Spillover - L’evoluzione delle pandemie Book Cover Spillover - L’evoluzione delle pandemie
La Collana dei Casi, 103
David Quammen
Saggio, Reportage, Medicina
Adelphi Edizioni
31 8 2017 (2a edizione)
608
29 €

 

Biografia

Nato il 24 2 1948 a Cincinnati (Ohio, USA) David Quammen, laureato alla università di Yale, è un giornalista scientifico e di viaggio e scrittore statunitense. Ha scritto per le riviste Outside, National Geographic, Harper's, Rolling Stone, New York Times Book Review tra le altre, vincendo per i suoi articoli il National Magazine Award per tre volte.
Dal 2007 al 2009 ha insegnato alla Montana State University.
Nel 2013 il suo libro Spillover che parla in maniera approfondita di zoonosi, virus e pandemie, ha fatto parte della lista dei titoli concorrenti al PEN/EO Wilson Literary Science Writing Award.

Bibliografia italiana

Alla ricerca del predatore alfa. Il mangiatore di uomini nelle giungle della storia e della mente (Adelphi, 2005)
Spillover. L'evoluzione delle pandemie (Adelphi, 2014)

 

Se volete leggere un thriller capace di incollarvi alla pagina, ma soprattutto di offrirvi brividi che non vi lasceranno dormire sogni tranquilli, beh, è meglio che date una occhiata oltre lo scaffale dei romanzi gialli e cercate Spillover, libro inquietante sin dalla copertina. Non solo vi darà forti emozioni, ma vi renderà più facile capire perché stiamo vivendo questo periodo.

Spillover è una piccola enciclopedia del virus, scritta da un giornalista che si è mosso sul campo e si è speso insieme ai migliori ricercatori del settore, infilandosi in quegli angoli di mondo così poco agevoli nei quali i virus che ci hanno messo alle corde sono comparsi per la prima volta e sono ancora di casa.

Quando un patogeno fa il salto da un animale a un essere umano e si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte, siamo in presenza di una zoonosi. È un termine vagamente tecnico, che a molti riuscirà insolito, ma ci aiuta a inquadrare i complessi fenomeni biologici che si celano dietro gli annunci allarmistici sull’influenza aviaria o suina, sulla sars e in generale sulle malattie emergenti o sulla minaccia di una nuova pandemia globale. (…)Ebola è una zoonosi, come la peste bubbonica. Lo era anche la cosiddetta influenza spagnola del 1918-19 … Tutti i tipi di influenza umana sono zoonosi.

Inizia così il libro di David Quammen, giornalista per il National Geographic tra gli altri, vincitore di tre National Magazine Award.

Dunque si definisce zoonosi ogni infezione animale trasmissibile agli esseri umani.
Ne esistono molte più di quanto si potrebbe pensare. L’AIDS ne è un esempio, le varie versioni dell’influenza pure. Gli agenti infettivi portatori di malattie, virus compresi, sono detti patogeni e sono esseri infinitesimali, unicellulari, che consumano altri esseri viventi dall’interno esattamente come l’Alien di Ridley Scott.
Il salto di specie può avvenire perché un africano di una tribù mangia la carne di uno scimpanzé infetto ma anche per (de)merito di un turista in visita a templi buddhisti e induisti dove la gente regala cibo alle scimmie, esponendosi  al rischio di portare a casa un souvenir che sul momento non costa niente ma arrivati a destinazione potrebbe chiedere un cospicuo tributo.

Scrive David Quammen:

Non c’è alcun motivo di credere che l’AIDS rimarrà l’unico disastro globale della nostra epoca causato da uno strano microbo saltato fuori da un animale. Qualche Cassandra bene informata parla addirittura del Next Big One, il prossimo grande evento, come di un fatto inevitabile (per i sismologi californiani il Big One è il terremoto che farà sprofondare in mare San Francisco, ma in questo contesto è un’epidemia letale di dimensioni catastrofiche). Sarà causato da un virus? Si manifesterà nella foresta pluviale o in un mercato cittadino della Cina meridionale? Farà trenta, quaranta milioni di vittime?

La diffusione dei patogeni è molto più frequente di quanto si pensi – ma come si pensa dipende da come la grande macchina dell’informazione selezione ciò che ci deve essere dato sapere. Ma come avviene la zoonosi? Può essere solamente a causa di qualche gruppo di ignari turisti e affamati contadini delle zone limitrofe alla giungla? Quammen individia tre motivi principali:

Uno. Le attività umane sono causa della disintegrazione (e non ho scelto questa parola a caso) di vari ecosistemi a un tasso che ha le caratteristiche del cataclisma.
Due. Tra questi milioni di specie ignote ci sono virus, batteri, funghi, protisti e altri organismi, molti dei quali parassiti. Gli specialisti oggi usano il termine «virosfera» per identificare un universo di viventi che probabilmente fa impallidire per dimensione ogni altro gruppo.
Tre. Oggi però la distruzione degli ecosistemi sembra avere tra le sue conseguenze la sempre più frequente comparsa di patogeni in ambiti più vasti di quelli originari. Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie. Un parassita disturbato nella sua vita quotidiana e sfrattato dal suo ospite abituale ha due possibilità: trovare una nuova casa, un nuovo tipo di casa, o estinguersi. Dunque non ce l’hanno con noi, siamo noi a esser diventati molesti, visibili e assai abbondanti. «Se osserviamo il pianeta dal punto di vista di un virus affamato» scrive lo storico William H. McNeill «o di un batterio, vediamo un meraviglioso banchetto con miliardi di corpi umani disponibili, che fino a poco tempo fa erano circa la metà di adesso, perché in venticinque-ventisette anni siamo raddoppiati di numero».

Sui giornali italiani, in questi giorni le firme più accreditate – Gramellini, Cazzullo, Severgnini etc. – non fanno che domandarsi come sarà dopo. Se saremo più buoni, gentili, empatici, disposti verso gli altri, che si tratti di parenti, amici, conoscenti o semplici sconosciuti. Poi si interrogano sull’economia.
La miopia di questa gente è sconcertante, e offre il polso della situazione del sentore generale. Se riescono a vedere oltre il loro naso, ebbene deve trattarsi di un bel nasino alla francese, non certo di una generosa protuberanza delle dimensioni di quello di Cyrano. Qua non si tratta più di pensare ai sentimenti e all’economia da risollevare per mezzo di strombazzati prestiti che si perderanno in milioni di rivoli proprio come l’acqua che va sprecata per l’inefficienza dei sistemi di convoglio, ma di un totale ripensamento del sistema.
Se non invertiremo rotta con decisione per dare risposta ai tre punti stilati con chiarezza da Quammen, la prossima volta, o quella dopo, sarà il Big One.
Tutti, o quasi, conoscete La guerra dei mondi dello scrittore inglese H. G. Wells, altro spirito eccelso che aveva capito molte cose in anticipo. O per lo meno era più informato sugli effetti dei patogeni di quanto non siano gli attuali politici che rispetto allo scrittore inglese hanno (meglio dovrebbero avere) 200 anni di vantaggio in quanto a conoscenza. In La guerra dei mondi gli alieni che stanno facendo un mazzo così ai terrestri vengono annientati da un virus. Nella realtà attuale siamo noi stupidi terrestri a fare di tutto per prendere il posto della minaccia venuta dallo spazio esterno del libro di Wells. E sulla strada per farne la stessa, ignobile fine.

Riguardo alla presunta superiorità  della organizzazione sociale civile occidentale, e rispetto ai provvedimenti messi in atto nell’attuale situazione di emergenza (con ritardo) anche in Italia, sentite cosa scrive Quammen accennando all’esperienza dell’antropologo americano Barry Hewlett, che insegna alla Washington State University e a metà degli anni ’90 si è recato nel Gabon per comprendere come gli indigeni avevano reagito alla epidemia di Ebola.

(…) riteneva che i metodi clinici tradizionali di risposta alla crisi tralasciassero un’importante dimensione locale. Anche gli appartenenti al gruppo etnico predominante in zona, gli acholi, erano inclini ad attribuire l’arrivo di Ebola a cause sovrannaturali. (…) Gli acholi erano stati colpiti in precedenza da epidemie di morbillo e vaiolo, che ritenevano appunto opera delle forze maligne. Parecchi anziani raccontarono a Hewlett che il mancato rispetto degli spiriti naturali era una possibile causa dell’arrivo di un gemo (nda: lo spirito maligno). Una volta accertata la presenza di un vero gemo, e non di fattori meno seri comunque in grado di provocare malattie, le pratiche acholi prevedevano una serie di azioni specifiche, alcune delle quali efficaci nel controllo del contagio, che fosse causato da un virus o da uno spirito. Ad esempio era imposto l’isolamento dei pazienti in una casa speciale e distinta dalle altre; i guariti (nel caso ce ne fossero) dovevano curare gli ammalati; gli spostamenti tra un villaggio colpito e gli altri erano limitati; non si dovevano avere contatti sessuali con i contagiati; era proibito nutrirsi di carne putrefatta o affumicata; erano sospese le tradizionali pratiche funebri, in cui il cadavere era esposto all’omaggio di amici e parenti, che facevano la fila per toccarlo per l’ultima volta. Pure le danze erano proibite. Queste rigide pratiche tradizionali, assieme all’intervento del ministero della Sanità ugandese e dell’aiuto di CDC, Medici senza Frontiere e OMS, contribuirono forse a circoscrivere e far cessare l’epidemia a Gulu.

Il nostro governo ha dovuto eleggere una lunga teoria di squadre di esperti per prendere provvedimenti che villaggi di africani abitati da gente che crede agli spiriti aveva capito e applicato da quel bel pezzo. Evviva.

«Questa gente ha molto da insegnarci» mi disse un giorno Hewlett durante un incontro in Gabon « circa il modo in cui ha reagito alle crisi nel corso del tempo». A suo avviso, le società moderne hanno perso un patrimonio di conoscenze condivise, acquisite lentamente e per tentativi ed errori. Oggi dipendiamo totalmente da medici e scienziati. La biologia molecolare e l’epidemiologia sono sicuramente preziose, ma anche altre tradizioni possono rivelarsi utili. «Sentiamo cosa hanno da dirci le popolazioni locali. Guardiamo come agiscono. Dopo tutto, hanno convissuto con le malattie per lungo tempo».

Il Covid-19 ha messo in ginocchio il mondo come si trattasse di un fulmine a ciel sereno, di una novità assoluta. Ma i virus il loro attacco l’hanno lanciato nei secoli e a più riprese.

Qualcuno ricorda Ebola? Eric M. Leroy – membro dell’unità di crisi durante l’epidemia di Mayibout 2 e dell’autorevole centro di ricerca CIMRF di Franceville nel Gabon – dice al riguardo:

Non c’è nulla da fare (…) oltre a continuare a lavorare, fare analisi, raccogliere campioni e rispondere alle crisi quando scoppiano. Nessuno a oggi sa dire quando e dove avverrà la prossima epidemia di Ebola: «Sembra che sia il virus a decidere, e nessun altro .

La malaria?

È bastata una zanzara che ha punto un gorilla infetto, è diventata un vettore e poi ha punto un essere umano. Questa seconda puntura ha fatto entrare il parassita nel nuovo ospite e alla lunga ha causato una zoonosi che ancora oggi uccide mezzo milione di persone ogni anno. (…) Gli ospiti serbatoio sono tre specie di scimmie asiatiche: il macaco cinomolgo, quello nemestrino e il presbite della Sonda ( Presbytis femoralis) – e non è detto che non ce ne siano altre. La trasmissione da scimmia a scimmia e da scimmia a uomo è opera delle zanzare. Quest’ultima ha il suo habitat nella giungla e di solito punge i macachi, ma spinta dalla necessità può anche pungere gli esseri umani, se ne ha l’occasione. E poiché le foreste del Borneo vengono abbattute per ricavarne legname o terre da coltivare (…) e i macachi muoiono o scappano, le occasioni e le necessità sono in aumento.

La SARS?

A fine febbraio 2003, la SARS prese un volo da Hong Kong e sbarcò a Toronto. (…) La SARS aveva quasi fatto il giro del mondo, dall’Asia al Canada e viceversa in sole sei settimane e con sole due tratte aeree. A Singapore il governo e gli ufficiali sanitari lavoravano insieme per impedire che l’infezione si diffondesse. Furono attuate misure draconiane non solo negli ospedali: quarantena obbligatoria per tutti i casi sospetti, multe e condanne per chi non rispettava l’isolamento, chiusura di un grande mercato, chiusura delle scuole, controlli periodici della temperatura a tutti i tassisti. In questo modo l’epidemia fu domata. Singapore è una città atipica, governata col pugno di ferro (per usare un eufemismo) e assai ordinata, ed è dunque ben attrezzata per rispondere a una crisi, anche minacciosa come questa. Il 20 maggio 2003, per esempio, undici persone furono processate e condannate a pagare una multa di 300 dollari di Singapore per aver sputato in pubblico.

Vi dicono qualcosa Lyme, psittacosi, febbre Q.?

(…) tre malattie assai diverse che hanno però due tratti comuni, cioè sono zoonosi e sono causate da un batterio. Ci ricordano che non tutti i patogeni inediti, brutti e cattivi sono virus. (…) Nel 2007 e fino al 2009 in Olanda, partendo dalla cittadina di Herpen la febbre Q. – che aveva colpito negli USA e Australia, ha preso di mira la popolazione della capre e poi è passata agli uomini: più di 3500 infettati con febbre, polmonite ed epatite e almeno 12 morti. Basta pensare che da tempo questo batterio (Coxiella burnetii) attira l’interesse dei servizi segreti: negli Stati Uniti fu studiato come potenziale arma batteriologica negli anni Cinquanta, così come in Unione Sovietica; e quarant’anni più tardi la setta giapponese Aum Shinrikyo pensò di servirsene per l’attentato alla metropolitana di Tokyo, prima di passare al gas sari.

Qualcuno se ne ricorda o ne ha sentito parlare? Ma leggete quanto segue per avere idea sui processi utilizzati per fornire ciò che poi andiamo a comprare al supermercato, utile anche a riportare alla mente il vecchio refrain “chi è causa del suo mal piange sé stesso”:

Un’altra foto dava un’immagine più chiara di una «stalla a lettiera permanente », come la chiamava, che è la disposizione standard per alloggiare grandi numeri di capre. La stalla della foto aveva il pavimento in cemento situato a livello inferiore a quello del suolo, su cui si accumulavano per settimane o mesi strame, feci e urina, un appetitoso polpettone di rifiuti organici che grazie al calore sviluppato dalla decomposizione forniva il terreno di coltura ideale per i microbi. Per rendere più solido il terreno e limitare la puzza si aggiungeva paglia a intervalli regolari. «Giorno dopo giorno, questa lasagna di letame e paglia diventa più spessa,» mi spiegò Roest «e gli animali si trovano sempre più in alto». Immerse fino agli stinchi nei loro stessi rifiuti, le femmine producevano latte mentre sotto di loro avveniva lentamente il processo di compostaggio. In quel letame Coxiella burnetii (n.d.a: il batterio di interesse di servizi sdegreti USA, URSS e terrotisti giapponesi) proliferava in modo incalcolabile – «ci sta benone» disse Roest. Quando lo strame arrivava a un livello tale che la stalla letteralmente traboccava, una capra infetta aveva avuto tempo di contagiare un gran numero di compagne. A quel punto gli animali venivano fatti uscire e ci si metteva a spalare tutto quel ben di dio, che veniva poi sparso come fertilizzante su campi e pascoli. In questo modo, a miliardi di batteri in forma piccola e resistente era concessa l’opportunità di spostarsi sulle ali del vento. L’allevamento intensivo delle capre, in stile olandese, era uno dei vari fattori che potevano spiegare la recente epidemia, mi disse Roest. Un secondo fattore era concomitante: la vicinanza delle stalle agli insediamenti umani. (…) Il terzo fattore era il tempo atmosferico: la primavera molto secca negli anni dal 2007 in poi aveva sicuramente favorito la diffusione del batterio per via aerea. Roest sospettava che vi fosse una quarta causa: la natura del patogeno forse era cambiata, con uno strappo evolutivo che si era tramutato in un salto ecologico. (…) Il batterio è ancora in giro, e in gran quantità. Nella sua fase piccola e robusta è in grado di sopravvivere negli scarti in decomposizione delle fattorie infette anche per cinque mesi. Quando si trasforma, riesce a riprodursi in molti animali. Resistente e non troppo specializzato, è capace di infettare molti ospiti ed è stato trovato non solo in capre e pecore, ma anche in bovini, roditori, uccelli, amebe e zecche.

Nella nostra presunzioni di essere figli di Dio, così ci raccontano appena siamo in grado apprendere, e dunque superiori a qualunque altra forma di vita sul pianeta – addirittura soli nell’Universo – abbiamo immaginato nel corso dei secoli che la razza umana – in realtà una specie – potesse essere minacciata nel suo complesso da una o più catastrofi di portata biblica – terremoti, maremoti, era glaciale, un meteorite in rotta di collisione con la Terra… – oppure nella fantasia dell’arte da entità aliene intelligenti e tecnologicamente superiori e/o feroci competitori alla vita. Salvo poi inciampare in un essere unicellulare, invisibile a occhio nudo, senza cervello che però risponde ai meccanismi inalienabili della sopravvivenza. Non abbiamo pensato alle

infezioni come fenomeno biologico, come esempio di relazione tra individui di specie diverse, di importanza pari alla predazione, alla competizione (…).

Un virus, in altre parole, è un predone che può portarci all’estinzione. Frank Macfarlane Burnet, importantissimo medico e biologo australiano – che da ragazzo, appunto, preferiva leggere H. G. Wells invece di fare caciara in gruppo – scrive nel suo libro Le malattie infettive pubblicato nel 1940 che «La vita dei parassiti è essenzialmente simile a quella dei predatori carnivori. Anche la vita parassitaria è un metodo per ottenere cibo dai tessuti di un animale vivente».

Alcune righe sopra ho ricordato il capolavoro si SF/Horror, Alien. La creatura venuta dallo Spazio faceva paura, è vero, ma grande e grosso e famelico si vedeva bene e in fin dei conti si poteva prendere a fucilate e pensare di cavarsela. Ma un virus quando lo individuate? Leggete quanto segue e ditemi se non si tratta di parole che provocano brividi:

Il problema principale che i parassiti devono affrontare, osserva Burnet, è quello della trasmissione, cioè del modo in cui gli individui si assicurano che la generazione successiva passi da un ospite all’altro. Per ottenere questo risultato sono sorti vari metodi e tratti caratteristici: dalla replicazione in massa alla dispersione per via aerea, dallo sviluppo di stadi vitali resistenti agli attacchi esterni (come la fase sporiforme di C. burnetii) al trasferimento diretto per mezzo del sangue o altri fluidi corporali, dalla modifica del comportamento dell’ospite (come fa il virus della rabbia, che spinge gli animali infetti a mordere) al passaggio attraverso ospiti intermedi o di amplificazione, fino all’uso di insetti e aracnidi come vettori e iniettori. «È chiaro però» scrive Burnet «che, a parte il metodo usato da un parassita per passare da ospite a ospite, una maggiore densità di possibili ospiti facilita la sua diffusione».
A questo punto è ovvio che una maggiore densità di possibili ospiti facilita la sua diffusione dagli individui infetti ai sani. Quando gli ospiti vivono in situazioni di affollamento, i patogeni prosperano.

Sulla Terra oggi siamo intorno ai 7,5 miliardi di esseri umani, e siamo in ulteriore crescita. Che ne dite, possiamo ritenere di trovarci in quella “situazione di affollamento” così cara ai patogeni?

Ma continuiamo a ricordare altre malattie generate da virus e batteri dimenticate o più recenti passate in sottordine perché X Factor ha più peso mediatico.

La grande pandemia più recente è l’AIDS. Quale che sarà il consuntivo finale, a oggi le cifre parlano di trenta milioni di morti, trentaquattro milioni di sieropositivi o malati e nessuna cura risolutiva dietro l’angolo. Anche la poliomielite fu una grande epidemia, perlomeno in America. Negli anni peggiori, colpì centinaia di migliaia di bambini, molti dei quali morirono o rimasero paralizzati; la malattia catturò in modo totale l’attenzione dell’opinione pubblica e portò a radicali cambiamenti nel modo di condurre e finanziare le ricerche mediche. La più grande epidemia del ventesimo secolo fu l’influenza spagnola del 1918-19. Prima ancora, in America, i nativi furono decimati dal vaiolo, portato dalla Spagna attorno al 1520 con le armate di Cortes. Due secoli prima l’Europa fu squassata dalla Morte Nera, probabilmente identificabile con la peste bubbonica. Anche se, come sostengono alcuni storici negli ultimi anni, il patogeno responsabile della pandemia non è forse stato il batterio della peste, non si può sminuire la portata della strage: tra il 1347 e il 1352 fu falciato circa un terzo della popolazione europea.
Morale della favola: in una popolazione in rapida crescita, con molti individui che vivono addensati e sono esposti a nuovi patogeni, l’arrivo di una nuova pandemia è solo questione di tempo.

C’è però una malattia infettiva che ricordiamo tutti facilmente, perché passa a trovarci tutti gli anni e perché, forse anche per la sua ciclicità alla quale siamo abituati, riteniamo una quisquilia: la comunissima influenza.

Sull’influenza ho detto ben poco finora, ma non perché sia un argomento secondario. Al contrario è una malattia molto importante, oltre che assai complicata da studiare e potenzialmente devastante, sotto forma di pandemia. Potrebbe benissimo essere il prossimo Big One. Mediamente, l’influenza stagionale colpisce almeno tre milioni di persone ed è causa di circa duecentocinquantamila decessi in tutto il mondo. Il virus responsabile della spagnola, che risultò una variante di H1N1, fu identificato con precisione solo nel… 2005! Nel frattempo non mancarono altre pandemie influenzali, tra cui quella del 1957 che fece circa due milioni di vittime, e un’altra nel 1968, la cosiddetta « Hong Kong » (luogo da dove partì) , che ne fece un milione. Alla fine degli anni Cinquanta i ricercatori avevano capito che i virus dell’influenza sono un gruppo sfuggente, assai diversificato e capace di infettare maiali, cavalli, furetti, gatti, anatre domestiche e polli, oltre all’uomo.

Dopo una lunga, impressionante e precisa ricostruzione dell’AIDS – il cui fattore di massima espansione fu causato da siringhe non sterilizzate e plasma infetto derivante da pratiche mediche errate e fallimentari, e NON per trasmissione sessuale come si pensa abitualmente – il capitolo conclusivo di Spillover si sofferma a lungo sul fenomeno di outbreak – letteralmente esplosione – col quale si indica un improvviso e problematico aumento di una specie: per esempio bruchi o cavallette. Una minaccia ciclica che compare e scompare all’improvviso.

L’entomologo Alan A. Berryman ha affrontato il problema qualche anno fa in un saggio intitolato The Theory and Classification of Outbreaks, dove parte proprio dalle basi: «Dal punto di vista ecologico, un’esplosione si può definire come un estremo aumento della numerosità di una determinata specie che avviene in un intervallo temporale relativamente breve». Prosegue poi con lo stesso tono distaccato: «Da questo punto di vista, la più seria esplosione verificatasi sul pianeta Terra è quella della specie Homo sapiens».

Una tesi rafforzata dallo scienziato Edward O. Wilson:

L’insigne biologo (e grande esperto di formiche) si è sentito in dovere di fare due calcoli: «Quando Homo sapiens ha superato il traguardo dei sette miliardi, la nostra biomassa era già forse cento volte maggiore di quella di qualsiasi altro animale terrestre di grandi dimensioni mai esistito». Si riferiva solo agli animali selvatici e non considerava il bestiame, come i bovini da allevamento (Bos taurus), di cui oggi esistono nel mondo circa 1,3 miliardi di capi. Siamo solo cinque volte più numerosi delle nostre mucche (e probabilmente la nostra massa totale è minore, visto che loro sono ben più pesanti di un essere umano). Ma ovviamente questi animali non potrebbero essere così numerosi senza la nostra presenza. Mezzo miliardo di tonnellate di bovini allevati in modo intensivo, che si alimentano su terreni dove un tempo vivevano erbivori selvatici, sono solo un’altra forma di impatto umano sull’ambiente, una manifestazione del nostro appetito. E siamo consumatori affamati, a livelli senza precedenti. Nessun altro primate ha pesato così tanto sul pianeta, neanche lontanamente. In termini ecologici siamo quasi paradossali: animali di grande corporatura e molto longevi, ma assurdamente numerosi. Siamo un’esplosione, come una pandemia. E le esplosioni, tanto di malattie quanto di popolazioni, hanno una cosa in comune: prima o poi finiscono.

Per ultime tengo le parole dell’ infettivologo ed epidemiologo Donald S. Burke, che nel corso di una conferenza rese pubblici i virus che si candidavano a potenziali fattori scatenanti la prossima pandemia:

(…) orthomyxovirus (gruppo che comprende le influenze), retrovirus (tra cui gli HIV) (…) ma anche i paramyxovirus (…) e i coronavirus, come SARS-COV. (…) Alcuni di questi – in particolare i coronavirus – devono essere considerati serie minacce alla salute pubblica. Si tratta di virus con alta capacità evolutiva e provata abilità di causare epidemie nelle popolazioni animali.

Alle parole del conferenziere avrebbero dovute seguire azioni che Quammen riassume così:

Ciò significa sapere quali gruppi di virus tenere sotto osservazione, essere in grado di riconoscere uno spillover anche in luoghi remoti prima che si trasformi in un’epidemia, avere le capacità organizzative per bloccare le epidemie localizzate prima che diventino pandemie, oltre alle conoscenze tecniche necessarie alla rapida identificazione dei virus noti, alla classificazione di quelli nuovi in modo quasi altrettanto veloce e alla creazione di terapie e vaccini prima che passi troppo tempo.

Dalle parole di Donald S. Burke, pronunciate nel 1997, sono trascorsi 23 anni. Eppure sembra che nulla di quello che hanno suggerito a Quammen sia stato recepito dagli uomini di governo che hanno in mano le sorti dell’umanità o su scala più piccola la salute pubblica.
Lo scrittore e giornalista americano chiosa con parole sacrosante che meritano di essere lette fino in fondo.

Quel che accadrà dopo dipenderà dalla scienza ma anche dalla politica, dagli usi sociali, dall’opinione pubblica, dalla volontà di agire e da altri aspetti dell’umanità. Dipenderà da tutti noi. (…) Dovremmo sapere che le recenti epidemie di nuove zoonosi, oltre alla riproposizione e alla diffusione di altre già viste, fanno parte di un quadro generale più vasto, creato dal genere umano. Dovremmo renderci conto che sono conseguenze di nostre azioni, non accidenti che ci capitano tra capo e collo. Dovremmo capire che alcune situazioni da noi generate sembrano praticamente inevitabili, ma altre sono ancora controllabili.
Gli esperti hanno già indicato questi fattori ed è pertanto facile elencarli. Abbiamo aumentato il nostro numero fino a sette miliardi e più, arriveremo a nove miliardi prima che si intraveda un appiattimento della curva di crescita. Viviamo in città superaffollate. Abbiamo violato, e continuiamo a farlo, le ultime grandi foreste e altri ecosistemi intatti del pianeta, distruggendo l’ambiente e le comunità che vi abitavano. A colpi di sega e ascia, ci siamo fatti strada in Congo, in Amazzonia, nel Borneo, in Madagascar, in Nuova Guinea e nell’Australia nordorientale. Facciamo terra bruciata, in modo letterale e metaforico. Uccidiamo e mangiamo gli animali di questi ambienti. Ci installiamo al posto loro, fondiamo villaggi, campi di lavoro, città, industrie estrattive, metropoli. Esportiamo i nostri animali domestici, che rimpiazzano gli erbivori nativi. Facciamo moltiplicare il bestiame allo stesso ritmo con cui ci siamo moltiplicati noi, allevandolo in modo intensivo in luoghi dove confiniamo migliaia di bovini, suini, polli, anatre, pecore e capre – e anche centinaia di ratti del bambù e zibetti. In tali condizioni è facile che gli animali domestici e semidomestici siano esposti a patogeni provenienti dall’esterno (come accade quando i pipistrelli si posano sopra le porcilaie) e si contagino tra di loro. In tali condizioni i patogeni hanno molte opportunità di evolvere e assumere nuove forme capaci di infettare gli esseri umani tanto quanto le mucche o le anatre. Molti di questi animali li bombardiamo con dosi profilattiche di antibiotici e di altri farmaci, non per curarli ma per farli aumentare di peso e tenerli in salute il minimo indispensabile per arrivare vivi al momento del macello, tanto da generare profitti. In questo modo favoriamo l’evoluzione di ceppi batterici resistenti. Importiamo ed esportiamo animali domestici vivi, per lunghe distanze e a grande velocità. Lo stesso avviene per certi animali selvatici usati in laboratorio, come i primati, o tenuti come esotici compagni. Commerciamo in pelli, contrabbandiamo carne e piante, che in certi casi portano dentro invisibili passeggeri patogeni. Viaggiamo in continuazione, spostandoci da un continente all’altro ancora più in fretta di quanto faccia il bestiame. Dormiamo in alberghi dove magari qualcuno prima di noi ha starnutito e vomitato. Mangiamo in ristoranti dove magari il cuoco ha macellato un porcospino prima di pulire i nostri frutti di mare. Visitiamo templi pieni di scimmie in Asia, mercati in India, paesini pittoreschi in Sudamerica, siti archeologici polverosi in Nuovo Messico, fattorie nei Paesi Bassi, grotte piene di pipistrelli in Africa orientale, ippodromi in Australia – e ovunque respiriamo la stessa aria, diamo da mangiare agli animali, tocchiamo tutto, diamo la mano ai simpatici abitanti del luogo. Poi risaliamo su un bell’aeroplano e torniamo a casa. Siamo punti da zanzare e zecche. Cambiamo il clima del globo con le nostre emissioni di anidride carbonica e spostiamo le latitudini a cui le suddette zanzare e zecche vivono. Siamo tentazioni irresistibili per i microbi più intraprendenti, perché i nostri corpi sono tanti e sono ovunque.

Ma poi, con un colpo da maestro, non solo di stile ma anche di pensiero, eccolo capace di guardare alla faccia (parzialmente) illuminata della Luna:

Ecco a cosa sono utili le zoonosi: ci ricordano, come versioni moderne di san Francesco, che in quanto esseri umani siamo parte della natura, e che la stessa idea di un mondo naturale distinto da noi è sbagliata e artificiale. C’è un mondo solo, di cui l’umanità fa parte, così come l’HIV, i virus di Ebola e dell’influenza, Nipah, Hendra e la SARS, gli scimpanzé, i pipistrelli, gli zibetti e le oche indiane. E ne fa parte anche il prossimo virus killer che ci colpirà, quello che ancora non abbiamo scoperto.

Amen.

P.s.: La fortuna agisce per vie imperscrutabili. Quando uscì per la prima volta, il libro di Quammen, considerato l’argomento di non facile presa, la mole e la narrazione infarcita di tecnicismi che alla lunga possono rallentare il piacere della lettura, non è stato esattamente un best seller. Non in Italia. Poi, all’improvviso la benedizione – si fa per dire – dell’imprevedibile realizzarsi della profezia, che profezia non è ma rientra nel novero delle possibilità, alta in percentuale: leggendo Spillover lo si capisce bene. Tra quelli che non l’hanno capito, al solito, chi ci comanda e ora si vanta di averci salvato.
Ovvio che l’editore – soprattutto in periodi di magra come questi – colga la palla al balzo e David Quammen diventi un ospite da avere in ogni salotto – anche di Che tempo che fa – nel quale si possa ospitare virtualmente, e si scateni la rincorsa alla intervista. Spillover in tal modo è diventato campione di vendite; n° 1 su Amazon, potete controllare. Sul sito di Adelphi la versione di cui vi ho parlato è data per “momentaneamente non disponibile”. Buon per l’editore. Ma non disperate, lo trovate nella collana tascabile gli Adelphi a un prezzo migliore o in versione digitale.


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