David Gilmour - Live At PompeII Book Cover David Gilmour - Live At PompeII
Documentario
Gavin Elder
13 9 2017
USA
120
15 9 2017, cinema Raffaello, Modena

 

Dopo i concerti, il CD e il DVD, al cinema per tre giorni – 13, 14, 15 settembre – si è potuto godere del ritorno di David Gilmour a Pompei. Un bel programma, se non fosse che di questi tempi, con l’abbondanza di offerta di immagini e musica da tutte le angolazioni e in tutti gli angoli, un documentario come questo non può avere lo stesso impatto di quello di 46 anni fa, con i Pink Floyd al gran completo. In verità, soprattutto a causa delle scelte artistiche che stanno alla base dei due lavori.

Il cinema, per rendere l’esperienza globale, e fare lavorare tutti i sensi – Senses Working Overnight, è risaputo – può aggiungere la possibilità di una bella scodella da 1 kg, o giù di lì, di puzzolenti e letali pop corn.

Prima di entrare in sala la locandina del documentario mette quasi soggezione, urlando: “Epocale”, “Straordinario”, “Spettacolare”. Napoli poi non è così lontana: vedi (Live At) PompeII e poi muori?

 

Occhi aperti. Sul poster del film c’è scritto chiaramente: David Gilmour. Ma anche At PompeII (concerti del 7 e 8 luglio 2016). Come a dire la seconda volta. Giusto, ma solo a metà. La prima volta erano i Pink Floyd. Ed è stata tutt’altra cosa. In 4, da una strumentazione che allora sembrava gran cosa – anche se Gilmour all’inizio dell’attuale documentario la ricorda in altri termini – ma ora non basterebbe a un DJ per fare una serata al pub, quei giovani musicisti, dicevamo, estraevano tutti i suoni del mondo, e anche un po’ di quelli che pensavamo fossero faccenda dello spazio e di altri mondi. Arte pura, folle, imprevedibile, inimmaginabile. Messa a disposizione di un regista, Adrian Maben, che provava a stare al passo. Riprendere un gruppo di rocker al di fuori dell’ordinario per produrre, con inserti e riprese anticonvenzionali, più di un documentario ordinario, come detto quasi un film.

David Gilmour – Live At PompeII prende il via da Brighton, una carrellata su spiagge e mare grigi che conduce a una breve chiacchierata col chitarrista che non è invecchiato esattamente come Brian Ferry, nemmeno nel modo di vestire. Sembra che da questo punto di vista a casa Gilmour si risparmi. Cosa che si direbbe anche a giudicare dalla parata di chitarre vintage usate nel corso del concerto: sciupate e scrostate quanto lui. Che suonano altrettanto bene quanto fa lui. Nessuno può negare che David Gilmour sia uno dei più grandi musicisti generati dall’isola rock per eccellenza. Ci sono momenti del concerto – proprio quelli che passano per le sue mani – che sono magistrali esattamente per quello che il leader del folto gruppo spreme dalle scrostate Gibson e Fender; ma non per questo sempre emozionanti. Tanto mestiere, tanta professionalità, tanti sorrisi che sanno di spot pubblicitario, dove tutti sembrano felici come avessero preso residenza e aperto uno studio di registrazione nel Mulino Bianco.

Tutta questa gente radunata su un palco affollato come una pista da ballo il sabato sera non mi ha mai appassionato. Allora, nel 1972, erano in 4 e bastavano e avanzavano. Questo genere di show ipertrofico – che vai dai laser ai fuochi d’artificio – mi ha stancato e non so chi possa ancora incantare, salvo tu non abbia ancora compiuto i 15 anni. Troppi Youtube, DVD allegati a ogni cosa, edizioni speciali, troppa  TV, che hanno svelato ogni segreto e sbiadito ogni mistero, atrofizzato il potere di immaginazione e la fondamentale spinta di amplificazione di ogni esperienza che è la fantasia. Quando tutto questo scandagliare col microscopio ogni pertugio non esisteva, “io non c’ero” – non esserci stato – era altrettanto potente quanto essere nella condizione di dire “io c’ero”. Forse anche di più. Leggere il resoconto di un evento che non avevi visto con i tuoi occhi metteva in moto l’immaginazione che ti spingeva a sognare a occhi aperti qualcosa di migliore di quanto aveva offerto la realtà.

Oggi, su questo schermo gigante – ma appena un po’ più grande dei televisori che la gente è solita avere in casa – vedi Gilmour che appare più raggrinzito di Gandalf, ma più trasandato, forse per avere trascinato un carrozzone che sarebbe stato bene parcheggiare in garage tanti, tanti anni prima. Preferisco ricordarlo com’è ritratto sulla copertina di Ummagumma o all’interno di Meddle. O bello come un Adone, per quanto appare nell’indimenticabile Pink Floyd: Live At Pompeii. Non solo per questioni estetiche che sono di risibile importanza. L’inventiva di quel ragazzo supera il sopraffino, aumentato, bagaglio tecnico dell’odierno signore.

Ma questa anziana leggenda vivente – che amo –, circondata da prezzolati vecchie glorie/session men che potrebbero essere gli Harlem Globetrotters del rock, con tre coristi che insieme non riescono a fare quello che Clare Torry estrapolò in pochi take – e ciononostante più costosi della cantante londinese che ha reso immortale The Great Gig In The Sky, pagata dai micragnosi Floyd solo 30 pounds –, in questa veste non placa la mia sete di buona musica che quasi sempre trovo in contesti più dimessi. Tutto bello, per carità, inappuntabile, spettacolare. Ma fin troppo studiato, controllato, provato, ritoccato.

Quando si è diffuso in sala il basso pneumatico di One Of These Days, devo ammettere che il mio personale disincanto ha avuto un momento di cedimento – e lo stesso è avvenuto durante il magistrale solo di Confortably Numb –, ma nel momento in cui dietro al basso è apparsa una faccia che non era quella da meticcio, severa, di Roger Waters, il sorriso estraneo, quasi ebete – senza offesa – di Guy Pratt, ha un po’ smorzato il ritrovato entusiasmo. Ma in sala la gente ha apprezzato. Sui titoli di coda qualcuno ha applaudito. C’è chi crede che i Pink Floyd siano rappresentati da Another Brick In The Wall o The Division Bell. Syd Barrett? “Ah, sì, quello dei Sex Pistols”.
Eccesso di Youtube. Too Much Information. Sgranocchiare tutto come pop corn, e così poco tempo per informarsi davvero, studiare, imparare. Anche solo in un misero campo come quello del rock.

Pink Floyd: Live At Pompeii è un – grande – lavoro concettuale, il tentativo di fondere artisticamente immagini e musica. David Gilmour – Live At PompeII è autocelebrazione mista all’operazione commerciale, in un periodo storico nel quale l’ultima cosa che manca all’arte è proprio questo discutibile dittico.

 

(Visited 96 times, 1 visits today)