Tube Alloys Book Cover Tube Alloys
Blå Lotus
Prog rock, Heavy, Psichedelic
12 1 2018
Download, Streaming, LP
Svezia
Autoprodotto, e Melodic Revolution Records (2018, US) Limited edition
38’ 02”

 

Provengono da Orebro, Svezia, e sono un trio di power prog senza chitarra.
Fredrik Andersson inizia a suonare la tromba per la scuola di musica comunale, si stanca e passa alla chitarra, fino a quando una folgorazione lo porta sulla strada, definitiva della tastiere. Ma è anche il lead vocalist della band.
Anche Linus Karlsson è uno che ci ripensa, passando dalla chitarra al basso.
Wiktor Nydén invece è sempre stato da batteria e percussioni.

I Blå Lotus si sono formati nell'autunno del 2016 e nel 2018 hanno pubblicato Tube Alloys, disco di esordio autoprodotto e messo in vendita solo in versione file, prima che gli americani della Melodic Revolution Records ne pubblicassero una versione limitata in vinile

Una nota canzone dei Boston ammonisce Don’t look back: non guardare al passato.

I Blå Lotus, trio di Orebro, Svezia, tutto tastiere/batteria/basso probabilmente non l’hanno mai sentita. E anche quando, non ne hanno capito il senso.

I tre ragazzoni dal punto di vista dell’ispirazione musicale vivono in un bolla temporale che li ha confinati al 1970 o giù di lì. Poi magari pagano le bollette in euro, e sono dolori. Ma la musica di Tube Alloys sembra quella di un disco estratto da una capsula del tempo seppellita nel momento in cui il Prog rock era nel suo momento d’oro.

Tutto combacia: durata sotto i 40 minuti, Hammond & Farfisa & Mellotron abusato in tutte le posizioni del Kamasutra della tastiera (solo, accompagnamento, arpeggio, etc.), voce roca (di Fredrik Andersson, il tastierita) quanto basta (più di contorno che determinante), ritmica adeguata. In tutto sono brandelli di Huriah Heep, Deep Purple da ucronia: con Jon Lord al posto di comando e Ritchie Blackmore a entrare dalla panchina, EL&P, Quatermass, Atomic Rooster. Una buona emulazione del Pete Bardens (Camel) d’annata in Mephistopheles, il brano che fa la differenza.

Difficile distogliere le orecchie, non arrivare in fondo al disco e ripetere l’esperienza, pur senza esagerare. Ma l’annoso rovello tira calci al ripetersi del senso ponderoso di dèja vu. Qual è il senso di registrare nella seconda decade del XXI° secolo come una tempesta magnetica ti avesse scaraventato indietro di 50 anni? Già sopportare le cover band che si piacciono e piacciono imitando pedissequamente icone dal passato glorioso è un lavoro gravoso… Dunque come valutare questo tipo di band?

Detto di Mephistopheles, Moebius si mette in scia, Indian Money non sfigura, e Omnistellar Firefly va iscritta dalla parte della lavagna dove sono segnati i “buoni”. Non si può storcere la bocca, vero, ma in mancanza di qualunque evidenza di personalità, il destino di Tube Alloys – dopo il terzo/quarto ascolto – è di non essere mai più estratto dallo scaffale. O peggio di finire nello scatolone dei sacrificabili sul mercato dell’usato.

Riguardo ai Blå Lotus, vedremo: una seconda chance va data a tutti.
Ravvedendosi, la prossima volta potrebbero girare lo sguardo in avanti e capirci qualcosa, di quello che sono. E vogliono diventare. Attendiamo fiduciosi.


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