I nomi. Sono belli, curiosi o comuni. Identificano come una targa oppure creano confusione, vedi gli innumerevoli casi di omonimia. Ma Carvin che nome è?

Carlin, per noi che viviamo a Modena, suona più naturale: sarà per via del Resto del Carlin(o), storica testata giornalistica locale. Anche Marvin a me risulta più familiare: nel 1992 uscì The Mandolin Man, bellissimo debutto solista di Marvin Etzioni, bassista e membro della prima formazione dei Lone Justice, band di culto di Country rock alternativo dei primi anni ’80.

Invece il chitarrista che questa sera è pronto a trasformare lo Stones cafè di Vignola in una sorta di House of Blues padana si chiama Carvin, un nome che non condivide con nessuna altra personalità, per quanto ne so. Al massimo se la vede con un produttore americano di amplificatori e altro materiale di contorno per musicisti – dato per spacciato un paio di anni fa ma ancora miracolosamente sul mercato.

Ma per quanto Carvin appaia un nome misterioso, al minimo singolare, lo è altrettanto l’identità del chitarrista che lo porta. Con Carvin Jones sembra di essere al cospetto di certi calciatori – africani – di cui talvolta si mettono in dubbio i dati anagrafici: si spacciano per minorenni per fargli fare la differenza nei tornei giovanili e poi si scopre – o si ventila – che di anni ne realizzano sette/otto di più.

Surfare sul web alla ricerca di notizie su Carvin Jones risulta pratica poco prodiga di soddisfazioni. Il massimo che si riesce a ottenere sulle sue origini è il luogo di che ha dato i natali: Lufkin, Texas. In quanto all’anno di nascita, l’unico sito che azzarda, il 1966, è proprio quello dello Stones cafè. Una frase messa in bocca a Eric Clapton, inoltre, svelerebbe attinenza tra Carvin e Phoenix. Pare che risieda là da quando ha compiuto 19 anni.

Di certo c’è che Jones ha al suo attivo quattro dischi, il più recente dei quali è What a Good Day e risale al 2018. Che ha ‘aperto’ per nomi del calibro di B.B. King, Santana, Jeff Beck, Albert King, Albert Collins, The Animals, REO Speedwagon, Jimmy Vaughan, Double Trouble; e suonato come membro della band con Joe Cocker e Fabulous Thunderbirds. Un passato di tutto rispetto.

E un presente che è una certezza. Quella del musicista di talento e dello showman navigato, capace di trascinare il pubblico con giochi ad effetto, semplici ma efficaci.

Un’ora e mezza di standard blues sparati uno dietro l’altro senza sosta, e spesso senza modo di riuscire a distinguerli tra di loro. E il pubblico è tutto dalla sua parte. Senza contare qualche escursione nel rock giocato come un carico di briscola: Green Onions, i Cream, oppure Purple Haze, con tanto di chitarra suonata con la bocca proprio come faceva ‘sua divinità’ Jimi Hendrix.

Carvin porta un cappello molto più corto del cilindro, ma comunque ricolmo di molteplici trovate: suona con una sola mano e perfino senza (appoggia la chitarra sulle assi del palco e suona con i piedi), scende suonando tra il pubblico e ci manca poco che contemporaneamente si metta a servire birre, si destreggia con la chitarra in una serie di posizioni che ci potrebbe pubblicare un apposito kamasutra. Seduce uomini e donne con “yeaah”, “come on”, “huuu”, a grappoli. Numeri da ‘circo’ ne ha in catalogo in quantità. Che pagano e appagano un pubblico voglioso di ‘spettacolo’. Il pubblico è sempre voglioso di spettacolo. E non sempre oggigiorno si trova il giusto interprete.  

Nella sua mise, poi, Carvin è perfetto per il periodo appena trascorso ma del quale si sente ancora l’eco fatta anche di tradizionali leccornie: oltre il cappello da gaucho, e va bene, ciò che lo distingue davvero è un camicione rosso brillante che sembra fatto della stagnola da uovo di Pasqua, e lui, di colore com’è, ne sembra il cioccolato.  

Al netto dell’istrione, e del discutibile gusto nel vestire, va detto che Jones con lo strumento dimostra di sapere il fatto suo. Dotato di ottima tecnica e allo stesso tempo di un suono pulito e pastoso come raramente capita di sentire.

Quasi superfluo aggiungere come sul finale del concerto, la seconda volta che il chitarrista si fionda tra i tavoli, da parte del pubblico è tutto un estrarre cellulari avidi di registrare. Carvin però è pronto a rendere la pariglia, perché tornato sul palco è lui a immortalare il pubblico col suo cellulare: e tutti, in platea, ora sono con le braccia al cielo – chissà perché? – come fossero in presenza di Luciano Lutring, “il solista del mitra”, invece di Carvin Jones, colui che Albert Collins, tra le massime star del genere, ha detto essere “una delle giovani stelle più luminose sulla scena odierna del Blues”.      


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