Reliever Book Cover Reliever
Bad Weather Birds
17 8 2018
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USA
Autoprodotto
55’ 7”

 

Tra Prog rock e Jam band, tra improvvisazione a base di buona levatura tecnica e scrittura, ma senza disdegnare episodi che fanno dell’immediatezza il loro punto forza, i Bad Weather Bird giungono, dopo il disco di esordio eponimo, e The OBX Sessions Vol. 2, il meglio di una serie di improvvisazioni debordanti in lunghezza, a Reliever, terzo e recentissimo capitolo della loro breve storia iniziata nel 2014.

Provenienti da Norfolk, Virginia, e dotati di un suono dominato dalle chitarre di Brent Esber e Padric Toman – gli altri sono Joe Peterfeso al basso, Anthony LoMonaco alla batteria, Alfred Evans alle tastiere, e Kate Anjal alla voce e percussioni – la musica con la quale la band americana infarcisce Reliever, pur non essendo un campione di originalità, non mancherà di soddisfare tutti coloro che hanno eletto a loro beniamini band della stregua dei Phish (ma non solo: a tratti perfino dei formidabili Djam Karet).

Tra gli episodi migliori spiccano il brano di apertura che intitola il lavoro, l’incandescente vena strumentale di The Quitter, la dolce e intensissima Clovers; la strumentale Hibichachi che ricorda i Gentle Giant. Poi Spit in My Face, dal trascinante crescendo e dagli intrecci chitarristici che chiamano in causa anche la sei corde acustica, e Mary che segue e ne sembra il perfetto contraltare: il secondo dei brani cantati da Kate Anjal, ballata elettrica che si colloca nel solco della migliore tradizione musicale a stelle e strisce del genere (Fleetwood Mac/Laura Nyro, per esempio).

Tra quelli che arrivano dritto al dunque, invece, senza per questo macchiare Reliever di peccato che non merita perdono, ci sono le radiofoniche Get Up e Turn Away, tutte riff & ritornelli da canticchiare; l’ancheggiante Acid jazz/Funky di Midas che aggiunge al già potente suono del sestetto il corposo e colorito sax di Dave Kreiselman; Close the Door, capace di un bel verso ma rea del ritornello fallimentare; infine Georgia, che dettata da un Hammond sferragliante resetta il suono al soul degli anni ’60, benchè lungo gli oltre 6 minuti di durata il brano ruggisca, strumentalmente, più di una volta.

Dopo gli anni ’70, mai come in questi ultimi anni gli USA hanno prodotto band e lavori in modo così copioso e di buona fattura. Peccato che le band non stampino più dischi in formato solido: chi era abituato a comprare vinili e CD – e si circondava di tali tesori – sente mancare qualcosa. Ma la buona musica, come quella dei Bad Weather Birds, è comunque nell’aria. E allora avanti così, ol' dear yankees.

 

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