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Dewa Budjana
2016
LP, 180 gr.
Audio Anatomy
48:07

 

La buona musica non ha confini. E se non ha parole – è strumentale – sa parlare alle persone di tutte le latitudini anche meglio, lo si dice spesso che la musica è una 'lingua' internazionale. O anche meglio la lingua dell’anima. E un’anima dovremmo averla tutti.

Per il mondo occidentale Dewa Budjana è una sorta di oggetto misterioso. Ma ha alle spalle una lista di dischi lunga così (una ventina con la band GIGI, circa la metà a suo nome), e nella terra dalla quale proviene, l’Indonesia, è considerato alla stregua dei chitarristi che veneriamo a Ovest. Dai quali, peraltro, ha preso molto.

Impossibile non sentire su On The Way Home  - che è un asso pigliatutto - il pesante influsso di Pat Metheny. Lo stesso si può dire della eterea e ondulata Los Paradise. Ma con aggiunta di spezie (sonore) che provengono dalla regione di Budjana. Cosa che peraltro fanno, insaporire con assaggi di terre esotiche, anche i musicisti più o meno ‘nostrani’, Metheny compreso. Così da legittimare il suffisso ‘etno’ alla loro musica, o colorire l’operazione di ibridazione con l’aggettivo ‘etnico’. In modo che tutto, oramai, ha perso la sua più intima connotazione. E tutto, o davvero tanto, per quanto bello, suoni risaputo. Più che etnico, quindi, sempre più globalizzato. Uno scotto che paghiamo da quando il mondo, grazie ai mezzi di comunicazione, si è rimpicciolito a dismisura. Da quando cioè troviamo i cannoli siciliani – "che san de carton", direbbe il cuoco vegano di Crozza – alla Coop.

Tornando dalla cambusa alla sessione di ascolto, Home è un disco ricolmo di melodia e rilassatezza. Che si sposa perfettamente con l’immagine oleografica che abbiamo di un certo Oriente saggio e spirituale. Quello dei guru e della ricerca dei Beatles. Se esiste il vino da meditazione, questa è musica che si accompagna per la sua degustazione. Oppure da ascoltare se prima di un incontro di lavoro, o con una donna che vi scombussola ma non  avete ancora conquistato, siete troppo ‘carichi’ e avete bisogno di ripristinare un certo equilibrio, un po’ di serafico distacco orientale.

Le tabla di contorno e l’andamento spagnoleggiante di Malacca Bay – etnico2 –, lo spazio che si ritaglia il flauto di bambù nella lunga Dreamland, il velo di inquietudine progressive di Dancing Tears, la fusion di Bunga Yang Hilang, e la conclusiva Devanada che con la voce di un neonato e la chitarra acustica insinua nostalgia controcorrente, non sfigurano affatto. Anzi.

Tirando le somme, tutto suona in modo piacevole, eseguito senza sbavature. Manca solo una cosa, la più importante: la firma che ne attesti l'unicità. Condizione, se volete, in una epoca dove si confonde il plagio con l’originale, alla quale tanta gente non fa caso.

Da citare, infine, la presenza di Peter Erskine, batterista che – davvero - non ha bisogno di presentazione. Chi non sa chi è, peggio per lui.

Home è un disco del 2005 (Sony BMG Indonesia) che è stato rimasterizzato e ristampato nel 2016, anche nel formato album: solo 200 copie in vinile di alta qualità e copertina gatefold, che ne fanno una chicca per collezionisti.

 

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