Blade Runner 2049 Book Cover Blade Runner 2049
Denis Villeneuve
Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Jared Leto, Robin Wright, Mackenzie Davis, Lennie James, Dave Bautista, Barkhad Abdi, Hiam Abbass, Wood Harris, Edward James Olmos
Jóhann Jóhannsson, Hans Zimmer, Benjamin Wallfisch
5 10 2017
USA
163'
5 10 2017, cinema Raffaello, MO

 

Sono passati 35 anni da Blade Runner. Un film entrato nella leggenda. Che ha segnato indelebilmente l’immaginario di tanti spettatori. Blade Runner 2049 è giunto un po' a sorpresa, guadagnando velocità dopo voci circolate per anni e il progetto costantemente rimandato. Valeva la pena trovare un seguito a quello che Philip K. Dick ha pensato come opera unica e probabilmente irripetibile? Al ‘miracolo’ che ne è seguito cinematograficamente?

Denis Villeneuve fa del suo meglio, che non è poco, e sa come fare rendere al massimo tanto lo stagionato Harrison Ford quanto il resto del cast, da Ryan Gosling che si cala egregiamente nei panni dell’agente K, androide che arriva a nutrire incertezze sulla sua natura, alla sua compagna virtuale Joi (interpretata da Ana de Armas, dotata del malinconico charme di Rachel/Sean Young) che almeno una volta riuscirà come in una fiaba a vincere sul sortilegio che la vuole impalpabile segnale elettronico per congiungersi carnalmente all’amato K, una delle sequenze più belle; dall’implacabile villain femmina Sylvia Hoeks a Robin Wright – ex signora Penn – che incarna una delle pochissime presenza umane; a Eward James Olmos che nel suo breve ritorno sforna un altro indimenticabile cameo nei panni del vecchio Gaff e l’immancabile origami (ricordate l’unicorno di carta?).

Ma tutto questo potrebbe non essere sufficiente: può bastare per realizzare un buon seguito di Blade Runner, ma per esserne al pari occorre molto di più. Al minimo una colonna sonora memorabile come quella immaginata da Vangelis: Jóhann Jóhannsson, che si occupa di quella di Blade Runner 2049 – insieme a Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch – al confronto scompare come un fantasma alle luci del mattino; e l’unico frangente nel quale ci si rende conto di un brano di musica che va oltre la sonorizzazione è quando si affaccia la riedizione di Tears In The Rain (insieme a pochi altri frammenti della prima OST), lo struggente pezzo del compositore greco sulle cui note Roy Batty pronunciava una delle frasi più popolari e tramandate della storia del cinema: “Ho visto cose che vuoi uomini…”.

 

Blade Runner (1982)

Quando si venne a sapere che Ridley Scott, il cui Alien (1979) aveva rivoluzionato il cinema di SF, avrebbe girato un film con Harrison Ford – già attore feticcio – tratto da un romanzo di Philip K. Dick, non pareva vero. Aggiungete che Vangelis ne avrebbe curato la musica, e le aspettative – le mie ma non solo, credo – andarono alle stelle. Blade Runner, questo il titolo, non partì come una Ferrari al semaforo verde, anzi al botteghino americano stentò non poco. Andò meglio in Europa, ma il suo stato di film di culto lo guadagnò un passo alla volta, anno dopo anno, replica su replica, conquistando fan che convincevano gli amici a vederlo per diventarne a loro volta fan. Ricordo perfettamente il cinema nel quale vidi Blade Runner, un locale che non esiste più; dove parcheggiai l’auto, con chi andai.

Uscii dalla sala come stordito. Invaghito di Rachel, totalmente solidale con Deckard, affascinato da Roy Batty.  Travolto dalla rappresentazione della Los Angeles del 2019, dalla trama e dalle sue implicazioni, e rapito dalla musica di Vangelis, non per nulla entrata nel mito con il diritto e la forza del film. Tornai a vederlo un paio di giorni dopo da solo e provai la stesa sensazione…

 

Blade Runner 2015

Dopo una serie di romanzi che hanno provato a cavalcare l’onda del successo del riscoperto libro di Dick – scritti dal losangelino K. W. Jeter e pubblicati in italia tra le fine degli anni ’90 e il 2000 –, dopo anni di voci che si rincorrevano a partire almeno dal 2008, nel 2015 viene ufficializzata la notizia che Blade Runner avrebbe avuto un seguito anche al cinema, con Denis Villeneuve alla regia, Harrison Ford di nuovo a bordo, e Ryan Gosling tra i protagonisti. Trapela inoltre che a Jared Leto, non solo attore apprezzato ma leader della band di successo dei Thirty Seconds To Mars, viene offerto il ruolo di Neander Wallace, dopo che per la parte era stato considerato David Bowie. A quel punto, e da quel momento, la febbre tra la schiera degli estimatori di Blade Runner ha preso a salire costantemente. Fino a quando è stata rivelata la data di uscita del film: il 5 ottobre 2017. Quel giorno di autunno, finalmente avremmo deciso se sostituire il grosso punto interrogativo con uno esclamativo, oppure se i timori che serpeggiavano sotto sotto avrebbero portato all’ennesimo dei ‘ritorni’ senza onore.

 

Jared Leto

Blade Runner 2049

Giovedì 5 ottobre 2017, Blade Runner 2049 viene proiettato in ben tre sale sulle sei del cinema Raffaello di Modena. In una, perfino la versione in lingua originale. L’aria che si respira è quella dell’evento. C’è molta aspettativa. Prima di tutto tra i gestori dei cinema. Ma il flusso più continuo e strano è verso la sala 4. Roba da convegno geriatrico. O come se questa sera si proiettasse, dopo David Gilmour Live At PompeII e lo show di addio dei Black Sabbath, il concerto di reunion a sorpresa della orchestra di Raoul Casadei. Sono tutte donne sui settanta. Alla 4 fanno Chi m’ha visto: ecco la spiegazione, potenza della TV che regola anche il cinema, protagonista Beppe Fiorello, eroe delle pensionate alle quali sembra non bastare mai, le cui serate casalinghe il rassicurante ragazzone ha allietato per mezzo di una infinita serie di cosiddette fiction in tutte le salse. Per loro Fiorello è una sicurezza, come un simpatico nipote scavezzacollo.

Ryan Gosling e Ana de Armas

La platea di Blade Runner 2049 è più variegata, ma a occhio e croce i reduci della prima ora non sono tanti. Travolti dalla vita oppure passati all’altra vita. Del resto tra ‘quella’ prima ora e oggi ci sono di mezzo 35 anni. Che contati – e raccontati – sul volto di Harrison Ford che si accaparra un bel pezzetto di film, destano una certa impressione. Ci sono più giovani, anche donne senza uomini, che sta a significare che il mito di Blade Runner è trasversale. L’ultimo a uscire dalla sala, dopo l’esaurirsi di tutti i titoli di coda, compresa la breve animazione che riferisce al distributore del film, è un campione della categoria nerd. Qualcosa che sa di pratica scaramantica: va bene  il pc, conoscere i linguaggi più noti di programmazione di base e sapere crackare Spotify, ma qualche rito per richiamare lo sguardo indulgente della buona sorte non guasta.

Non sta scritto da nessuna parte, nemmeno in C++, che chi mangia app come fossero pop corn al cine è baciato in fronte di default dalla dea bendata. Occorre un gesto magico, laddove l’homo Neanderthalensis e l’homo Technologicus si fondono, e magari neppure si capiscono.

Harrison Ford

Ma che quello di Blade Runner non sia un ‘marchio’ qualunque, piuttosto un pezzo di cinema dalla pesante eredità, da mettere in qualche modo in soggezione, lo si nota anche oltre lo schermo, in sala, dove la gente che non è poca ha un grado attenzione – e rispetto – superiore alla media: sono pochissimi quelli che non riescono a fare a meno di accendere compulsivamente il cellulare, e ancora meno quelli che pescano, mestando e rimestando, come si trattasse di estrarre i numeri del Bingo, nella rumorosa confezione plastica di orrende cibarie comprate al bar del cinema.

Los Angeles, 2049

Il senso di avere a che fare con una materia estremamente sensibile e pericolosa – una responsabilità, cosa diversa dal semplice lavoro – deve averla provata anche Denis Villeneuve, e con lui tutto il cast. L’ambientazione, l’apparato scenografico, le suggestioni iconografiche, pur andando oltre sono rispettosi dell’originale e offrono un senso di continuità. Solo, quando viene svelato il meccanismo centrale, il perno sul quale ruota il film, contemporaneamente al piacere per la generosità visuale si delinea un’ombra che si allunga fino alla conclusione del film. Mettendone in discussione le fondamenta.

Ana de Armas e Ryan Gosling

L’agente K, un androide di ultima generazione, è stato sguinzagliato, alla maniera del vecchio Deckard, per terminare i modelli Nexus rimasti in circolazione, teste calde “che non obbediscono”. Normale routine, almeno fino a quando K inkappa in una cassa contenente i resti di una donna partoriente un neonato. Nulla di strano, senonché si scopre che quella donna era un replicante. (Se avete visto l’originale già sapete di chi si tratta). Da qui Blade Runner 2049 si dipana come un thriller: ci sono un antagonista femminile di K, bella quanto spietata, con la quale come da tradizione il ‘buono’ salderà il conto sullo striscione di arrivo; il geniale ma folle magnate che chissà perché deve parlare come si fosse mangiato – e mal digerito – tutta l’opera di Sofocle e Platone insieme; gli indispensabili e nostalgici pezzi di modernariato costituiti da Deckard, Rachel, i riottosi Nexus 8 riuniti in comunità di carbonari pronti a insorgere. Infine Los Angeles, sempre più megalopoli, fatiscente, cupa, fredda, costantemente sotto un cielo plumbeo e immersa in una perenne nube di smog.

Ryan Gosling nella Los Angeles notturna e nevosa

Esteticamente il film è ricercatissimo. In una fascinosa commistione di retro-future e post-post moderno, di generalmente e geneticamente corrotto al di là dei corpi – le forme, l’architettura, i materiali – che seduce più di quanto faccia l’oggetto della sacra ricerca di K . Ed è questa l’ombra lunga, il dubbio.

Che i replicanti prendano coscienza è una fantasia assolutamente lecita. Nel campo dell’intelligenza artificiale si lavora in questa direzione, i progressi sono strepitosi e prima o poi i ricercatori coglieranno nel segno. Ma da qui a mettere al mondo figli umani, due replicanti, Deckard (che vivendo in una zona contaminata dalle radiazioni non può che essere un Nexus) e Rachel, ne corre. Ipotesi più da Roberto Giacobbo e Voyager che da mente allucinatamente illuminata come quella di Dick. Il grande scrittore che ha avuto la possibilità di affacciarsi al set di Blade Runner senza vederne la conclusione dei lavori non l’avrebbe mai azzardata.

Sylvia Hoeks

Ma se non andate troppo per il sottile – se non vi chiedete perché agli androidi le radiazioni fanno il solletico me poi annegano; e soprattutto non siete della mia opinione: che non ci dovrebbero essere né sequel né tantomeno prequel, ma solo ‘one story, one shot’ – allora Blade Runner 2049 vale il prezzo del biglietto.
Di quanto sia esteticamente ‘bello’ si è già detto, ma molte altre componenti sono al posto giusto e funzionano a meraviglia, compresi Harrison Ford e Ryan Gosling sul quale nutrivo delle perplessità, ma a fronte di un viso da unica smorfia come quello di tanti altri attori americani che si sono fatti un nome e una carriera, oppone occhi grandemente espressivi. E pure Denis Villeneuve, alla regia, non fa che confermare quanto di buono si dice su di lui.

Robin Wright poster

Ho parlato del dubbio che sorge nella prima parte del film, proprio sul punto focale della narrazione, relativo all’efficacia di un colpo di scena che risulta troppo artificioso anche per un storia di fantascienza. Ma c’è un secondo tarlo che si palesa sul finire e ha i contorni della mezza minaccia: al quesito sollevato da Blade Runner 2049 si trova solo risposta parziale, si scopre il ‘chi’ ma resta irrisolto il ‘come’ (che tormenta il già tormentato Wallace/Leto). Come prodromo di qualunque franchise, più che raggiungere un epilogo, dopo quasi tre ore Harrison Ford/Deckard sembra prepararsi per dare inizio a una nuova avventura (prenderà parte alla rivolta dei Nexus 8 che, nascosti, sono più di quanti si pensava e pronti a insorgere?), e la fine/non fine dell’agente K resta avvolta nel mistero. Si profila dunque all’orizzonte Blade Runner 20XX? Un terzo episodio ancora più stiracchiato (nel contenuto) e alieno alla base di partenza? Che a sua volta potrebbe diventare punto di inizio della programmatica distruzione del mito di Blade Runner, ciò che Ridley Scott sta attuando con la saga di Alien da anni.

Dunque andate al cinema perché Blade Runner 2049 non vi deluderà (non del tutto), gli oltre 160 minuti di durata non pesano. Ma se avete visto Blade Runner (1982), e poi l’avete rivisto, introitato, metabolizzato, soprattutto amato, per 35 anni, una volta usciti dalla sala dove si proiettava il sequel, dopo averne parlato con gli amici, oggi starete già pensando ad altro.

Dave Bautista e Ryan Gosling

È Sapper Morton, il primo Nexus freddato da K, a rinfacciare al suo killer di essere spregevole (“Cosa si prova a raschiare la merda?”), lui e tutta la sua ‘generazione’ che serve gli uomini senza obiettare, perché non ha mai assistito a un “miracolo”. Riferisce al prodigio dell’erede nato da Deckard e Rachel, ovvio. Ma alla battuta ho immaginato un esercizio di meta-cinema escogitato da Hampton Fancher e Michael Green, gli sceneggiatori, e che il gigantesco replicante stesse parlando di Blade Runner. E i miracoli, si sa, non sono cosa rara ma unica. Non si ripetono. Non nella stessa forma, per lo meno.

 

 

 

 

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