Trilobiti Book Cover Trilobiti
I Libri di Isbn
Breece D’J Pancake
Antologia di racconti
Isbn
29 4 2010
Tascabile, brossura
189
USA
13 euro

 

Questione di un paio di mesi, e anche lui sarebbe entrato nel cosiddetto Club 27. Ma Breece Pancake non era un rocker bensì uno scrittore. E il club per questa categoria non è ancora stato fondato. Morto suicida a 26 anni, anche se sul suo decesso restano dubbi: la causa è una ferita da arma da fuoco, ma Breece era anche un cacciatore, e forse il colpo è partito accidentalmente. È altrettanto vero, però, che poco prima scrisse su una cartolina indirizzata a un amico: “Se non fossi un buon cattolico, prenderei in considerazione l’idea di divorziare dalla mia vita”.

La caccia – come la pesca – è un elemento che coinvolge anche i personaggi delle sue storie, e la natura, descritta con dovizia, in modo iperrealistico quasi, sicuramente partecipe e commosso, una presenza costante. Insieme alle punte di freccia, delle quali era un collezionista, che compaiono almeno in tre/quattro racconti. E alle automobili male in arnese da riparare.  

Sono bastati sei racconti a fare entrare Pancake nella leggenda. E altrettanti inediti che vanno a comporre i dodici totali che compongono Trilobiti, unico libro stampato a suo nome. 26 anni e dodici racconti gli sono valsi una  biografia critica: A Room Forever: The Life, Work, and Letters of Breece D'J Pancake; di Thomas E. Douglass. In Italia se ti presenti all’editore con sei racconti in borsa ti fanno accomodare nello spogliatoio del personale delle pulizie, perché tu possa chiedere quale trafila hanno fatto per farsi assumere. 

I racconti noti di Breece erano usciti su riviste, per lo più su The Atlantic Monthly, magazine di Washington D.C. che pubblica dieci numeri all’anno (e dunque proprio mensile non è). Scritti che avevano immediatamente suscitato scalpore, tanto che la famosa scrittrice Joyce Carol Oates ha paragonato il debutto di Pancake a quello di Hemingway. Un accostamento non da poco.

A proposito del The Atlantic Monthly: D’J – abbreviazione di Dexter John – nasce da un errore tipografico avvenuto al momento della pubblicazione sulla rivista, siamo nel 1976, di Trilobiti, il racconto che apre e dà il nome alla futura raccolta.

Pancake era nato nel West Virginia (a South Charleston e cresciuto a Milton dove oggi riposa) ed è sempre rimasto legato a quella terra – lì insegnava Inglese alle accademie militari di Fork Union e Staunton – che è lo sfondo per tutti i suoi trailer ‘letterari’ – sembrano questo, non solo rispetto al romanzo/film ma anche confrontati al racconto classico che ha una soluzione: schegge. Frammenti di vita sospesa animati da gente che non riesce a fuggire le sabbie mobili di una vita rancorosa, verso qualcuno o verso la sorte.

Minatori, camionisti, agricoltori, allevatori, marinai, garzoni, cameriere, meccanici di officina. Uomini e donne inadeguati, gli anziani rassegnati o pieni di livore, i giovani destinati al fallimento o incapaci di divincolarsi dalla stretta di una provincia che soffoca, abbrutisce, rintuzza la pietà e amplifica il cinismo. Dove la natura – che Pancake ama nonostante sia un cacciatore e le scene di caccia, e di pesca, siano descritte con ricorrente spietatezza –, la campagna, la terra, fiumi e montagne, hanno un ruolo rilevante, sembrerebbe catartico: ma è solo una illusione. Perché infine ‘madre natura’ gira lo sguardo e non è di alcun aiuto nell’esorcizzare le angosce, i timori, i rimpianti di una vita che si consuma senza un raggio di vera luce a ‘benedire’ – Pancake si era convertito al cristianesimo dopo la morte del padre alcolizzato e del suo migliore amico, e aveva assunto il nome di John proprio in quella occasione –, e ‘sollevare’ non dal peccato ma dal peso ‘originale’ dell’esistenza. 

C’è una deroga alla cappa plumbea che appesantisce il destino dei protagonisti – apatici, passivi, spesso ineluttabilmente vinti prima della (non) conclusione del racconto – solo nel caso di La mia salvezza, il resoconto in prima persona di un ragazzo (al quale non viene dato un nome) che sciorina in tono scanzonato la sua inetta storia che non lo conduce da nessuna parte: sogna di scappare a Chicago per lavorare nella emittente radiofonica WLS, ma nel frattempo guadagna un po’ di spiccioli alla pompa di benzina di Rock Camp, “a settantacinque centesimi l’ora, di cui un terzo andavano a Chester per avermi trovato il lavoro”, cercando nel tempo libero di montare il motore di una Pontiac sfasciata sulla carcassa di una Chevrolet.

Se non avete mai sentito parlare di Rock Camp, vuol dire che non avete mai rotto uno specchio o camminato sotto una scala o celebrato il giorno di san Patrizio, ma può esservi capitato di aver perso una ruota, di essere precipitati dall’ala di un biplano o di esservi fatti il segno della croce con la sinistra, se ancora l’avete. Gli ultimi tre sono i metodi migliori per entrare a Rock Camp, e nessuno conosce un modo fattibile per scappare da lì, tranne Chester, che al momento non è disponibile per fare commenti.

E infatti da Rock Camp, West Virginia, il ragazzo non fuggirà mai. La mia salvezza è il solo racconto baciato da quel raggio di luce di cui parlavo in precedenza – ma si tratta di vitalità che deriva dal ritmo della scrittura, non certo da un lieto fine che nella mitologia di Pancake non esiste.

Chuck Palahniuk ha confessato di essere stato ispirato dalla scrittura di Pancake, e Kurt Vonnegut, considerato uno dei massimi scrittori americani viventi, ha spedito una lettera al curatore della edizione americana nella quale dichiara che secondo lui D’J è il più grande scrittore che avesse mai letto.

Ma per tornare ai rocker, quelli che il Club 27 ce l’hanno, tra gli ammiratori di Breece ci sono Tom Waits, le cui tematiche sono in sintonia con quelle dello scrittore, e Mark Knopfler, il leader dei Dire Straits, che quando ha scritto River Town, dal disco Tracker del 2015, pensava a Una stanza per sempre, il terzo racconto di Trilobiti.

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