un momento in cui i romani stavano per avere la peggio. Cesare dovette rifugiarsi in una piazzaforte da dove, rincuorati i soldati, poté riprendere il combattimento. Gli portarono il cavallo, che egli rifiutò esclamando: «Lo prenderò dopo la vittoria, quando inseguiremo il nemico. Ora si deve andare all’attacco»; e, ordinando anche ai tribuni militum di non montare a cavallo, si mise alla testa dei legionari che con le spade in pugno muovevano a piedi. Aveva voluto lasciare i cavalli negli stazzi affinché tutti, soldati e ufficiali, fossero eguali nel pericolo e nessuno fosse tentato di fuggire. Avevano ingaggiato una battaglia troppo importante per poterla perdere, ne sarebbe seguita la rovina dell’esercito romano. A notte fonda furono gli Elvezi a subire una grave e definitiva sconfitta. Si chiudeva così la prima delle otto guerre galliche, e in essa Cesare aveva pienamente dimostrato di possedere eccezionali doti di condottiero. Aveva già compiuto i quarantadue anni e, fino a quel momento, il suo campo d’azione era stato la politica. Rapidi e brevi erano stati i suoi precedenti impegni di carattere militare, ma nella Gallia rifulse il suo genio di grande generale. Un generale che però faceva politica, che poneva le sue battaglie al servizio d’un piano più vasto.

Non c’è campagna militare nella quale Cesare non abbia combattuto in prima fila, non solo mettendo a repentaglio la propria incolumità ma spronando i propri uomini dando l’esempio:

Anche i legionari attraversarono momenti critici, come quando i nervi, forti di sessantamila uomini, costrinsero in un’imboscata la cavalleria romana alla fuga. Soltanto il coraggio personale di Caio Giulio riuscì a rovesciare le sorti dello scontro. Il generale, accortosi della situazione, scese da cavallo. Strappò uno scudo dalle mani d’un soldato e si gettò furente nella mischia raggiungendo la prima linea della Dodicesima legione. I militi incoraggiati dalla presenza del comandante, in conspectu imperatoris, affrontarono l’esercito nemico e lo sbaragliarono. Ripresero forza perfino i feriti che si alzarono da terra per ricominciare a combattere. La rotta dei belgi fu completa: di sessantamila combattenti ne rimasero in vita cinquecento.

Ma perfino nel pieno del caos della battaglia, Cesare si dimostrava ben più di un uomo d’armi destinato a primeggiare:

Stando a cavallo dettava contemporaneamente cinque o sei lettere a più scribi che lo seguivano in lettighe colme di carte e di documenti. Dormiva sempre meno, poche ore per notte, e sempre in viaggio, su un carro o in una lettiga. La grande mole di lavoro che egli riusciva a svolgere con rapidità impressionante e la molteplicità degli interessi politici, militari, storici, letterari, cui dedicava quotidianamente l’attenzione, erano le più evidenti caratteristiche che rivelavano la forza del genio.

Al punto che, secondo gli studiosi, i risvolti delle campagne belliche cesariane ricoprono meriti che hanno influito sullo sviluppo delle culture europee protraendosi sino a oggi.

Lo storico Giulio Giannelli non ha dubbi in proposito. La vittoria di Cesare, che arrestò per allora i tentativi germanici di invadere la Gallia, fu di vitale importanza, egli scrive, per l’avvenire dei celti: «Senza l’intervento di Cesare e dei romani, la civiltà celtica, già avviata alla decadenza, non avrebbe potuto a lungo resistere alla pressione delle fresche e vigorose orde germaniche e ne sarebbe rimasta in non lungo volgere di tempo fatalmente assorbita: la Francia deve a Roma e a Cesare non solo il suo ingresso nell’orbita della civiltà mediterranea, ma anche la salvezza e la conservazione di quegli elementi celtici, cioè nazionali, che rimasero a far parte della sua cultura romanizzata».

Una tesi condivisa persino da Napoleone Bonaparte:

Napoleone, che nell’esilio di Sant’Elena dettò un sunto delle guerre di Cesare aggiungendovi alcune personali osservazioni, disse che la sconfitta dei germani «fu la salvezza dei galli».

In tutto questo Cesare trovava il tempo di battagliare anche in campo letterario, opponendosi al sommo oratore – ma persona più che discutibile – Cicerone, su argomenti di regole e di stile:

Al De analogia di Cesare si contrapponeva il De oratore dell’arpinate. Nel suo trattato il generale suggeriva agli scrittori di seguire la via della ratio che conferiva alla lingua basi solide e certe. La consuetudo invece induceva all’arbitrio personale, alle anomalie ingiustificate e alla retorica. L’indipendenza dalle regole, sostenevano gli analogisti, impediva la chiarezza espressiva e intorbidava la lingua. Celebre divenne una perentoria esortazione cesariana: «Ricordalo sempre  e imparalo a memoria: evita le parole strane e inusitate come il navigante sfugge gli scogli». Il trattato grammaticale era per Cesare anche la sua preparazione stilistica ai Commentari, che scriverà con agile penna: il Bellum gallicum nel 52, sconfitto Vercingetorige, e il Bellum civile nel 46, alla vigilia della battaglia africana di Tapso. Il De analogia, pur essendo un testo d’erudizione, non poteva probabilmente essere del tutto alieno da preoccupazioni politiche, in quanto Cesare non cessava mai di sentirsi un soldato e un capo di partito.

Il dittatore fu intrepido conquistatore e coraggioso e curioso esploratore. Fu il primo a oltrepassare il Reno con un esercito, e il primo ad attraversare l’oceano per sbarcare in Britannia. Ma a margine delle imprese militari seppe affiancare, cosa degli spiriti emancipati, un genuino interesse culturale che si trasformò anche in indagine antropologica:

“Nel Bellum gallicum, il generale dedica una quindicina di paragrafi a illustrare gli usi, le superstizioni, gli ordinamenti dei germani e dei Galli, ponendoli a raffronto. Cesare fu il primo, insieme al viaggiatore greco Posidonio di cui aveva con sé i libri, a descrivere i sacrifici druidici.

Con le sue vittorie, Cesare aveva eclissato Mario, gli Scipioni, Pompeo. Con la conquista del nuovo mondo, l’impero romano poteva vantare d’aver superato i domini di Ciro e dello stesso Alessandro che Cesare prima di intraprendere le sue imprese tanto invidiava. Poi, quando proclamato imperatore, proprio nel momento nel quale avrebbe potuto abbattere sul regno il dispotico pugno di ferro e fare prevalere i soli suoi interessi, dimostrò tutta la sua statura politica indirizzata a migliorare le sorti di Roma perché potesse regnare finalmente la pace dopo lunghi anni di guerra civile:

Lo Stato distribuiva gratuitamente razioni di grano a una sterminata massa di cittadini nullatenenti che offrivano un indecoroso spettacolo di gente oziosa nelle vie dell’Urbe. Caio Giulio, procedendo per gradi nell’attuazione delle sue riforme, cominciò proprio dalle frumentationes. I beneficiati ammontavano a trecentosessantamila, ma, in base a un’indagine da lui voluta, si accertò che non tutti avevano realmente bisogno dei sussidi. Dal nuovo conteggio risultò che avevano diritto all’inclusione nelle liste frumentarie non più di centocinquantamila persone, e soltanto a queste venne riconosciuta l’assistenza pubblica. Tutte le altre approfittavano dell’erario oppure, mediante la corruzione elettorale, offrivano il loro voto in cambio d’un pugno di grano. Per sanare la situazione diede lavoro ai più poveri, assegnò lotti di terreno in provincia, favorì con particolari provvidenze le famiglie numerose.

La modernità della visione sociale di Cesare è abbagliante: provvedimenti rivoluzionari per il bene comune che i politici di oggi, laddove riescano, provano a replicare spacciandoli magari come idee originate dalla loro assennatezza:

Non riuscì nell’impresa, malgrado la presentazione d’una severa legge suntuaria che limitava le spese eccessive nella costruzione delle case e nella elevazione dei monumenti. Volle che i banchetti fossero più parchi, che le mense non fossero ornate con oggetti preziosi. Le sue guardie irrompevano nelle case a sequestrare cibi proibiti, posate e stoviglie troppo costose. Ancora con le armi represse l’importazione delle merci straniere e l’uso di gioielli e di abiti in seta. Consentì l’impiego delle lettighe soltanto alle persone di una certa età e in alcuni giorni della settimana. Cercò di frenare la cupidigia dei governatori limitando la durata e la portata del loro incarico: un proconsole poteva detenere il governo della provincia per non più di due anni e il propretore per un solo anno. Ridusse il potere giudiziario a due classi di giudici, senatori e cavalieri, abolendo quella dei tribuni del fisco. Promosse l’incremento delle nascite, offrendo premi alle famiglie numerose, per ripopolare Roma decimata dalla lunga serie di guerre civili ed esterne.

Si deve a Cesare anche la riforma del calendario, con l’anno di 365 giorni e il giorno in più a febbraio che ne fa l’anno bisestile: bis sextas kalendas martias. Resistette intoccato fino al 1582, quando ci fu un aggiustamento dovuto a Gregorio XII, ma nella sostanza è quello che usiamo tutt’ora. Ma l’imperatore fa una cosa che non sa quasi nessuno ma dovrebbe garantirgli la gratitudine eterna di tutti gli amanti della lettura:

In quei tempi i papiri erano ancora arrotolati intorno a bastoncini d’avorio o di legno. Soltanto in seguito Cesare stesso, fra le sue riforme, inaugurò un metodo che poi s’impose universalmente e che consisteva nello scrivere su papiri tagliati in fogli sovrapposti l’uno all’altro e quindi rilegati.

Inoltre intendeva impreziosire Roma di una spettacolare biblioteca pubblica che doveva raccogliere testi greci e latini e andasse a colmare il vuoto lasciato dalla scomparsa di quella di Alessandria che era andata distrutta per sua involontaria colpa. Ma non fece in tempo.

I congiurati, nei loro conciliaboli segreti, si mostravano invasati dall’idea di dover assolutamente uccidere Cesare per restituire a Roma le antiche libertà repubblicane, come se fosse Cesare il responsabile della morte della repubblica e non piuttosto gli stessi repubblicani con gli egoismi, gli odi, le avidità, le ruberie. In realtà la repubblica si era suicidata, ma i congiurati indicavano in Cesare il suo assassino per poterlo eliminare. Non certo per far resuscitare l’antico Stato, quanto per restituire il potere a se stessi e al patriziato cui appartenevano. Eliminato Cesare dalla scena, gli ottimati avrebbero riconquistato la «libertà» di gettare nuovamente Roma in quella situazione di caos che già era stata propizia ai loro affari e a ogni altra prevaricazione ai danni delle classi più deboli.

Gli odierni strateghi politici non hanno inventato niente. La macchina del fango esisteva ed era perfettamente oliata 2000 anni fa:

I congiurati e i loro sostenitori, con l’intento di sobillare il popolo e di prepararlo all’evento criminoso che stavano organizzando, misero in moto in quei giorni una massiccia campagna denigratoria anticesariana. Riportarono a galla tutte le voci diffamatorie che da sempre avevano fatto da contrappunto alla gloriosa vita di Caio Giulio e che avevano avuto in Catullo, Memmio, Licinio Calvo, Scribonio Curione, Bibulo e Cicerone i più accaniti propalatori.

Il torto di Cesare non era di essere dittatore, bensì di volere rivoluzionare il sistema a favore degli svantaggiati e a detrimento dei privilegi abusati e ingiustificati delle classi abbienti. Insomma, è la solita vecchia storia: passano i secoli, cambiano i volti, ma la bilancia della giustizia sociale è sempre truccata per pendere a favore della parte già avvantaggiata.

Egli, figlio d’una delle più grandi famiglie romane, aveva preferito appoggiarsi al popolo, tradendo i propri padri e il Senato. Cesare – figlio ideale di Tiberio e Caio Gracco, continuatore della loro opera rinnovatrice – era il rivoluzionario, il fautore d’una vasta riforma agraria, il sovvertitore d’un sistema basato su una oligarchia senatoriale che concedeva spazio e poteri soltanto al patriziato e mai a chi effettivamente meritava di salire nella scala sociale e di partecipare al governo dello Stato. Bruto era un aristocratico rimasto fedele alle sue origini, e alle sue spalle premevano i rappresentanti degli interessi economici e politici fortemente danneggiati dalla rivoluzione giuliana. Cesare aveva aperto la strada alla rivoluzione con le imprese militari. Le conquiste e le vittorie erano la naturale premessa alla profonda azione politica e istituzionale che avrebbe trasformato una repubblica decrepita in una grande e vitale monarchia universale.

Spinosa chiude il libro con questo brillante, partecipato, giudizio:

Cesare guardava lontano, era troppo grande per poter essere valutato da una sola generazione, e meno che mai dalla sua. Egli preparava il futuro.

È per questo motivo che lo spirito di Cesare aleggia ancora indimenticato sulla nostra epoca. Per la sua straordinaria, complessiva ed eterna, modernità.


(Visited 13 times, 1 visits today)
Spread the word of T.A.R.O.T.
  • 14
  •  
  •  
  • 1
  •  
  •  
  •  
  •   
  •  
    15
    Shares
  •  
    15
    Shares
  • 14
  •  
  •  
  • 1
  •  
  •  
  •  
  •