Ad oggi non è passato un mese dalla morte di David Bowie. Da ogni parte si continua a leggere e vedere testimonianza dell’affetto della gente – non solo i fan – verso uno dei rocker più amati e rispettati degli ultimi 50 anni. In tantissimi, milioni, hanno sentito la necessità di dire la loro. Anche quelli che in realtà non avevano molta, o minima, dimestichezza con l’artista. Ma lo abbiamo visto altre volte. L’ondata emotiva, in questi casi, agisce come la classica palla di neve fatta rotolare dalla china del declivio. Rotola e trascina con sé ogni cosa che si trovi sulla sua corsa. “Certo che lo conoscevo bene“: “Life on Mars”, “Let’s dance”, quella che fa “na na na, dai“.  E poi? Boh. Ma va bene così. Essere popolari significa anche questo. Da parte mia, io non voglio aggiungere nulla: su Bowie da quando è morto è stato detto di tutto, l’appropriato e l’inutile. La mia ammirazione la concretizzo restandomene in silenzio.

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Ci sono stati alcuni, invece, che non sono riusciti a resistere al tentativo di lasciarsi sfuggire, con la scusa del tributo alla memoria, una consistente lacrima da coccodrillo, di sottolineare sul piccolo mondo social come avessero condiviso con l’artista inglese un momento della loro vita. Una intervista, una foto, un episodio che porta a Bowie, se tutto va bene, grazie alla teoria dei 6 gradi di separazione. Ma sotto l’occhio di bue c’erano loro, questo intendevano, l’inglese era un mezzo per compiacersi. Non sono tutti così però: altri professionisti che hanno avuto a che fare con la star sono stati latori di un sentito ricordo, condividendo parole che avevano il sapore della dolente partecipazione. I primi sono stupidi che fanno del cattivo gusto la loro arte, ma c’è chi ha fatto di ‘meglio’, a livello più alto, quello del grande mondo della pubblicità che entra nelle case ben oltre PC e mobile.

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Verrebbe da dire con cinismo da noir che il corpo di Bowie non era del tutto freddo quando la Toyota ha mandato in onda lo spot del nuovo RAV4 Hybrid. From soon after dead to ad: da appena morto alla pubblicità. Queste le parole del messaggio pubblicitario della multinazionale nipponica:  Nuovo RAV4 Hybrid. Oggi molte parole hanno assunto un nuovo significato. Tra queste, c’è la parola Potenza: una forza oggi più pulita e performante, pienamente espressa dal Nuovo RAV4 Hybrid. Il SUV per eccellenza torna a rivoluzionare ancora una volta la categoria, con la sua potenza allo stato ibrido.

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Se fate un salto sulla pagina YouTube dove si può godere del video anche lontani dalla TV – e poi dice la tecnologia non rende migliore la vita – un virgulto molto performante ci erudisce, assolvendo di fatto la Toyota, di come questo tipo di accordo, tra casa automobilistica e concessionario della musica, si stipuli mesi prima. Grazie per averci indicato il cammino Doc, davvero, da soli non ce l’avremmo mai fatta. Ma siamo ingenui, e nella nostra immensa semplicità facciamo un tipo di ragionamento oltremodo capzioso che prevede tre alternative.

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Ipotesi A: la Toyota, o chi ne gestisce l’aspetto pubblicitario, in modo traverso, alcuni mesi prima della morte, viene a conoscenza delle condizioni di Bowie e comprati i diritti per usarne la musica aspetta solo il momento giusto per mandare in onda lo spot. Il motivo? Fare surf sull’onda lunga di quell’emotività di cui parlavo inizialmente, quella che prende anche chi con il musicista c’entra come i cavoli a merenda.

Ipotesi B: con le stesse premesse di sopra, e conscia dell’impatto che la morte di Bowie avrà sull’opinione pubblica, la multinazionale intende dimostrare con un efficace coupe de theatre la considerazione che la stessa ha per Bowie e prova a spacciare una triviale operazione commerciale come indimenticabile tributo all’artista e all’arte in generale.

Ipotesi C: la Toyota non è così diabolica, ma al momento di lanciare la nuova campagna pubblicitaria deve fare i conti suo malgrado con un tragico disegno del fato. Non se la sente di vanificare l’investimento e fa mandare in onda gli spot pur con enorme disappunto.

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Le ipotesi A e B portano a pensare a un marchio che di umano non ha nulla. E fin qui nulla di strano. L’ipotesi C porta a concludere che le menti dietro la campagna pubblicitaria sono quelle di un branco di creativi niente affatto… performanti. In questo caso bastava scucire un’altra manciata di quattrini – per questo genere di aziende in fin dei conti si tratta di spiccioli –, cestinare quanto già impacchettato e risolvere in altro modo, forse anche più efficace. Mi spiego: la canzone di Bowie che supporta le immagini del SUV per eccellenza è “Changes”. Con uno sforzo di fantasia alquanto rosicato si poteva virare su “Change” dei Tears For Fears. Un brano probabilmente più popolare di quello di Bowie, e per questioni anagrafiche, sia della canzone – è del 1983 – sia del potenziale pubblico al quale si rivolge lo spot pubblicitario, gente tra i 40/50 che se la passa bene, più consono.

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Si poteva optare – volendo restare fedeli a Bowie lettere per lettera – per la classe di “Changes” che si trova su Miles Davis And Milton Jackson Quintet/Sextet, per la imprevedibile e mesta intimità di “Changes” dei Black Sabbath, virare sulla performante elettricità di “Changes” del Jimi Hendrix di Band Of Gypsys, o sulla rurale onestà (che sembra mancare alla Toyota) del “Changes” di Phil Ochs interpretata a più riprese da Neil Young. In più, con una dose di scafata impudenza, ma come ciliegina sulla torta, la stessa Toyota avrebbe potuto fare trapelare, con calcolato ritardo e nonchalance, quanto la seconda scelta fosse stata una doverosa presa di coscienza da imputare alla stima che la casa automobilistica giapponese nutre nei confronti del compianto musicista inglese. Insomma, di modi per cavarsela bene ce n’erano. Eppure questa gente pagata profumatamente, con curriculum da standing ovation, non è riuscita a fare di meglio di un’operazione per lo meno ambigua. A esprimere un briciolo di sensibilità in un contesto che avrebbe portato loro consenso pubblico e probabilmente, quello che unicamente cercano, ritorno economico.

Ma in 49 parole che non significano nulla – rileggetevi il testo dello spot – i pubblicitari sono riusciti a calare il termine ‘performante’. Un vero colpo d’ala. Per tali soloni, accademici e plurititolati, il modo di fare comunicazione, di arrivare alla gente, è questo. Senza un solo neurone proiettato verso l’aspetto umano degli eventi.

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A questo punto, mio malgrado, qualcosa intorno alla morte di David Bowie è scappata detta pure a me.

[N.B.: l’articolo è di proprietà dell’autore. Il contenuto, in toto o sue parti, non può essere utilizzato da altri, in alcun modo, salvo richiesta all’autore e sua successiva autorizzazione].
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