Dopo avere acchiappato il Pulitzer alla carriera nel 2008, Bob Dylan in otto anni arriva al Nobel per la letteratura e chiude il cerchio. Oltre non si può andare. Non esiste altro premio – in ambito di scrittura –, guardando verso l’alto, al quale possa puntare. Dovrà cambiare settore. Ci penserà qualcuno a tirarlo per la giacchetta, si dice in ambito politico. Forse abbiamo trovato chi è in grado di spezzare l’egemonia duopolistica del Pallone D’Oro. Finalmente possiamo sperare in un nome a sorpresa, alternativo alla monotonia di Messi e Ronaldo: Dylan può.

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Non ho mai condiviso la faciloneria con la quale si adoperano le parole poesia e poeta accostandole a musicisti e canzoni. L’amore che nutro per la musica è viscerale, ma ho troppa ammirazione e rispetto per i (po)veri poeti per confondere una canzone con una poesia. Canzone e poesia sono due cose diverse. La canzone, quando non si appoggia alla musica, ne è perfino più inseparabile, come fratelli siamesi. L’una non si può sviluppare senza tenere conto dell’altra, così come l’altra, imprescindibilmente, trae forza dall’una.
Poi, che il testo di una canzone possa avere valore anche oltre la musica – una vita comunque limitata – è assodato, ma indicarlo come poesia è come pretendere che un pesce possa respirare così a lungo da vivere lontano dall’acqua. La poesia è un distillato di vita che si regge sulla sola forza della parola. Arte inverosimilmente difficile, rara, sofferta e sofferente, povera. Povera nel senso che non rende economicamente, e neppure ti spara nell’empireo dei famosi, salvo rari casi. Dove per famosi si intende: famosi. Come Bob Dylan.dylan-e-limo

Non mancano gli esempi di poesie di questo o quel poeta messe in musica. Ma sono figli adottivi. E non ci sono di qualcosa del tipo che abbia fatto urlare al miracolo.
Per arrivare al punto, sono dalla parte di quelli come Jonathan Franzen che ha dichiarato con sarcasmo:

“Un’amara delusione per quella che speravamo sarebbe stata la vittoria di Morrissey”.

Anch’io avrei preferito che il Nobel per la letteratura l’avesse vinto Don DeLillo, o Umberto Eco. O se preferite Joe R. Landsdale. Ma uno scrittore. Un vero poeta. Un Dario Fò. E se proprio dobbiamo prestarci al gioco della forzatura, secondo i miei bassissimi standard, io sento più poesia in Vecchio frack che in Blowin’ In The Wind. Il Nobel a Domenico Modugno? No. Ma anche fosse, ormai è tardi.
Ma Dylan, francamente, il Dylan degli ultimi lunghi anni, ricoperto di ori e medaglie, ricompense e titoli, più established dell’establishment contro cui una volta, tanto tanto tempo fa, puntava il dito, mi ricorda Goodnight Robicheaux de I magnifici 7 ultima versione, che stanco di interpretare la parte di colui che non è più, confessa: “Sono diventato tutto ciò che ho sempre odiato”.

Mi si obietterà che qui si premia il poeta, il resto non conta. Il resto conta sempre. E come poeta preferisco di gran lunga Nick Drake.

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Woody Guthrie

Allora diciamo che si è voluto omaggiare il poeta che, in più, è stato determinante per il suo impegno civile. Rispondo. Ammiro Woody Guthrie, irraggiungibile nella coerente commistione di vita e arte; o “l’ usignolo di Stalin”, il soprannome appioppato tra scherno e disprezzo a Pete Seeger – attivista, ambientalista e comunista dischiarato negli USA del maccartismo –;  o Phil Ochs, sul quale il Federal Bureau of Investigation aveva 500 pagine di dossier perché ritenuto sovversivo, che peraltro, secondo There But For Fortune: The Life Of Phil Ochs (la biografia scritta da Michael Schumacher, solo un fortuito caso di omonimia con lo sfortunato pilota) proprio Bod Dylan avrebbe cacciato fuori dalla sua limousine (nel 1965!) perché Phil era critico rispetto a una sua canzone (Can You Please Crawl Out Your Window?). Mi sembrano tutti più coerenti di Dylan. Purtroppo per loro, cosa che contribuisce ad alimentare la persistenza della memoria storica, hanno venduto meno e dischi ma viaggiato più spesso in treno che in limousine.

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E allora che resta? La leggenda di Dylan – perché è quello che la gente cerca e venera – e l’attuale Dylan: un vecchio miliardario con contratto discografico da miliardario, e management che gli organizza tour da vecchio miliardario. Al quale prediligo, scomparsi i vari Guthrie, Seeger, Ochs, Drake, nella sua inscalfibile integrità Roy Harper.

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Più giovane di 15 giorni, Dylan è nato nel maggio del ’41, Harper in giugno, l’inglese si è buscato una pacca sulle spalle dalla rivista Mojo nel 2015, che lo ha premiato con il Mojo Hero Award (e capirai!), mentre nel 2013 ha portato a casa un’onorificenza che pur intitolandosi in modo estremamente più pomposo dello stringato Nobel – il Lifetime Achievement Award,  per i BBC Radio 2 Folk Awards – è in realtà talmente più povera dell’assegno elargito dagli svedesi da essere praticamente solo simbolico. Tutto qua? Sì, tutto qui. Curiosamente, Harper è autore di un CD oggi introvabile intitolato Poems, Speeches, Thoughts And Doodles, del 1997, che si poteva ordinare per posta o comprare ai concerti, e con poche note sparse è, come esplicita il titolo, uno sfogo verbale a base di testi e poesie. Potrebbero sfidarsi sullo stesso ring, lui e Dylan, testi poesie musica impegno, e io, contro ogni pronostico, scommetterei su Roy.

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Come Dylan, Harper si esibisce ancora, ma da solo, voce e chitarra. Barba bianca, spessi occhiali da vista con pesante montatura, invece che eleganti lenti da sole come il figo dylaniano De Gregori. E non c’ha neppure il panama bianco sulla testa dalla calvizie che avanza, ancora come il dylaniano De Gregori che scimmiotta Dylan. Non ne sente il bisogno di portare il cappello. Mentre chi gli si para di fronte, a lui e alla sua musica che non si piega, il cappello sente il bisogno di toglierlo. Hat Off To (Roy) Harper. Firmato Led Zeppelin (III).

 

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