Cloudborn Book Cover Cloudborn
Art In America
Progressive rock, Pop rock, Art rock
1 9 2019
CD, Download
USA
Edgewater Records
62’ 24”

 

Collocare gli artisti – ma questo vale anche con le persone normali – nella giusta casella, darne una connotazione attendibile con una sola parola, una etichetta, è un gioco rischioso.

Gli Art in America vengono generalmente inseriti nel gran calderone del Prog rock.
Cloudborn però non è un classico disco ad alto tasso di Prog rock. La band a cui si possono accostare gli Art In America (di Cloudborn) senza pericolo di prendere una topica – e facendo loro un bel complimento – sono i Crowded House dei fratelli neozelandesi Neil e Tim Finn (quest'ultimo ha lasciato la band molti anni fa). Rinomata coppia di fini cesellatori di gioielli pop (nell'accezione più alta) che hanno lasciato bellissimi dischi alle loro spalle.

Il caso vuole che anche negli anche negli Art In America il manico è saldamente stretto dalle dita di una coppia di fratelli, per la precisione di fratello e sorella, che di nome fanno Chris e Sheshonee (!), e di cognome – guarda il caso – Flynn! Lei suona l’arpa e gli altri aggiungono in ordine sparso 12 corde Ovation e Rickembacker, Moog Taurus, Mellotron, etc.: insomma accessori del préte a porter Prog.
Il disco di esordio del 1983 dal titolo eponimo, inoltre, annovera nomi – e che nomi – di alto lignaggio prog o giù di lì: Eddie Offord (EL&P) dietro al banco di produzione, e Steve Morse e T-Lavitz (allora entrambi colonne degli stellari Dixie Dregs) ad aggiungere mirabolanti evoluzioni sonore come loro solito.

In questi cinque lustri che li ha separati da Cloudborn, evidentemente gli Art In America hanno aggiustato il tiro – che si è fatto più corto. Ma, per parafrasare libri e film, chi ha pura del Pop? Ma a ben pensarci tra Pop-rock e Prog-rock le affinità esistono: entrambi i generi, per motivi diversi, forse opposti, sono osteggiati come pochi altri (alcuni li temono più  del Covid 19); i migliori esempi di entrambe le correnti sono andati ben al di là di quelle che sono le regole da mantenere per essere considerati accettabili all’interno della loro rispettiva cerchia e non essere abiurati. In alcuni casi, poi, i due mondi si sono sfiorati se non del tutto compenetrati: ecco, diciamo che si sono contaminati, infettati a vicenda, per usare la terminologia odierna. Dunque perché non stringersi la mano, oramai. Seppure con i guanti.

Con Cloudborn, dunque, gli Art in America confezionano un album di pop evoluto – volete chiamarlo Art rock?, fate pure – ricercato e ben rifinito – dagli arrangiamenti minuziosi ( i primi sei brani sono prodotti da David Hentschel!), particolari dettagliati, esecuzioni impeccabili, e buoni testi (la II° Guerra Mondiale dei padri, il ricordo di una amica scomparsa, lo spaesamento di crescere in una cittadina al centro USA del nulla…) affidati a un cantante – Chris Flynn – che non sfigurerebbe in alcuna band di prima fila.

Decidete voi se rischiare l’azzardo.
Ma brani come I Am I, Someday, New Swami (infarcita di arpa e abbellita di sitar), Someone Called My Name, No Wonder, per motivi diversi (mood, ritornelli accattivanti, melodie centrate) potrebbero passare in rotazione (anche) su qualunque radio commerciale – se queste avessero come punto di riferimento il buon gusto e un atomo di senso artistico.

Mentre Drool (impreziosita di voci/suoni atmosferici à la Pink Floyd), l’ispirata For Shelly (12 corde e tastiere), la nostalgica (e bella, bella, bella) When We Were Young, Facelift (che ha qualcosa dei Marillion di Steve Hogarth), il gioiello acustico di Sorry to Say, Don’t Look Down (qualcuno ricorda i bravi Toad The Wet Sprocket?), il mini opus conclusivo Goodbye My Love-Mind’s Eye-Peace of Mind, oltre 8 minuti, e questi sì con tanti ingredienti che richiede il Prog no compromise (e riportano alla memoria i migliori It Bites, e persino qualcosa dei Genesis immediatamente post Gabriel: peccato solo per la resa sonora, poiché insieme a Don’t Look Down e No Wonder si tratta di registrazioni eseguite in altra data e luogo e mixate da altro personale), sono a prova di qualunque genere di spocchia.

Mettiamola così: Cloudborn è un disco di pop epico, oppure un disco di easy prog. Se qualcosa possono  significare questi neologismi. Comunque sia un disco piacevole, da ascoltare per tutte le 13 canzoni che lo compongono, cosa che – musica impegnata o no – è un risultato sempre più difficile da ottenere.


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