Arrival Book Cover Arrival
Fantascienza
Denis Villeneuve
Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Tzi Ma, Mark O'Brien.
Jóhann Jóhannsson
19 1 2017
USA
116
25 1 2017

 

In attesa di vedere come si è approcciato a un titolo da fare tremare i polsi – il seguito di Blade Runner che arriverà sullo schermo in ottobre – il giovane regista canadese Denis Villeneuve (Sicario, 2015) prende le misure alla fantascienza con  Arrival.

Se il cinema ci presenta gli alieni come qualcosa di più evoluto di mostri pronti a fare di noi un boccone (letteralmente in Predator) o colonizzarci in modo brutale (da La Guerra dei mondi in avanti), allora gli spunti di riflessione non mancano. Arrival fa parte di questo genere, fantascienza dotata di acume.

Pur non mancando la spettacolarità delle astronavi, degli alieni che hanno fisionomia astrusa, il film è determinato da una atmosfera di sospensione che rimanda al nostro ‘spazio’ interiore e ad alcuni temi dell’alienazione umana: l’incomunicabilità, vedere il diverso come nemico, diventare preda di paure ingiustificate che sfociano nella violenza. Ma getta uno sguardo anche sulla vita in senso più alto, filosofico, e sulla dirimpettaia morte: interpretate non mi modo lineare, come siamo abituati a pensarle, ma come un ciclo, un cerchio, che non ha principio e forse neppure fine. O viceversa, come fosse una grande illusione.

I riconoscimenti non mancano: Arrival per il 2017 è candidato a 8 premi Oscar, 2 Golden Globe e 9 BAFTA, più altri premi sparsi indetti da altre associazioni e categorie. Ma se il vero vincitore al cinema lo decreta il pubblico, qualche difficoltà Arrival lungo il cammino la incontrerà. Non è un film da vedere sgranocchiando pop corn e pensieri che vagano lontano da ciò che si svolge sullo schermo. Anzi, è uno di quei lavori che appartiene alla categoria 'più lo rivedi, più lo apprezzi'. Destinato a restare nel tempo, in quel tempo circolare dove forse le cose non invecchiano, non muoiono. O forse muoiono per rinascere.

 

Una gigantesca noce brasiliana dell’altezza di 450 metri si piazza in verticale, a pochi metri da terra, su una località del Montana. Altre undici fanno lo stesso in giro per il mondo. Sono astronavi delle quali non si sa nulla, abitate da creature maggiormente imperscrutabili. Per questo motivo l’esercito degli USA si porta appresso la linguista Louise Banks e il fisico Ian Donnelly, che introdotti al cospetto degli alieni, sorta di Mano degli Addams con paio di dita in più, una delle quali a getto d’inchiostro – il mezzo che usano che comunicare – dovranno trovare il modo per stabilire un contatto. Ma soprattutto un sistema di reciproca comprensione, prima che gli umani dal grilletto facile mandino tutto a carte quarantotto.

Non è un film di facile comprensione Arrival, nel suo ‘capovolgimento’ circolare, dove non sembra esserci un punto di inizio e uno di arrivo, uno svolgersi lineare, come siamo abituati a pensare il tempo. Non per nulla il linguaggio alieno si basa si una serie di ideogrammi circolari che assumono differente significato per uno sbuffo, per una sbavatura come d’inchiostro su una carta assorbente, come – nel film è così – una boccetta d’inchiostro versata in un liquido trasparente come l’acqua. È la teoria Sapir-Whorf, altrimenti detta “ipotesi della relatività linguistica”: che sostiene come la lingua che parliamo, nella quale scriviamo e ragioniamo, determina lo sviluppo cognitivo di ognuno di noi; in parole povere il nostro personale modo di pensare (il mondo).

Ergo, il linguaggio diventa una “arma” – questa la parola, il misunderstanding, che rischia di scatenare il conflitto – in grado di cambiare la percezione che abbiamo del tempo. Perché la dimensione che regge il film non è lo spazio, o lo Spazio, ma il tempo – questi alieni viaggiano nel tempo -, perché la vicenda si alterna in momenti diversi, solo impercettibilmente diversi, e in questo consiste un’altra difficoltà nel dipanare la matassa. Ma non ricopre meno peso la metafora dell’incomunicabilità: tra persone che parlino la stessa lingua, o un’altra, che portino una uniforme di altro taglio, che siano di specie inimmaginabile, o la più consueta, non importa. Comunicare: avere l’umiltà, fare lo sforzo di mettersi in sintonia senza soggiacere e soccombere alle sovrastrutture e alle speculazioni è un’ardua impresa.

Arrival è un film spettacolare, ma l’azione è quasi inesistente. In questo senso ha molto poco del film di fantascienza made in USA al quale siamo abituati da molti anni. Anzi, su di esso aleggia una cappa da dramma metafisico da film oltrecortina dei tempi andati, sul genere di Solaris. Ma La Cortina non c’è più, oggi è rimasta solo Cortina, location tuttalpiù da cine-panettone.

Al di là di quello che avverrà con gli alieni, Luoise deve fare i  conti con sé stessa, decidere della nascita –  e prematura morte ‘annunciata’, in questo gioco di rimandi lungo la circonferenza del tempo – della figlia. Una scelta drammatica. Comunque sia dolorosa. Che determinerà la sua vita e quella dell’umanità.

La parte peggiore di Arrival, tratto dal racconto Storia della tua vita dello scrittore americano Ted Chiang, che nel 1998 si è portato a casa Premio Nebula e Theodore Sturgeon Memorial Award – come dire Oscar e Grammy per la fantascienza scritta – è, verrebbe da dire al solito, la figuraccia che facciamo noi umani al cospetto degli ospiti che arrivano dal cosmo lontano, dopo un lungo e stressante viaggio che meriterebbe migliore accoglienza. Invece no, noi siamo sempre lì schierati, impettiti e cazzuti, smaniosi di fare a botte. Ma con quale coraggio poi, se quelli non sappiamo nemmeno chi sono? Che magari nel giro di poche schermaglie ci fanno un mazzo così. Calma ragazzi, apparecchiate la tavola, tirate fuori il servizio buono e prendiamoci un bel the insieme. Non si sa mai che le cose si mettano bene. E tutti quanti, ecco perché gli eptapodi sono qui, – sembrano mani ma hanno sette gambe –, ne potremmo trarre giovamento.

Insomma, qualche crepa in fatto di originalità si apre sulla descrizione più stereotipata del genere umano che non ci capisce più niente e presa dal panico mette il volante nelle mani di facinorosi e militari teste calde. Se poi le teste più calde di tutte, quelle ben disposte a dare il via all’ultimo giro di valzer, sono russe e cinesi, allora lo stereotipo raggiunge lo Zenith. La Cortina – quella di Ferro – al cinema sembra ancora (r)esistere. Ma se si voleva dare una leggera scossa al film, che a tratti pare immobile come che le affascinanti astronavi aliene, qualcosa andava fatto, e quel qualcosa purtroppo è andato nella direzione più prevedibile; in modo da accontentare almeno parzialmente quelli che si aspettavano che Jeremy Renner, pur da pacato uomo di scienza, prendesse come Will Smith in Indipendence Day i ‘grigi’ a pugni.

Ma siamo davvero così vogliosi nel profondo, noi appartenenti alla specie umana, di fare la guerra a tutto, compreso ciò che non conosciamo o comprendiamo? Siamo così inevitabilmente aggressivi rispetto alla ‘diversità’? Sembra di sì. Poco prima di andare al cinema ho rappresentato l’alieno per una dodicenne che ha più volte ribadito, con la stessa gentilezza usata da Roberto Duran – detto ‘Manos de piedra’ – nell’accogliere gli sfidanti sul ring, che lo ‘spazio’ che ingombravo è “casa mia”, e “mi dà fastidio” tutto quello che – io che scrivo – ho fatto, faccio, e farò in futuro. In modo del tutto circolare, senza soluzione di continuità, esattamente secondo la tesi di Arrival. Che nel complesso è un bel film, ben girato e recitato, con uno spunto iniziale elettrizzante, e già ricoperto di una valanga di candidature ha qualche probabilità di guadagnare un Oscar o più.

Dal canto mio, visto le ultime esperienze, non mi resta che scrutare il cielo dall’abbaino, per sviluppare quel talento latente che è nascosto tra le pieghe della mente, e la notte sdraiato sul letto, guardando le stelle dalla finestra nel tetto, cercare di prendere contatto.

Eptapodo vienimi a cercare – introdurrò sul tuo mondo lo Hula Hoop!- voglio un pianeta su cui ricominciare.

 

 

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