Dogman Book Cover Dogman
Drammatico
Matteo Garrone
Ugo Chiti, Massimo Gaudioso, Matteo Garrone
Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Alida Baldari Calabria, Nunzia Schiano, Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli, Gianluca Gobbi
Michele Braga
17 5 2018
I/F
102’
30 5 2018, cinema Raffaello

 

Mentre il regista di La grande bellezza plana dolcemente con un drone su Berlusconyeland, con sguardo neutro se non svagato per trarne il più lungo trailer della storia del cinema – forse il film inizierà con Loro 3 –, passando dall’altra parte dello specchio nel quale gli ‘animalumani’ del caravanserraglio di Paolo Sorrentino si rimirano senza ‘riflettere’, nulla o su sé stessi, Matteo Garrone fa il lavoro sporco.

 

Oltre la faccia anteriore dallo specchio c’è un microcosmo – mondo parallelo a quello del Belpaese come lo si spaccia generalmente – che ha regole tutte sue. Un mondo che lo Stato non riesce a vedere, o laddove si apre un pertugio non può penetrarlo o farlo solo marginalmente, fino a dove gli è consentito.

Marcello Fonte

Sullo sfondo di una periferia sospesa nel nulla, dove spazio e tempo perdono di significato – sono le propaggini di Roma ma potrebbe essere una banlieue parigina, il Bronx e la Casbah, o il territorio selvaggio di un Western di confine  inguaribilmente infettato da realismo antiretorico e antieroico –, in una comunità umanamente sfrangiata che si avvale dei servigi di equilibristi dell’arte di arrangiarsi che si muovono ai confini della legalità, Simone, violento e strafatto di coca, totalmente irrispettoso del codice morale riscritto che sta alla base della sopravvivenza della ‘sgangheragang’ nel suo insieme – locali per il gioco d’azzardo, banco dei pegni, attività di copertura più o meno criminose –, terrorizza e tiene sotto scacco l’intero rione.

Simone è Calvera di I magnifici sette, però senza banda e privo dell’intelligenza del tagliagole messicano fa tutto da solo. I peones della Roma sul mare schiacciata da un cielo sempre livido pensano di farlo uccidere da certa gente “che viene da fuori” ma prevale il buon senso. L’attesa che qualcuno arrivato al limite di sopportazione, e vilipeso negli interessi, prima o poi provvederà a toglierlo di torno. Chi ha motivo di giurargliela oramai è una tribù. Ma Simone è un osso duro, e a spezzarlo per strapparne il midollo che dà la vita sarà il meno indicato.

Marcello Fonte

Marcello è un imprenditore di sé stesso che per arrotondare si presta a piccoli reati. Furtarelli e spaccio di coca. Ma per quanto è minuto ha un cuore grosso così. Che pompa a mille quando si tratta di prendersi cura della figlia in affidamento alla madre; e appena un po’ meno sul lavoro, al momento di prestare attenzione ai cani con la massima dedizione. Al punto che dopo essere stato coinvolto suo malgrado come palo nella razzia di un appartamento, Marcello torna da solo sul luogo dello scasso per salvare dal congelamento il povero botolo di casa che il socio di Simone ha chiuso in freezer.

Su panorami da Cinico TV di Ciprì e Maresco, ma scrostati con l’acido muriatico di ogni sarcasmo – resta il realismo grottesco, e così poco magico, che scolpisce volti e fisionomie – il regista romano imbastisce una vicenda quasi evangelica. Tutto sommato Marcello è un Cristo pasoliniano messo in croce dagli antichi sodali che lo ripudieranno come tanti Pietro. Un Cristo che dopo la crocefissione non entrerà nel regno dei cieli ma resterà ingabbiato – come i cani, come Simone – su un angolo di Terra impregnata di male e sofferenza; per colpa dei soldi ma in nome dell’amore (per la figlia).
Un povero cristo incamminato lungo un percorso fatto di stazioni di sofferenza la cui somma algebrica, dal risultato pur superiore all’addizione delle parti, non garantisce né il riscatto né il perdono, ma solo il sacrificio.

Marcello Fonte

Marcello è interpretato in maniera superba da Marcello Fonte.
Una faccia storta da naufrago della vita, un fisico da elfo mandato al confino del regno perché troppo sgraziato e disgraziato, l’attore giganteggia anche grazie alla querula voce che si contorce tra sussurri, grida, parole biascicate in romanesco e italiano sgarruppato: suppliche che restano come brandelli dell’uniforme e della carne di un fantaccino sui reticolati di filo spinato dei campi di una battaglia cruenta come lo è la vita di frontiera. In Dogman si recita col corpo, con lo sguardo, grazie a dio con la voce che non è mortificata dal doppiaggio in studio. Ma Edoardo Pesce, che nel ruolo del cattivo ha già sguazzato anche in serie TV a base di mafie, nel ruolo di Simone non è meno impressionante.

Dato che Dogman e Loro 1 & 2 sono in sala in contemporanea, fare il confronto tra due dei pochi cineasti che possiamo esportare sorge naturale, come altrettanto facile risulta stabilire che the winner is Dogman.

Edoardo Pesce, Marcello Fonte

Una bella scrittura, una storia che viene dal basso e una manciata di attori, bastano per fare un grande film; in opposizione al mastodontico apparato di Loro che ha la stessa forza della lava eruttata dal vulcano che sosta nel bel mezzo del giardino della villa del Cavaliere: uno sputacchio, il rigurgito acido di un neonato che ha mal digerito. Merito (anche) di Garrone e delle tante scelte, tematiche e tecniche, coraggiose.
Il soggetto che si ispira alla truce vicenda del canaro della Magliana di fine ’80, ma poi si dipana liberamente, la presa diretta delle voci, lo sfondo sospeso, le facce da sgherri, gli angeli caduti e i diavoli abbattuti; tutto gira terribilmente bene. Anche la quasi totale mancanza di musica, che rende qualunque mondo, figuriamoci uno dominato dal grigio-ratto di fogna che scivola nel noir, anche più angosciante.

Marcello Fonte

Garrone è tornato alle origini (di L’imbalsamatore). E al momento giusto: Marcello Fonte la scorsa settimana ha trionfato al Festival di Cannes, 71° edizione, vincendo meritatamente il Prix d’interprétation masculine come migliore attore. Di tanto in tanto, inaspettatamente, noi italiani sempre più male in arnese siamo capaci di alzare la testa. Proprio come Gassman e Sordi in La grande guerra: da cialtroni (una quantità di cinema da pattumiera) ad eroi (pepite di cinema d’autore di rango) quando meno te lo aspetti.

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