Ieri notte (giovedì 12) ero per strada. In una via deserta, solo un paio di abitazioni, il resto capannoni industriali e aziende che la notte dormono. Uno di quei luoghi dove a volte ti concili con la vita, altri ti perdi del tutto. Adesso è bellissima. In mezzo c’e una striscia di asfalto nero, più sottile rispetto alla vera ampiezza del fondo stradale poiché vinta dalle foglie. Gli alberi ai lati, che dividono il marciapiede in settori, sono settimane che piovono foglie. E continuano a farlo. Quando sono aggrappate ai loro rami non si direbbe che sono così tante. Ma è un po’ di tempo che cadono a frotte, come qualcuno le lanciasse da là sopra dopo averle strappate ed essersi riempito le mani.

Le foglie gialle cadute sono compatte e spesse come un materasso. Se cammini sul marciapiede ci affondi che pare neve. È per causa del lavoro compiuto dagli addetti comunali che sono passati armati di macchine lente e aggeggi più rumorosi che efficienti, pesanti, serviti solo a inspessire la coltre del fogliame che rinsecchisce lentamente, cambiando di giorno in giorno sfumatura. Ora, per effetto dei lampioni che ne amplificano il lucore, ai lati della strada sembrano esserci due sentieri lastricati d’oro, come per volere di un sovrano Azteco pazzo di potere, che portano a un tempio oltre la curva dove forse si stanno facendo sacrifici umani.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAGuardavo il cielo plumbeo, senza luna, senza una stella. Lo fai perché dal cielo ti aspetti qualcosa, sempre. Che non accade mai. Gli alieni in procinto di invaderci. L’angelo del Signore che enuncia l’ora del giudizio: “uscite dalla fabbriche, dai bar, dai letti”. La serie finisce qui, non ci sarà un’altra stagione. Qualunque cosa dal cielo, ma che venga. Si decida, e decida.

Non c’era un motivo preciso per guardare da quella parte. Oltre al fatto che quello era lo spicchio di cielo sgombro da rami di alberi spogli, da lampioni, da ogni cosa ingombro cittadino. Improvviso è apparso un meteorite. Basso sui tetti. Ha squarciato la tela del cielo per un tempo lunghissimo, mi è parso. Due, tre secondi almeno. Lasciando un scia immacolata e iridescente, visibile quasi fosse fumo. Poi si è disintegrata contro il muro d’aria opposto dall’atmosfera come con una sentinella, a dire “qui non si passa”.

Una vampata verde ed è svanito. Un bagliore enorme rispetto alle stelle cadenti che si vedono, se sei fortunato, in agosto, quando le Pleiadi si avvicinano e i pezzetti che lasciano sciamare verso la Terra vaporizzano in puntini luminosi. Brucianti, altissimi sull’orizzonte. Come zanzare fulminate nelle gabbiette elettriche appese in balcone, ma senza il rumore della scarica.

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Mi sono domandato quante possibilità avevo di assistere a un simile evento. E quanti altri esseri umani possono averlo notato. Qualcosa dal cielo arriva, prima o poi. Alza la testa. L’effimero proiettile extraterrestre mi ha ricordato una pagina di Dino Buzzati che si trova ne Il Deserto Dei Tartari. Descrive in modo magistrale la giovinezza che si perde lentamente in una sorta di felice inconsapevolezza, lasciando il passo alla maturità – e oltre – che accorcia i tempi, consuma i mesi e gli anni sempre più velocemente.

Quel pezzo di roccia che ha attraversato il cosmo per un tempo che nemmeno ci è dato concepire, per giungere infine a morire davanti a me, in una scia e una fiammata, voglio credere di averlo visto solo io. Lo sento, mi trovo nella fase dove tutto si svolge a ritmo più veloce di quanto scandisce l’orologio. A breve mi dissolverò, impalpabile sullo sfondo della storia di tutto, la mia compresa. Ho un solo desiderio, arrivare in fondo e sublimare in un lampo. Brillare da qui alla fine anche un’unica volta. Seppure in ultimo. Rischiarare fosse solo per un istante il cammino di qualcuno. Anche di una sola persona.

Keep-Looking-Up

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