Modena. Modena park. Un lembo di verde spelacchiato che circonda e fascia in parte il centro storico della città. Un polmone atrofizzato che d’estate diventa uno dei luoghi preferiti da chi ama la movida notturna. Ci sono due/tre chioschi che raccolgono i giovani beoni che tirano avanti fino al mattino. Ma fino a qualche anno fa ce n’erano di più. Quando secondo Ivan Graziani “a Modena park potevi fare l’amore semplicemente se vuoi”.

Ora è un po’ terra di nessuno. O di tutti. Ci sono lembi che sono diventati piccole enclavi. In una, per esempio, il fine settimana si ritrovano donne dell’est che hanno l’aria delle badanti. Sparsi qua e là ci sono ceffi che hanno l’aria dei senza fissa dimora. Di sicuro è zona di spaccio.

Ma ieri, sul tardo pomeriggio sono stato testimone di una scena sorprendente. Un anziano giocava a bocce con un ragazzo che avrà avuto meno della metà dei suoi anni. Un marocchino, o forse un tunisino: l’etnia era quella – a cui associ al primo sguardo la bollatura di clandestino, o spacciatore, o entrambe le cose –, l’immancabile cappellino in testa.

Nel mezzo di un sentiero di terra tutto sgarrupato, tra panchine di pietra e alberi dal grosso fusto, i due però non usavano le classiche bocce che si giocano/usano in questa terra d’Emilia, un caposaldo della tradizione locale quanto il gioco delle carte, e ora in via di estinzione. Le bocce che si usano sulle piste di sabbia sono più grosse e colorate. Nel passato erano rosse, blu, verdi, marroni, monocolore. Oggi in fatto di look hanno subito la stessa escalation delle scarpe da jogging: un’esplosione di tinte da fare concorrenza ai fuochi d’artificio di San Silvestro.

Queste, le bocce con cui giocava la singolare coppia, erano più piccole e direi metalliche, più simili a quelle che si usano per la petanque francese. (Ma non sono un esperto). L’anziano tirava e il giovane guardava con interesse. Poi arrivava il momento di valutare il tiro, raccogliere le bocce e scambiarsi di ruolo. Con un sorriso che andava dall’uno all’atro. Una lezione di convivenza civile.

Per fare integrazione non servono le tanto strombazzate “politiche”, chissà quali razza di invenzioni a base di “sociale” o che altro. Basta poco, il minimo sindacale di umanità, la voglia di stare insieme, confrontarsi senza filtri e barriere, svestire devianti esoscheletri (sotto)culturali. Guardarsi reciprocamente con l’innocenza negli occhi. E recuperare una cosa fondamentale che manca a tantissima gente cresciuta troppo. La voglia di giocare.   

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