The Universal Mirth Book Cover The Universal Mirth
Encircled
Progressive rock
4 8 2018
CD, Download
UK
Autoprodotto
44’ 04”

 

A un anno e mezzo di distanza da The Monkey Jamboree gli Encircled pubblicano The Universal Mirth, terzo disco che prosegue sulle coordinate delineate dal precedente. Niente di male se si considera che si trattava di un buon disco. Doppiamente buono perché ai componenti del terzetto delle Midlands, la ‘terra di mezzo’ della grande isola britannica, a vederli agli Encircled non gli si dà gran peso: perché si sa che se nel mondo di tutti i giorni l’immagine è importante, in quello del rock’n’roll talvolta risulta determinante, e comunque ha il suo peso. Chi di noi - rock dentro - non vorrebbe potere sfoggiare un certo look, sopra le righe, senza il rischio di perdere il posto di lavoro o venire messo alla porta anche in famiglia. Ma al di là di questo aspetto… dell’aspetto… gli Encircled si rischia di prenderli sotto gamba anche dopo averli ascoltati in modo superficiale.

Intendo dire che The Mystical Mirth, partendo in sordina, con un brano come Log In: The Mystical Way –  che verrà ripreso in fondo a sancire il moto circolare e concept del lavoro – ricorda tutta quella branca di pop-rock britannico tra fine ’80 e inizio ’90 fatto di band dalle chitarrine smunte e voci da crooner da poco operati di tonsille, e viene quasi voglia di fermarsi lì e proseguire nell’ascolto degli altri cento dischi che avete scaricato negli ultimi due giorni, pratica sempre più comune.

Ma subito dopo, e per fortuna, ecco giungere The Obsession che tutto cambia, centrifugando tastiere sinfoniche e chitarre Hackett-esque impiantate su uno sfondo che non riesce a fare a meno – di questi tempi accade sempre più spesso – di pagare tributo a Steven Wilson.

Past Times è anche più impressionante, con una seconda parte dal crescendo progressive, magniloquente, che This Is Goodbye che segue, coi suoi cinque minuti di durata, accantona per lasciare spazio alla stessa oggettiva brillantezza che pervade anche la seguente Smiling on the Inside.

L’orizzonte riprende a colorarsi di sfumature progressive, che vanno mano a mano aumentando, in prossimità del gran finale: prima con 22 Likes che ha le stesse caratteristiche di Past Times; poi col frammento di A Fantastic Souvenir impreziosito da Kym Hart che prova a mettersi in scia a Clare Torry (la voce del leggendario The Great Gig in the Sky dei Floyd) e invero, anche se molti sorrideranno all’affermazione, non sfigura affatto; infine col piatto forte della casa: i dodici minuti e passa di Log Out: the Universal Mirth, che poco dopo l’inizio assume i contorni del potenziale, futuro, classico, anche grazie al solo di tastiere di Peter Jones (Tiger MothTales, Camel).

Gareth Evans: chitarra solista, Mark Busby Burrows: voce e chitarra, e Scott Evans: basso, tastiere & programming, non sono né mostri di tecnica né designer sonori capaci di inventare nuovi stili, ma nel loro appassionato, e onesto, darsi da fare da artigiani della musica riescono a costruire qualcosa che al prossimo trasloco forse venderete su ebay, ma oggi che l’avete comprato, messo lì dove è, quando ci inciampate non sfigura.

 

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