Questa notte intorno alla una. E alla Luna. Un quarto. L’una e un quarto. Luna e un quarto. Guardavo il cielo quasi totalmente sereno. Le stelle. Il satellite basso sull’orizzonte, giallastro. Infonde serenità guardare il cielo impassibile. Però ho avuto un piccolo moto di stizza. Non si vede mai un UFO. Un corpo celeste impazzito. Qualcosa di strano. Un segno. Poi ho abbassato lo sguardo. Mi sono girato, ero in strada. Guardavo per terra, forse in reazione all’umiliazione che infonde il cielo enorme, irraggiungibile, stellato.

Ho visto un bagliore che ha disegnato per un momento la mia ombra sul terreno. Mi è parso un abbaglio. Poi ho pensato a un fulmine, che stesse repentinamente cambiando il tempo, volgesse al piovere, se non nell’immediato il giorno dopo. Peccato, c’è una temperatura estiva, anche se siamo quasi in novembre. Mi sono rigirato al cielo, neppure troppo in fretta, e lassù c’era un meteorite che ancora disegnava una ferita: per gioco, uno scherzo che dura pochi ma lunghissimi secondi di stupore sulla guancia silenziosa del cielo.

Mi è scappato un sorriso: una risposta, mi sono detto. Il segnale che attendevo.

Quelli che ne sanno insegnano che non era un meteorite ma un bolide, qualcosa di più grosso. Un grumo delle dimensione di un sassolino; contro il granello di sabbia che provoca la cosiddetta stella cadente. Date alla natura poco più del nulla e ne farà uno spettacolo da lasciare a bocca aperta. Noi, nelle nostre teste che per un granello di pensiero malato si inceppano, al bolide conferiamo al massimo la rugginosa dignità di una automobile potente.

Ci esaltiamo nel vedere sfrecciare un tutt’uno di latta e plastica, sogniamo di averne uno, per comprarlo sgobberemmo una vita senza ripensamenti, senza mai mollare. Per costruire il bolide a motore ci si mette un cenacolo di uomini, mezzi, pezzi, per una trafila lunghissima. Poi bisogna curarlo, dissetarlo a benzina e lubrificanti, stringere e mollare bulloni. Le ruote, i freni, le pastiglie; che magari togli dalla ‘dieta’ per carenza di liquidi oppure aggiungi perché il bolide pesa troppo sul portafoglio e ti ha procurato una ulcera.

Magari ci spiattelleremo o renderemo poltiglia un nostro simile per dimostrarne la magnificenza che ci fa gonfiare petto e organi sessuali. Là in alto ti fanno un bolide con un sassolino che prima di esaurirsi in un lampo di luce ha compiuto tanti chilometri che se metti insieme i contachilometri di tutte le Ferrari sin qui costruite non ci arrivi. Senza fermarsi una sola volta alla stazione di servizio. Senza rumore. O nefasto codazzo di fumi pestilenziali.

Capita così raramente di vedere un fenomeno del genere che ho voluto scriverne su questo mio diario. Mi era già successo. In una notte autunnale ma più fredda. Lo ricordo ancora bene, tanto è lo stupore che suscita una cosa così semplice ma sorprendente nella sua natura. Vale la pena alzare gli occhi dagli schermi di quei dannati cellulari. Qualcuno, o qualcosa, risponderà.


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