Last Chance To Hear Book Cover Last Chance To Hear
Ben Craven
Progressive
29 3 2016
CD
Australia
TuneLeak records DC1011
46:12

 

Il ritorno al futuro di Ben Craven, australiano di Brisbane che si definisce “cantante-autore di progressive rock cinematico”. E capacissimo chitarrista, omette. Ritorno al futuro perché siamo al cospetto del classico – sebbene poco frequente - caso di chi interpreta il progressive rock con un approccio se volete superato, ma con una passione – traboccante vero amore per il genere – così sincera da lasciare di stucco, emozionare e dunque darti modo di chiudere non un occhio ma entrambi: se si predilige – come faccio io – che una definizione – la iattura dell’etichettatura musicale – si presti al futuribile aggiornamento, come si trattasse della release di un software.

Ammetto che di primo acchito il lavoro grafico dietro al nome, quel Ben Craven così personalizzato che  compare sulle copertine, opera di Roger Dean, mette in allarme. Perché è come lo stemma araldico di appartenenza a un casato. Una dichiarazione di intenti che fortunatamente si ferma, e offre altra prospettiva, non appena superato il ponte levatoio che schiude orizzonti più vasti di quelli strettamente legati agli Yes – i cui riferimenti non mancano – e del progressive connesso al lavoro svolto da Dean per band come per Badger, Asia, Greenslade, Osibisa, etc.
In parole povere, Ben Craven confeziona sorprese che vanno al di là dei nomi ai quali è legato l’illustratore a doppio filo ed eterna cucitura.

C’è quel “cinematico”, soprattutto, che si inserisce in modo determinante e arricchisce lo scenario. A conferire  a Last Chance To Hear proprio la forza delle migliori colonne sonore. Un modo di fare musica che erroneamente viene considerato da serie inferiore. Ma nel caso dei miglior esempi non solo serve ad amplificare la forza delle immagini, ma funziona indipendentemente, perpetuando le icone e innescando nuove visioni.

Per suffragare le tesi basta puntare il dito sul brano mediano e fulcro dell’intero lavoro, Spy In The Sky Pt.3, battezzato in modo impeccabile perché ha il sapore del tema principale che potrebbe accompagnare una Space Opera degna dei primi 3 episodi di Guerre Stellari, con una piccola variante però, James Bond come co-pilota del Millennium Falcon al posto di Chewbecca.
Forza ed eleganza sullo stesso sedile, al fianco di Han Solo. Oltre 8 minuti che trasmettono quel senso di appagamento, misto a estasi da puro divertimento, che può offrire una trilogia come quella di George Lucas per ogni singolo episodio, di quelle che riescono raramente e si tramandano per generazioni. Ma in musica.
Non bastasse il reiterato senso di godimento che offrono le note e la struttura del brano, cosmicamente solare, ipertroficamente orchestrale, con una melodia da mandare in brodo di giuggiole intersecata da una miriade di soli dello stesso livello, la voce - il sigillo che  si presta a rendere il brano e l’intero disco quanto mai cinematicamente da Oscar - è quella di William “Captain Kirk” Shatner: nuda, cruda, profonda, a tratti oltraggiosa come quella di un beatnik alla deriva nello spazio che se ne frega del destino che lo attende e continua a recitare versi beat sullo sfondo del cielo puntinato da miliardi di stelle.
Sorpresa più bella Ben Craven non poteva escogitare, se pensava di fare un regalo alla generazione  di quelli cresciuti a panini al latte con burro e marmellata nel pomeriggio, Star Trek – l’originale, direbbe Aldo “Captain Trial” Biscardi  – la notte tardi su canali TV improbabili, e dischi impreziositi dall’arte di Roger Dean ma soprattutto di altri. In tre fasi della vita differenti, si spera.

Non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro. Un brano che vale il prezzo del biglietto. Ma per i San Tommaso che non si fidano, ai quali non basta sapere di un solo pezzo – che potrebbe essere il nuovo Starship Trooper, benché gli attuali Yes non riuscirebbero a scrivere qualcosa di simile nemmeno imbottiti di Ovomaltina, per restare a un ‘doping’ da Nostalgia (Twilight) Zone -, cosa dire del resto di Last Chance To Hear? Che Spy In The Sky Pt. 2, insieme alla elettro-acustica melodiosità di  Spy In The Sky Pt. 1, e alla già incensata Spy In The Sky Pt .3, accumula un minutaggio – e la qualità – degna di una suite che negli anni d’oro del vinile bastava a coprire un’intera facciata  di quei dischi che a quaranta anni di distanza, ancora oggi, si ascoltano con piacere e con affetto.

Che Last Chance To Hear Pt. 1 è una apertura da colossal e Last Chance To Hear Pt. 2 innesta la prima marcia con la delicatezza emotiva di Ripples dei Genesis e scaldato i motori si lancia in una corsa forsennata che ricorda i Porcupine Tree sospinti da un motore turbo. Che Critical Mass Pt. 1 e Critical Mass Pt. 2 sono un film nel film, o una colonna sonora nella colonna sonora, che rimanda agli episodi più cinematici di Steve Hackett (Clocks, Slogans, The Air-Conditioned Nightmare et similia).

Che Remarkable Man è l’ennesimo bell’esempio delle doti chitarristiche di Ben Craven e Revenge Of Dr Komodo un balzano ma efficace esempio di come suonerebbero gli Stray Cats se al mercato dei musicisti di giugno il trio comprasse un organista dotato di Hammond e si iscrivesse al campionato di Prog Rock. Che la delicata Mortal Remains, infine, dettata dal pianoforte, chiude con eterea bellezza. Sancendo che Last Chance To Hear è un miracoloso esempio di come si possa vestire con abiti di foggia classica, di quasi antica eleganza, e nel 2016 destare l’ammirazione di chi, guardandosi attorno senza pregiudizi, sa ancora apprezzare il bello e la classe innata.

 

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