Cujo Book Cover Cujo
Pickwick
Stephen King
Horror
Sperling & Kupfer
2° edizione (10 maggio 2014)
Copertina flessibile, tascabile
378
10,90 €

 

La domanda è: davvero Cujo è una horror tale? Perché a ben vedere nel romanzo di Stephen King – 378 pagine – l’indemoniato cane ha una rilevanza non certo di primissimo piano. Un pregio, se si guarda al lavoro dal punto di vista del romanzo mainstream, il contrario per gli appassionati del brivido.

King è uno che ci sa fare. La sua straordinaria fama – nonché la inossidabile capacità di vendere – fa pensare a un eccellente mestierante che conosce perfettamente i ferri del mestiere, e così è. Ma lo scrittore del Maine (casa sua), lo stato più a nord-est degli Stati Uniti nel quale si svolge la vicenda – per la precisione nella cittadina immaginaria di Castle Rock che tra racconti e romanzi compare almeno una dozzina di volte nel corpus letterario dello scrittore - ha quella capacità di scrutare l’animo umano che non sarà il sondare con i ferri la carne viva, prerogativa dei grandi narratori cosiddetti ‘impegnati’ che hanno fatto la storia della letteratura, ma ha comunque la capacità King, dote non comune, di elevare il puro intrattenimento di qualche gradino. Ecco dunque Cujo che da bonario cagnone San Bernardo, causa un (banale) incidente si trasforma in creatura letale. Non demoniaca o posseduta da chissà quale altra entità proveniente da questo o quell’altro mondo (o pianeta), ma semplicemente (i)rosa dalla rabbia.

L’animale, come detto, non  è affatto il vero protagonista della storia; fa da collante tra un paio di nuclei familiari scassati, sconquassati e speculari: una giovane coppia medio-borghese in crisi dal momento in cui si è trasferita dalla metropoli alla provincia, con bambino; l’altra più anziana e di lignaggio inferiore, lui rozzo meccanico, lei casalinga vessata e remissiva, con un bambino. E figure di contorno tipiche (il reduce di guerra che annega il disagio nell’alcol, il piacione girovago e carogna, la vecchia sorda che predice catastrofi) che trovano posto in un altro milione di romanzi (e film).

Accidente – questo della serialità dei caratteri – che non è una diminutio capitis di forma letteraria né altro tipo di bocciatura per l’occhialuto scrittore dai lineamenti un po’ sinistri (che come vedremo rende nervosi anche i cani). Il problema – sarebbe meglio definirla disfunzione tipica del romanzo attuale –, attributo non solo di King ma di gran parte della letteratura moderna, è quella dei tomi dal numero di pagine eccessivo, dei grandi libri che i grandi scrittori hanno potere contrattuale di farsi pagare grandemente: cioè a battute.  Che a volte formano un sinuoso, lungo e largo fiume di lemmi che scorre al lento ritmo della noia.

Nel caso di Cujo, ne sono esempio le insistite elucubrazioni sul mondo della pubblicità che riguardano Vic Trenton; o l’altrettanto estenuante rimuginare – a tratti – di Donna, la di lui moglie fedifraga che si trova ostaggio del cane come fosse una sorta di punizione piovuta dall’alto. La scena dove il fugace e abietto amante di quest’ultima vandalizza per ripicca la casa della… donna. Questi e altri episodi King li avesse asciugati, come fa il sole cocente dell’estate avviluppando in un sudario di sangue i suoi personaggi, Cujo avrebbe assunto il profilo di un lavoro di un centinaio di pagine in meno, ma molto più vibrante e da leggere in un fiato.

Cujo è un horror? Basta un cane idrofobo che fa a brandelli un po’ di gente a farne un horror? Il romanzo è inserito nel filone, ma la percentuale del genere che infarcisce le pagine è piuttosto bassa. Ci fosse un test come quello che stabilisce il tasso alcolemico, nessuno arriverebbe in fondo alla lettura superando il limite consentito di brividi horror. Cujo è semplicemente vittima della rabbia trasmessagli da un pipistrello.  Anche se nelle prime pagine King si diverte a depistare inserendo, letteralmente, un demone nell’armadio del piccolo Tad, il bambino dei Tremont. Che poi si dissolve nel nulla (la malevola presenza). Non ce n’era alcun bisogno, Cujo avrebbe camminato sulle sue solide zampe, sbavato e sbranato gente con la stessa animosità, dato che il peggio che la oscura essenza è in grado di realizzare è aprire la porta dell’armadio, fare , per poi rifarsi richiudere il legno in faccia. Una pippa di demone, nulla di più. E Cujo – forse – senza non sarebbe stato considerato un romanzo horror. Sebbene vada detto che la sola presenza del nome di Stephen King si trascina una serie di etichette, in altri ambiti si direbbe preconcetti, che tutto sommato, in questo caso, fanno anche comodo.

Cujo è pubblicato nel 1981 e l’anno seguente vince il British Fantasy Award. Il nome del cane King lo avrebbe mutuato da William Lawton Wolfe, uno dei fondatori dell’Esercito di Liberazione Simbionese che nel 1974 balzò all’onore delle cronache per avere rapito e plagiato Patricia Hearst, nipote di un magnate della carta stampata. Il nome di battaglia che si era dato Wolfe era Kahjoh, che i media – spesso più indolenti che precisi – riportavano come Cujo. Lo spunto che mise in movimento il suo cervello, invece, allo scrittore venne nella primavera del 1977, portando la motocicletta da un  meccanico di Bridgton – citata nel libro – che aveva un San Bernardo. L’uomo assicurò King che il cane non mordeva, ma non appena lo scrittore si avvicinò per accarezzarlo il velloso mastodonte gli ringhiò contro. Il meccanico – al quale King darà le fattezze di Joe Camber, il padrone di Cujo – gli rispose: “Non l’ha mai fatto. Credo che non gli piaccia la sua faccia”. Episodio che unito alla lettura di un articolo comparso su un giornale di Portland, che narrava della morte di un bambino aggredito da un San Bernardo, chiuse il cerchio.

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