Per quanto mi riguarda ritengo più utile al mio equilibrio psicofisico martoriarmi a bottigliate – come faceva Tafazzi – i gioielli di famiglia fino a ridurli a bigiotteria, che guardare, ascoltare, o informarmi sul Festival di Sanremo. Ma alla dura legge del festival non si sfugge: nemmeno la Gazzetta dello Sport riesce a esimersi, tanto che oggi ho letto un trafiletto che metteva al corrente tutti gli sportivi – in realtà lettori poltroni, chiamati impropriamente e chissà perché, appunto, sportivi – che la giuria che vaglia le canzoni che parteciperanno alla imminente edizione della ignobile competizione canora ha bocciato Caramelle di Pierdavide Carone e i Dear Jack.

Pierdavide Carone e i Dear Jack

L’esclusione ha fatto scalpore e c’è stato un gruppo di colleghi canterini che ha firmato un manifesto di solidarietà o si è espresso in qualche modo pubblicamente a favore del povero duo – o se preferite i ‘grandi’ numeri, quintetto – defenestrato.

La voce di Claudio Baglioni non si è fatta attendere. L’imbiancato cantautore che esortava i passerotti a non andare via – oggi dovrebbe rivolgersi agli aironi che sostano lungo i canali della bassa padana: come cambiano i tempi – ha dichiarato che l’esclusione non è però legata allo scottante tema al centro della canzone, cioè la pedofilia. Ma io non ci credo. Finché si tratta, chessò, di problemi mentali, quelli del didascalico ‘buon matto’ cantato da Samuele Cristicchi, va bene, passi, anzi – noi di Sanremo – ci rifacciamo il pedigree. Ma la pedofilia, andiamo… sulla ribalta dove la trimurti sole, cuore, amore la fa ancora da padrone…

Non ci credo, dicevo. E in un momento di personale (deepest) down voglio immaginare di essere nel migliore dei mondi e pensare che davvero – sic! – Caramelle sia stata cestinata poiché ritenuta artisticamente inaccettabile. Perché sentita bene fa l’effetto di un lassativo.

Le parole della canzone sono queste: a raccontarsi per primo è Marco: “Il mio migliore amico si chiama Giosuè” e “alla campanella voliamo come piume / E finché fa buio tiriamo sassi al fiume”. Sembrano estratte da Piccolo mondo antico, e mi perdoni la piccola ma buona anima di Antonio Fogazzaro. Poi Caramelle prosegue così: “E mentre giocavo uno strano sconosciuto / Prima mi ha guardato e poi si è avvicinato”… “Dammi la mano bambino e vieni nel bosco”. Quando già nel 1943 Gino Bechi cantava La strada nel bosco, poi resa celebre nella versione di Alberto Rabagliati, e canzone  citata nel film di Vittorio De Sica, premio Oscar (a Sophia Loren) 1962, La ciociara: “Vieni c’è una strada nel bosco / il suo nome conosco, vuoi conoscerlo tu?”. Sa di pedofilia. Ma anche no.

Ma torniamo a Caramelle, il cui tragicomico ritornello fa: “Nel mio silenzio il ricordo di cose più belle / Il colore delle stelle, mentre prendi la mia pelle / In cambio un sorriso e due caramelle”.

Prima lui, ora per par condicio, lei: “Ciao, sono Marica e ho fatto quindici anni / Sono già un’adulta e ho fatto molti sbagli”, ma ciononostante il massimo moccolo che lancia dopo una serie di sfighe è “porco cane”. Puro neorealismo. Ma non aspettatevi colpi di scena, anche la ragazzina cade vittima di un signore che le dà un passaggio: “Non l’ho mai visto prima però mi sembra saggio / La vita non è un film, cosa vuoi che mi succeda / E mentre penso questo all’improvviso cambia strada”. E giù il ritornello a base di “pelle” e “caramelle”, ma soprattutto “stelle”.

Ora però, alla attenta lettura di siffatto – ottocentesco “siffatto” – testo, sorgono un paio di dubbi. Il primo, che Pierdavide Carone abbia 80 anni, o giù di lì, e sia uscito per la prima volta in mezzo secolo dal collegio dei Salesiani proprio per consegnare la canzone alla giuria di Sanremo. Il secondo, che in tale, lunghissimo, lasso di tempo trascorso a giocare a ping-pong e imparare l’arte del songwriting sulla discografia di Frate Cionfoli, il cantautore non abbia né visto la TV né letto i giornali. Neppure Famiglia Cristiana.

Perché in fatto di pedofilia, pare che negli ultimi anni ci siano stati dei forti sviluppi. Che l’orco abbia cambiato pelle. E messo il doppio petto. O porti l’abito talare. Che sia organizzato in lobby: potenti, bene educate, insospettabili e spesso inattaccabili. Che sia forte di coperture insormontabili. Apparentemente rispettabile e socialmente in vista. Ed è in questa nuova versione, Orco 2.0, che mette davvero i brividi. Altro che signore che ti dà un passaggio: oggi ci sono telecamere e gente dappertutto, e a individuarti ci mettono poco. Questi sono mostri in via di estinzione, quasi scaduti alla soglia del babau, malati di mente che per un certo verso – per un certo verso, ribadisco – fanno anche un po’ pena. E il bosco è cosa sempre più rara da trovare. E più frequentato, ora che vanno di moda gli sport estremi, le esperienze outdoor di tutti i tipi, di certi angoli di città.

Ma gli sviluppi di cui sopra – guarda un po’ come cambiano i tempi – hanno riguardato anche le prede, che oggi si sono ‘evolute’ per diventare attive, si propongono. Pierdavide – nome da salesiano sputato – al chiuso della sua cameretta sui cui muri ci deve avere il poster di Tom Sawyer come massimo esempio di trasgressione – e qui mi perdoni la grande anima del grande Mark Twain – evidentemente non è al corrente che di questi tempi ci sono ragazzine che si offrono per un cellulare. Cosa che testimonia inequivocabilmente che l’orco le ha già possedute prima di prenderle fisicamente, ed è già dentro di loro: nella testa. Quello più difficile da battere e catturare. Che ha la forma di qualcosa che non c’è, di una mancanza, e un segno “-“, negativo, davanti ai tanti nomi coi quali (non) si presenta: educazione, famiglia, ideali, figure di riferimento, esempi positivi.

Caramelle? Due? Pierdavide, bello a papà, vai a casa di un amico e accendete la TV, sfogliate un giornale: scoprirai le merendine infarcite con le creme più appetitose, la playstation, lo skateboard elettrico, le Bratz, il ghiacciolo al limone con lo stecco di liquirizia.

E poi, diciamoci la verità, dov’è la sorpresa in questa storia? Sono Caramelle, vanno scartate.

 

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