Rolajafufu Book Cover Rolajafufu
Dean Brown
Rock, jazz, fusion, funk, latino.
16 4 2016
CD
USA

 

Sono quasi omonimi, Dan Brown scrittore diventato ricco e famoso grazie al mediocre Il Codice Da Vinci, e Dean Brown, autore dello scoppiettante Rolajafufu. Entrambi lavorano col linguaggio, quello scritto il primo, quello musicale Dean. E dispiace dirlo – perché poi? – la maestria che dimostra con il suo strumento il musicista che si è guadagnato i gradi al Berklee College Of Music di Boston - una scuola che ha formato la metà dei musicisti che compaiono sui credits dei dischi degli appassionati di rock e jazz degli ultimi 40 anni - surclassa quello che Dan Brown fa con il suo, di strumento, penna o computer che sia.

Il fatto, pregio e difetto allo stesso tempo, è che Dean Brown è un poliglotta della musica. E riesce a ‘parlare’ qualunque genere, o lingua musicale se preferite. Ma oltre a padroneggiare la chitarra come sanno fare tantissimi bravi musicisti oggi, Brown ha con ‘quel’ qualcosa in più. Quel qualcosa che hanno visto/sentito in lui Marcus Miller, David Sanborn, Eric Clapton, Billy Cobham, The Brecker Brothers, Roberta Flack, Bob James, Joe Zawinul, George Duke, Victor Bailey, Bill Evans, solo alcuni dei luminari coi quali ha lavorato. E Dennis Chambers, Gary Husband, Hadrien Feraud, Ernest Tibbs, solo alcuni dei luminari che lo affiancano in questa sua escursione da solista, la quinta in totale, ma la prima di indipendente, autoprodotta con la pratica del crowfunding.

Tra gli undici brani strumentali, oltre metà dei quali si avvicinano e superano in alcuni i casi i 10 minuti di durata, ci trovate campioni & campioni di tantissime cose. Campioni intesi come assaggi, e campioni nell’accezione più alta: fenomeni, colpi da maestro, brani da sballo. (Ma anche ballabili come la funky Lampshade, dominata dai fiati e da un ritmo latino a ‘tutto pista’). Tra questi ultimi – gli sballi – la rarefatta fusion in salsa tropicale di McCoy (tributo al jazzista Tyner), il camaleontico lirismo di Old Soldiers che sfocia in un sorprendente mid-tempo carnale e sudato, il frammento intimista di As So It Goes, e su tutte Freedom Song, intensa e meditabonda, melodica e travolgente, allo stesso - lungo - tempo per il quale si dipana.

La (anti)regola di base del disco è gettare nel tritatutto un sacco di ingredienti, buoni ma che un cuoco assennato, di quelli che si rispetti, non utilizzerebbe mai insieme. E dopo avere acceso l’interruttore vedere che ci salta fuori. Con fare da scienziato/cuoco pazzo. Rolajafufu è questo: ro(ck)la(tino)ja(zz)fu(nk)fu(sion). Un piatto per palati forti, una esplosione di sapori. E di colori. Ecchiesenefrega se ipercalorico. Da domani ci mettiamo a dieta. (Ma non sto pensando al Festival di Sanremo: quello è per anoressici auditivi).

L’altalenare tra il lancinante attacco à la Jimi Hendrix e il blues viscerale, un riff heavy e il cool jazz, di Lucky Number 9; l’irriverente commistione ancora di jazz, con parata di soli da menzione, e ritmo latino di Beatin’ Silver; e Philly Man con uno strepitoso azzardo di xilofono (Bernard Maseli) e violino (Mateusz Pliniewicz) a ‘dirsele’ di santa ragione. Ma perfino Pinky e Baby, What You Want Me To Do, che con i loro solo 5 minuti e poco più rappresentano gli  hors d’oevre, sono una festa per il palato. Scusate, fantasticavo. Volevo dire una goduria per l’udito. Si tratta comunque dei cinque sensi. Come cinque sono i generi, gli ingredienti buoni, che ci mette Dean Brown: Rolajafufu. E come dicono quelli che sanno stare al passo delle mode, “sono tanta roba”.

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