Questa estate si è portata via un sacco di bei nomi. Persone e personaggi. Da Andrea Camilleri a Rutger Hauer. Ieri Felice Gimondi, campione di uno sport che non seguo, ma impossibile da non ricordare: un nome che si è fissato nell’inconscio collettivo degli anni in cui era il più importante ciclista italiano, e Peter Fonda, al quale sono più affezionato per amore verso il cinema americano.

Peter Fonda

Peter ha vissuto all’ombra di una ingombrante leggenda come il padre Henry, che peraltro è stato autoritario e lontano dall’essere un modello di genitore – mentre la madre morì suicida a soli 42 anni –, e della sorella Jane stata icona di bellezza per decadi ma anche donna di palese intelligenza, per lo meno imprenditoriale, visto quante volte ha saputo cambiare pelle nel mondo del business.

Peter è rimasto fondamentalmente associato, forse suo malgrado, a Easy Rider, nella suggestiva cavalcata su quel chopper con la bandiera a stelle e strisce stampigliata su serbatoio e casco. Alle sue spalle, un passeggero outsider che come attore lo avrebbe presto sopravanzato in popolarità e carriera: Jack Nicholson.

Peter Fonda, Jack Nicholson

Easy Rider, un passo avanti al road movie che diventa ride(r) movie – scritto dallo stesso Fonda insieme a Dennis Hopper e diretto da questi, l’altro indimenticabile motociclista bardato con vestiti e cappello tipici dello scout da film western, o se preferite come quelli spesso mostrati da David Crosby, e arrivato nelle sale ancora in quel fatidico 1969 – è stato un simbolo per generazioni di ragazzi anti-establishment, ribelli nella ricerca dell’affermazione di istanze giovanili quasi sempre disattese che il tempo, insieme al vuoto pneumatico che i Grandi Fratelli che si sono succeduti hanno iniettato nelle coscienze, ha lentamente reso impalpabili fantasmi. E bandiera di hippie della prima ora che, anche se diventati maneggioni di Wall Street, così come di Piazza Affari, hanno continuato a considerarlo un simbolo. Per dire: la Captain America, così era battezzata la Hydra Glide che cavalca Wyatt/Peter Fonda, è stata venduta all’asta nel 2014 per 1,35 milioni di fottutissimi dollari. Che di certo non sono usciti dal salvadanaio di un attuale hippie o che tale è rimasto.

Dennis Hopper

Ma così come Rutger Hauer non è stato solo il Roy Batty di Blade Runner, Peter Fonda non è stato solo il Wyatt di Easy Rider. Personalmente mi piace ricordare soprattutto I selvaggi di Roger Corman, Tre passi nel delirio diretto da Roger Vadim – mentore e sposo della sorella –, Futureworld – 2000 anni nel futuro, La corsa più pazza d’America, e i cameo esercitati in Fuga da Los Angeles e Quel treno per Yuma.

Nessuno di questi film epocale, ma Peter si era chiamato fuori dalla Hollywood delle stelle in aperta polemica, proprio come i personaggi che amava interpretare, e questo atteggiamento gli è stato indubbiamente fatto pagare. Ma su tutti i suoi film apprezzo senza riserve e ricordo con maggiore trasporto Il ritorno di Harry Collings, del 1971, western crepuscolare prodotto dalla Universal che dopo il successo di Easy Rider diede completo controllo a Fonda che diresse e interpretò il film insieme a quell’altro caratterista che si è guadagnato un posto nella storia del cinema che è stato Warren Oates.

Warren Oates, Peter Fonda: Il ritorno di Harry Collings

Un western lentissimo, un cast di attori che si conta su una mano, rivolverate ridotte al minimo. E una colonna sonora originale indimenticabile, scritta e interpretata da Bruce Langhorne che è stata una chimera per decine di anni, fino a quando lo stesso musicista – il famoso Mr. Tambourine Man di Bob Dylan – decise, o riuscì, a pubblicarlo come mini CD autonomamente.

Ovviamente al botteghino il film risultò un flop, e ancora più naturalmente ci fu chi, tra la critica, scrisse di “wester hippie”. Originaloni.
Ma come accade talvolta la qualità di un lavoro artistico non può essere seppellita come un pugno di polvere sotto il tappeto del tempo. Tanto che con il passare degli anni il film è stato restaurato e ha preso ad aggregare sempre più estimatori, sia tra il pubblico sia chi tra stronca ed esalta film per mestiere.

Peter Fonda, Jane Fonda

A proposito di musica, occorre ricordare il forte legame esistente tra Peter Fonda e la musica rock, all’interno della quale ha lasciato, involontariamente, traccia indelebile. Già prima di Easy Rider, per mezzo degli amici Byrds, Peter aveva conosciuto i Beatles, coi quali aveva trascorso breve tempo, quello di un party, nell’abitazione al 2850 di Benedict Canyon Drive a Beverly Hills, affittata da Brian Epstein. Era l’agosto del 1965, e tra gli ospiti della festa dei Fab Four c’erano Roger McGuinn, David Crosby, Fonda, ma anche le attrici Eleanor Bron – che compariva in Help! – e Peggy Lipton, oltre a Joan Baez.

Dopo essersi fatti di LSD, tutti tranne Paul, cominciò una fase di brainstorming nella quale Peter raccontò di quando, il giorno dell’undicesimo compleanno, rischiò di morire a causa di un colpo di arma da fuoco partito accidentalmente. Per consolare George Harrison che esternava la sua paura per la morte, Peter se ne venne fuori con la frase “I know what it’s like to be dead”, ripetendola fino a mettere di malumore John Lennon, al punto di chiedere a Peter Fonda di lasciare il party. La frase però deve essere rimasta in testa al più famoso componente dei Beatles, perché al momento di comporre She Said She Said, finita dopo la registrazione su Revolver, pubblicato il 5 agosto 1966, le prime parole della canzone sono proprio “She said / I know what it’s like to be dead”.

Al Festival del Cinema di Venezia 1966 per la presentazione di I selvaggi

Chi lo sa cosa c’è dall’altra parte. Se viene offerta un’altra chance. Se Peter Fonda può confrontare quanto sentito quel giorno da ragazzino, sulla soglia, e dopo un po’ di tempo per ambientarsi, cercare la dimora di John Lennon, bussare, e quando questi gli aprisse affrontarlo con un sorrisino sardonico di soddisfazione.

Ma fino al fatidico giorno, quando verrà il nostro turno, lo ricorderemo sul chopper, in fuga verso il nulla della libertà dalle convenzioni, e costrizioni sociali, più inette. Le basette lunghe, gli occhiali scuri, somigliante un po’ a John Kennedy un po’ a un’altra leggenda vivente del cinema, Clint Eastwood. Ride your bike, Peter. On and on and on. Per Un viaggio stupefacente, sua ultima apparizione da attore, la sua ultima meta.


(Visited 19 times, 1 visits today)
Spread the word of T.A.R.O.T.
  • 12
  • 2
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •   
  •  
    14
    Shares
  •  
    14
    Shares
  • 12
  • 2
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •