Cane mangia cane Book Cover Cane mangia cane
Noir
Paul Schrader
Nicolas Cage, Willem Dafoe, Christopher Matthew Cook, Omar J. Dorsey, Louisa Krause, Melissa Bolona Reynaldo Gallegos, Chelcie Lynn, Bruce Reizen, Jeff Hilliard, Ali Wasdovich, Louis Perez, Magi Avila, Paul Schrader
Nicci Kasper, Deantoni Parks
13 7 2017
USA
93
19 7 2017, cinema Raffaello, Mo

 

Il nuovo film di Paul Schrader, tra i più originali autori della “nuova Hollywood”, parte in quarta ma comincia a sbandare già a metà corsa, fino a perdere ogni aderenza e arrivare al traguardo sia a corto di benzina che con le gomme consumate al limite.

Un buona occasione perduta: con un cast di primo piano, e grazie a una storia brillante e un autore consolidato ai quali potere attingere – Edward Bunker – si poteva fare decisamente di meglio. Non è un caso, probabilmente, che il film – uscito nel 2016 – arrivi in sala solo ora, con il sospetto che si tratti di un fondo di magazzino. Alla stregua di USS Indianapolis, ancora con Cage – ancora del 2016 – e in programmazione subito dopo lo smontaggio di Cane mangia cane: insomma paghi due (biglietti) e prendi (probabilmente) due fregate.

 

C’era tutto quello che occorreva per trarne un grande film: quella faccia di pietra scavata che è Willem Dafoe, sorta di psicopatico Iggy Pop passato dal palco alla malavita, altrettanto fatto e dal grilletto facilissimo; Nicholas Cage che fa il cinefilo cervello della banda con un debole per Humphrey Bogart; l’occhio e la penna fini di uno dei massimi autori della New Hollywood, quel Paul Schrader, sceneggiatore di Taxi Driver, Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo, e regista di American gigolò e Cortesie per gli ospiti, tanto per ricordare alcuni dei lavori più noti, che si ritaglia il piccolo ruolo di “il greco”, il boss che procura il lavoro a Troy (Cage), Mad Dog (Willem Dafoe) e Diesel (Christopher Matthew Cook). Infine, ma non ultimo, il libro su cui si appoggia la vicenda è frutto della fantasia (e della vita vissuta) di Edward Bunker (Mr. Blue in Le iene di Tarantino), una delle massime autorità in fatto di letteratura noir, che sapeva bene di ciò che parla perché a sua volta finito attivamente nello schiacciante ingranaggio del crimine.

Il noir dicevamo, diventato per il cinema un po’ come il western: sempre più rari i lavori che escono in sala, ma non sempre di qualità. Come in questo caso. Benché Cane mangia cane parta a mille, e nel frullatore che vuole prima spappolare e poi amalgamare emozioni forti ed elementi classici del genere, riesce a insinuare – con lucido sguardo accusatorio – i fattori campione degli USA del disincanto: quelli che invece di tratteggiare il sogno americano ne delineano il marcescibile incubo (quotidiano).

Come nelle pellicole di John Ford il paesaggio selvaggio, con la sua maestosità e il distacco dall’umano indaffararsi, assurge alla stessa importanza degli attori, così Schrader agghinda la cruda esistenza in rosso (sangue) e nero di un terzetto di assassini, con tutto ciò che rende la way of life americana (oggigiorno globale) un patetico esercizio in assenza di stile. Vite disperate – quelle dei criminali – sullo sfondo di esistenze – quelle di tutti gli altri – sulla soglia del grottesco: ciccioni, case dagli interni completamente rosa, il sesso rubato o merce di scambio, i cellulari che non si spengono nemmeno durante una seduta di quasi-sesso a pagamento, internet per rimbambirsi, le armi onnipresenti, il denaro come denominatore comune di ogni azione, junk & drink food.
Quali le possibilità di redenzione per tre sbandati che uscendo dagli inferi della galera piombano in un mondo altrettanto sconnesso e sregolato, solo senza sbarre?

Come fare a stare dalla parte giusta di un confine così labile, se lo stesso modo di agire si può applicare sia di qua che di là dal portone di un penitenziario, e la sola vera discriminante è rappresentata da chi/cosa ti protegge?: un boss della mala oppure una divisa da poliziotto. Tanto che alla fine, saranno proprio i tutori della legge a fare pagare il cattivo Cage nel più crudele dei modi.

Ci sarebbe stato tutto quello che serviva. Ma a metà film, tra dialoghi parodistici à la Tarantino, divagando e ondivagando tra splatter e black (tragic) comedy, noir e on the road, Schrader perde di lucidità, sbanda sempre più frequentemente e si schianta contro un finale talmente fumoso e rabberciato da togliere ogni margine di dubbio sulla (poca) bontà di Cane mangia cane. Un vero peccato.

 

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