Cody Carpenter’s Interdependence Book Cover Cody Carpenter’s Interdependence
Cody Carpenter
Prog rock, instrumental
26 1 2018
USA
Blue Canoe Records - BC1356
46’ 53”

 

Se siete appassionati di cinema SF/Fantasy/Horror, nel vostro cuore ci deve per forza essere un posticino nel quale avete archiviato il nome di John Carpenter, insieme al ricordo di pregevoli gioielli come La Cosa, Fog, Starman, 1997 - Fuga da New York, Distretto 13 - Le brigate della morte, Grosso guaio a Chinatown… e potrei continuare.

Ma se apprezzate il registra americano, di certo sapete anche che se la cava con le tastiere al punto di avere composto in autonomia le musiche per diversi suoi lavori. Forse non siete al corrente, invece, in particolar modo se siete dei Prog fan, che da questo momento dovrete cedere un altro pezzetto del vostro cuore – e fare spazio negli scaffali dove tenete i dischi – a un secondo Carpenter. Cody infatti è il figlio di John, ma a differenza del padre è un autentico mago delle tastiere che non ha ancora trovato modo di farsi troppa pubblicità.

Il giovane Carpenter ha contribuito alla realizzazione delle musiche di Vampires (1998) e Fantasmi su Marte (2001), insieme a un paio di episodi della serie Masters of Horrors, ma è chiaro che la sonorizzazione di un film pone dei limiti. Poi ha preso parte alla registrazione di Lost Themes e Lost Themes II, nel nome del padre, che parrebbero out takes di vecchia data ma in realtà è musica nuova che non si discosta dal cliché sonoro del cineasta di Carthage, NY. Poteva mancare nella band che ha accompagnato Carpenter padre sui palchi di Stati Uniti ed Europa, toccando anche l’Italia, proprio per supportare i due dischi? No.

Ma è con il nome di Ludrium che Cody ha portato avanti la più intensa attività musicale, sigla sotto la quale ha registrato praticamente da solo, dal 2012 al 2017, sei lavori – uno di canzoni: Alternate Universe, il più debole – nei quali il Progressive strumentale a tutto-tastiere è tutt’altro che latente. Poi, all’inizio di quest’anno, non ce l’ha più fatta: con un paradosso – nome e cognome per un disco che per la prima volta vede riunito un gruppo: Jimmy Haslip al basso (Yellowjackets, Bruce Hornsby, Rita Coolidge, Gino Vannelli, Kiss, Tommy Bolin, Allan Holdsworth, Al Jarreau, Donald Fagen), Scott Seiver (Aimee Mann, Jack Johnson, Jason Mraz) e Virgil Donati (Planet X, Scott Henderson, Allan Holdsworth) alla batteria, PJ D’atri alla chitarra in un solo brano perché Cody suona anche quella cavandosela bene – con un paradosso e il coming out di Interdependance, dicevamo, Cody Carpenter ha svelato al mondo, senza mezzi termini, che il Progressive rock è il suo principale oggetto d’amore.

Anche se gli americani preferiscono parlarne come di Fusion o Jazz-Rock, termini per loro più accettabili. Ma comunque la si voglia additare questa è musica strumentale che non teme di essere definita. Sfacciata sin dalla furiosa apertura, ritmo sincopato e synth in ebollizione, di Jinrai Fuuretsu; impavida da Face the Future, il cui timbro e riff di tastiere ricordano i Camel di Peter Bardens, a Overlooking the Divide che mette nel mirino i Dixie Dregs con T Lavitz; sorprendente da The Divide che incorpora frammenti e timbriche che potrebbero essere del 1984 di Anthony Phillips a The Procession che pare una discesa libera tra i paletti ficcati sulla pista sonora ancora di Camel e Genesis.

Poi la rutilante Nebulous is the Power, capace di riportare alla memoria il meglio di Kansas, Styx o Utopia – che a loro volta riproponevano la facciata dorata dei cugini britannici dell’epoca – e la Fusion, questa volta sì, di brani come Thinking of What Might Be, di Heart of Slag e Her Precious Youth, nelle quali un solo può ricondurre a questo o quel tastierista “storico”, inevitabilmente, ma nel complesso risultano di valore. Infine la bella Premonition e la breve e quasi ieratica A Simple Sustenance.

Se John Carpenter non ha inventato nulla ma lasciato un segno indelebile nel mondo del cinema di genere, lo stesso vale per il figlio Cody. La partenza – considerando Interdependence come esordio, anche se tecnicamente non lo è – rappresenta uno sprint che lo porta a tagliare il traguardo a ridosso dei migliori. Ma è solo la prima gara. Speriamo che ne porti in fondo tante altre, magari facendo sempre meglio.

 

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