Dunkirk Book Cover Dunkirk
Bellico
Christopher Nolan
Fionn Whitehead, Tom Glynn-Carney, Jack Lowden, Harry Styles, Aneurin Barnard, James D'Arcy, Barry Keoghan, Kenneth Branagh, Cillian Murphy, Mark Rylance, Tom Hardy
Hans Zimmer
31 8 2017
UK, USA, NL, F
106
1 9 2019, cinema Raffaello, Mo

 

Dopo tanta fantasy (compresi The Prestige e i vari Batman) Christopher Nolan, al decimo film da regista, si cimenta con la Storia. Lo fa a modo suo, dando una impronta personale a un film che si traveste da kolossal ma non lo è (del tutto): per lunghi tratti il film è una faccenda di scarni combattimenti tra pochi aerei, la forzata e forzosa convivenza di quattro persone su un piccola imbarcazione, una pattuglia di disperati Giona in divisa fradicia che restano prigionieri nella pancia di un battello come il profeta nella balena.

Le scene di massa restano sullo sfondo, hanno quasi la funzione del trait d’union. E non hanno la forza d’urto di certe sequenze di ‘un’ Salvate il soldato Ryan, per fare un esempio. Ma probabilmente non era questo – tipo di cinema – che andava cercando Nolan. Che prova a rimescolare le carte di un genere che per intrinseca natura poco si presta a rivisitazioni stilistiche e perfino ideologiche. Per mezzo di piani materici/dimensionali – acqua/aria/terra e tempo – Nolan adotta un linguaggio che assume i contorni della metanarrazione. Ma qualcosa non funziona a dovere.

Nonostante la presenza di attori come il premio Oscar 2016 Mark Rylance, o di nomi affermati come Tom Hardy e Cillian Murphy, i personaggi non fanno presa: è come ci fosse un vuoto d’aria tra la Storia troppo grande e le singole storie degli uomini che nel corso del film non hanno il tempo di crescere quel tanto che basta per entrarti sotto la pelle. E se lo spettatore non soffre, gioisce, o si commuove per i personaggi – per quanto piccoli essi siano in un disegno che li schiaccia o li mette in ombra – allora metà del gusto del cinema se ne è andato.

 

Film di terra, cielo ma soprattutto acqua. Che inghiotte battelli, navi, aerei e uomini. L’acqua è la speranza che offre la fuga, ma anche l’elemento che si frappone al ritorno e si porta via più vite.
Steven Spielberg con Salvate il soldato Ryan ha stabilito la linea di demarcazione del film moderno bellico, sin qui insuperato. Non riesce nell’impresa di scavalcarlo neppure l’autorevole e autorale Christopher Nolan, regista mai banale e con le carte in regola per affrontare qualunque sfida.

Fionn Whitehead

Per narrare la tragedia di Dunkirk che avrebbe potuto segnare la disfatta alleata e cambiare la storia, il regista inglese distilla tre episodi destinati a confluire. Due fanti il cui unico scopo (come quello di altri 400.000 uomini in fuga) è raggiungere l’Inghilterra, non importa come. Tre piloti della RAF in volo sui loro Spitfire. Un anziano civile inglese che salpa con un piccolo natante, insieme al figlio più giovane (l’altro è stato abbattuto nei cieli in fiamme) e un secondo adolescente, nell’intento di raggiungere Dunkirk per portare aiuto. (Personaggi che non coinvolgono del tutto: è stata una buona idea quelle di offrire il ruolo dei veri protagonisti ad attori dal curriculum minimo?).

Jack Lowden

Nolan sceglie un escamotage narrativo che si può definire a ‘scartamento temporale’: quando sembra che uno degli elementi del dantesco puzzle sia uscito di scena – la spiaggia e il suo sfondo hanno la cinerea consistenza di un girone infernale – ecco che ricompare, riposizionato però in un punto temporalmente diverso rispetto a quando era andato perduto. Il tempo per Nolan è una Stella Polare – basta pensare a Memento – che gli serve nell’ (anti) orientamento atto a perdere la rotta. E con esso la sicurezza di quello che è accaduto prima e accadrà dopo l’attimo presente. Dunkirk è un film meno empatico di Salvate il soldato Ryan, ma è più gravido di simbolismo. I tedeschi sono una presenza incorporea. Non hanno volto. Non sono una moltitudine di singoli ma una entità. Il male nella sua essenza. Hanno spalancato le porte dell’Inferno sulla Terra. Appaiono confusamente, niente più che ombre, sul finale.

Minaccia dal cielo

I piloti della RAF sono cavalieri bianchi. Non covano odio verso i nazisti. Quando abbattono un aereo avversario non si lasciano andare né allo smodato entusiasmo né al bieco disprezzo: il lapidario commento è “un nemico in meno”. Hanno il volto coperto, e l’ultimo che rimarrà in volo, esauriti il suo compito e il carburante, planerà in pieno suolo nemico. Solo a quel punto (Tom Hardy, forse la vera star del film) mostrerà il capo scoperto per pochi secondi. Ma è quasi inespressivo il signor Dawson, al secolo il Mark Rylance vincitore di un Oscar come Migliore Attore Non Protagonista per Il ponte delle spie (di Steven Spielberg). Cosa che riporta, concentricamente, al quasi anonimato fisico dei due fanti in fuga (l’inglese Fionn Whitehead e il gallese Aneurin Barnard). Una scelta (simbolico) stilistica?  Dunkirk è la porta: di qua c’è l’Inferno, di là il Paradiso. La soglia tra la morte e la vita. La sconfitta e la (futura) vittoria. Ma ora è il limbo, la vita in equilibrio sul vuoto, inerte come i volti se non sono distorti dal dolore: domina il bigio cupo del cielo e della sabbia caliginosi, dei moli e delle navi in fiamme, e il grigiore delle uniformi che ha intriso la anime. Anche tra i ‘buoni’ – gli alleati – c’è chi non si fa scrupolo di sacrificare il proprio compagno – che ti ha salvato la vita – pur di portare a casa la pelle.

La barca di mr. Dawson

Dunkirk come già accennato non ha l’immediatezza e la capacità di prendere allo stomaco del capolavoro di Spielberg del 1998; mentre quest’ultimo mette in scena un tumultuoso affresco corale (di quasi tre ore di durata) fortemente contrastato, in un certo senso Nolan prepara una serie di tele sfumate disposte su una parete. Che hanno valore prese singolarmente ma nonostante lo sforzo non raggiungono la fusione unitaria dell’unicum (di 106 minuti, pochi per una opera di questo tipo).
Basta pensare alla sequenza più affascinante, un momento di grande cinema che arriva inaspettato: il silenzioso planare dell’ultimo Hurricane, prima sulla testa delle truppe inglesi inneggianti, poi sopra il mare e verso la terra ferma dove ad attenderlo ci sono gli invisibili tedeschi. Una lunga, bella, sequenza onirica. Così come potentissimo è l’incalzante, fulmineo e crudele, incipit. Anche più delle scene di massa e dei bombardamenti – che non è vero essere esenti da sbavature.

Christopher Nolan, Harry Styles, Aneurin Barnard, F. Whitehead

Sarebbe stato lecito fare a meno anche del soldato interpretato da Cillian Murphy, o si poteva tratteggiarlo meglio: sorta di Sisifo di guerra, raccolto da mr. Dawson a metà ‘del guado’ per essere riportato alla casella iniziale del tragico gioco di Dunkirk. Mentre risalta sorprendentemente Harry Styles, nel dare vita a un soldato marginale ma detestabile quanto la band della quale fa parte nella vita reale, oltre il cinema, i One Direction.

È altresì  certo che siamo al cospetto di quel tipo di film che non si esaurisce alla ‘prima volta’, e che la sua ‘seconda visione’ offrirà nuovi spunti da cogliere tra le pieghe. O tra le sanguinolenti onde.

 

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