The Monkey Jamboree Book Cover The Monkey Jamboree
Encircled
Progressive rock, rock, pop
20 1 2017
CD, download
UK
Autoprodotto
54:27

 

Un album che blandisce, in qualche modo sensuale. Dove lo straordinario -  parola che a scriverla mi fa venire le bolle – è l’assenza dello stesso. Che ne scrivi a fare allora? Già, perché?

Perché delle volte si fanno strani incontri. Una donna alla quale rivolgi due parole solo perché stai facendo la fila. O siete insieme al bancone a prendere il caffè, causalmente allo stesso momento. Non l’avresti mai guardata, altrimenti. Ci scambi due battute. Le chiedi il numero di telefono per cortesia. Sai che non la chiamerai. Eppure un giorno lo fai. Senza avere intenzione di portartela a letto. È una frequentazione piacevole. Calorosa. Senza aspettative. Che non ti dà un amico, un amante. Come questo disco. Che non sceglieresti per la copertina. Tanto meno per il nome dei musicisti. Ma l’hai trovato in fila, e gli hai concesso attenzione per cortesia.

Un disco ‘diversamente’ progressive. Ha un inizio dell'inizio – The Monkey Jamboree – che ricorda i primi secondi di Close To The Edge degli Yes, con quel cinguettare di uccelli e rumori da giungla; e la bellissima A Life Shy Of Perfection addirittura  prossima a The Lamia, dei Genesis, brano da fare tremare le ginocchia. Questo quello che va raccontato al progster – classico – perché si prenda il disturbo di scorrere tali misere righe.

Per i fan del prog più à la page c’è invece Complex che sa di Porcupine Tree. Poi la finale Chasing The Ghost, che potrebbe piacere a entrambe le categorie, come schifarle: il pezzettone che fa progressive già dalla durata: oltre 16 minuti di lento crescendo – il primo minuto che pare scartato da Supper’s Ready – avvolgente, che cresce senza scossoni, di progressione 'naturale'. Banditi: salti mortali, mangiatori di fuoco, donne barbute e domatori di fiere. Niente, solo musicisti che fanno la loro parte senza strafare, forse perché incapaci o forse perché non ne sentono l’utilità. Giocano di squadra. Mirano al risultato. Ben fatto.

Ma c’è il rovescio della medaglia. Cioè il pop-rock di Alphabetically Possibly, Magic Hour, e soprattutto di Stereochrome e Tomorrow… – levigate alla perfezione, con in più quel hook, dicono gli inglesi, un giro di poche note azzeccate che entra in testa e funziona come la dopamina – tra Duran Duran maturati e popper con gli attributi, Lloyd Cole, Chris Isaak, e perfino il Bowie pel di carota & glam. Che per me non è affatto un rovescio.

Un disco che conquista con soli di poche note ripetute, melodie semplici che funzionano, che fa di piccoli accorgimenti disseminati tra le pieghe degli arrangiamenti la sua forza. Una band senza solisti mozzafiato ma un eccellente cantante. Un disco che quando è arrivato in fondo fai ripartire da capo. Quasi fosse uno sforzo toglierlo. Senza comprenderne bene il motivo. Senti solo che mentre ti stai chiedendo cosa metterai su dopo, tanto vale fare ripartire The Monkey Jamboree.

 

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