Sessantacinque anni sono pochi per morire.
Ci hanno fatto credere che oggi si campa a lungo e si è sempre giovani, basta esserlo dentro dicono, e va già bene. A sessantacinque anni oggi non sei giovane ma nemmeno vecchio, sei adulto. È l’età alla quale se n’è andato Goran Kuzminac, musicista serbo-italiano, o viceversa, –  comunque sia faccia da irlandese – che aveva messo radici a Trento.

Un giorno di tanti anni fa era diventato noto all’improvviso, con uno di quei brani che diventano in un colpo la colonna sonora dell’estate. Sensazione, quella del motivetto ricorrente, che provi quando sei giovane, nel periodo in cui – forse l’unico della vita – esiste solo il presente. Il passato e il futuro sono materia da grandi: del rammarico, e delle speranze non ancora disattese.

Stasera l’aria è fresca / potrebbero venirmi dei pensieri”. Dal singolo Stasera l’aria è fresca. 1978. Un ritornello accattivante, un testo leggero come una bibita con le bollicine, ma tutt’altro che banale, un brano elettro-acustico di presa immediata. Come lo può essere un pezzo degli America. Può bastare? Direi di sì. Per me sì.

Dopo due anni il bis con Ehi ci stai, titolo contro ogni impegno, forse impertinente. È il titolo dell’album di esordio ma anche del singolo che ottiene anche maggiore successo del precedente. Sempre quel brano buono per farne il sottofondo dell’estate, identicamente leggero ma tutt’altro che banale. Dal titolo parrebbe una roba à la Righeira. Ma è ben altra solfa. Come leggere il titolo di un giornale che estrapola una frase dal contesto e sembra una storia opposta rispetto a ciò che racconta l’articolo se lo leggete fino in fondo. Anche se le parole di Ehi ci stai, è vero, non sono di Goran Kuzminac ma di Gianfranco Baldazzi. Un dettaglio, si fa per dire, che alle nostre orecchie, alle orecchie di quegli anni, contava poco.
Un po’ come sempre accaduto per Lucio Battisti (e Mogol), quello era – e resta – un brano a tutti gli effetti di Goran.

Ehi, ci stai a toglierti la gonna / a metterti nel letto con la voglia di esser donna”.

Sono due linee – l’altra è “Stasera l’aria è fresca…” – che tuttora mi ronzano in testa ciclicamente. Che a tempo debito riaffiorano e mi ricordano quegli anni. Parole che canticchio nei momenti migliori. O quando sono giù da fare schifo. “Ma ci stai o no a credere in qualcosa?”.

Poi un Qdisc con Ivan Graziani e Ron, con il brano di gruppo Canzone senza inganni, e uno con Mario Castelnuovo e Marco Ferradini, e il lento ritorno nell’anonimato nonostante i lavori solisti e le collaborazioni, o il darsi da fare dietro le quinte, sia sempre andato qualitativamente migliorando. Ma questo è il destino di coloro che rimangono “(Ci stai a essere) sempre tu qualunque cosa accada”.

Sarò poco poetico, o insufficientemente colto, o entrambe le cose, ma nei momenti nei quali apro uno spiraglio sulla mia vita arrotolata come un vecchio film, prima di tante tiritere troppo erudite sui massimi sistemi dei De Andrè e De Gregori, nella testa prende a ronzare un vecchio registratore a nastro che rilascia nell’aria la musica e le parole di vecchie canzoncine, tra cui quelle di Goran Kuzminac.

“Ehi ci stai a fare la doccia insieme / impegno e disimpegno un po’ di fresco ci sta bene”.

E mi scappano un sorriso, un brivido; gli occhi si inumidiscono. Tutto si mischia insieme. Proprio come impegno e disimpegno. Proprio come il ricordo di una gonna che scivola via.

 

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