End of Justice – Nessuno è innocente Book Cover End of Justice – Nessuno è innocente
Drammatico, Legal thriller
Dan Gilroy
Dan Gilroy
Denzel Washington, Colin Farrell, Carmen Ejogo, Lynda Gravatt, Hugo Armstrong, Amanda Warren, Sam Gilroy, Tony Plana, DeRon Horton, Amari Cheatom, Shelley Hennig, Joseph David-Jones, Nazneen Contractor, Andrew T. Lee
James Newton Howard
31 5 2018
USA
122’
3 6 2018, cinema Astra

 

Quando il regista Dan Gilroy aveva annunciato che avrebbe girato Inner City, poi diventato l’attuale Roman J. Israel, Esq., [in Italia misteriosamente End of Justice – Nessuno è innocente], dichiarò che si sarebbe trattato di un legal thriller modello Il verdetto.

All’atto pratico, ciò che accomuna i due film è la presenza di due mostri sacri davanti alla macchina da presa: Paul Newman nel lavoro del 1982, per una delle sue più belle interpretazioni in età avanzata; Denzel Washington in questo, che guarda caso era nella cinquina che si è conteso l’Oscar come migliore attore protagonista lo scorso marzo.

Ma End of Justice – Nessuno è innocente, a differenza del film di Sidney Lumet, si incaglia (quasi) alla magnifica presenza di Washington, il perno su cui gira tutto.

 

Non che il lavoro di Gilroy sia disprezzabile, tutt’ altro. È pregno di contenuto e lancia diverse frecce, solo che nessuna c’entra il bersaglio. Roman J. Israel è un avvocato che ha alle spalle un solido passato da attivista. Un paladino senza macchia che ha intrapreso il mestiere non perché più remunerativo di tanti altri ma per stare dalla parte dei deboli e degli oppressi. È il secondo in uno studio dove lui dipana le cause, mentre il socio ci mette la faccia e va in tribunale a difendere i clienti. Ma quando Roman si troverà obbligato a prendere il posto del collega in prima linea, ben presto si accorgerà che la sua sete di giustizia, interpretata a viso aperto, in modo donchisciottesco, porterà ai clienti più danni che benefici.

Denzel Washington

Ed ecco quello che vuole mettere in discussione End of Justice – Nessuno è innocente: un sistema giudiziario che lavora secondo ritmi e regole da borsa di Wall Street. Le sentenze si patteggiano e le condanne si comminano come lotti di azioni da vendere e comprare con un cenno: 5 anni qui; 10 anni là; un ergastolo per la sedia elettrica, prendere o lasciare. Non c’è tempo per valutare i casi, riflettere, ponderare con lucidità. Il sistema è ingolfato. Eppure si tratta di vite umane, si rischia di condannare in modo eccessivo, e in via definitiva depredandolo di corpo e anima, un essere umano che si potrebbe salvare e recuperare alla società civile.

Carmen Ejogo, Denzel Washington

Ma oltre il ‘primo’ livello, End of Justice – Nessuno è innocente è portatore di un sottotesto che si interroga sull’ integrità morale di ognuno di noi: fino a che punto è lecito sacrificare la propria vita per gli interessi collettivi? Roman è sempre stato in prima linea, si è sempre speso in nome di una giustizia superiore, sempre dalla parte del più debole, eppure si trova sull’ orlo del licenziamento e perfino mortificato quando si presta per offrire sostegno ed esperienza in modo disinteressato a un gruppo di giovani attivisti. Dunque si sveglia dal suo sogno divenuto incubo e si dice:

Sono stanco di fare l’impossibile con chi non è riconoscente.

E anche:

Il mio insuccesso è autoimposto.

A quel punto in Roman scatta una molla: smette i panni dell’agnello e si traveste con la pelle del lupo per intascare in modo discutibile i soldi di una taglia che gli permetteranno di concedersi quello che una vita da altruista gli ha sempre negato.

Denzel Washington

Paradossalmente sarà la bella e giovane attivista Maya a riportarlo sulla retta via, proprio quando ella le dimostra tutta la sua ammirazione e coglierla come un frutto maturo, ora, sarebbe un gioco da ragazzi. Ma la voce della coscienza di Roman è troppo forte da soffocare e lui rinuncerà a tutto: soldi, nuova casa, successo, una probabile relazione con Maya.

Ci sarebbero tutti gli ingredienti per fare di End of Justice – Nessuno è innocente un film che alla serata di consegna delle statuette dorate poteva giocarsela su più fronti. Ma quello che manca è la zampata graffiante, uno scontro col ‘sistema’ più sanguigno e meno abbozzato. Gilroy avrebbe dovuto prendere Roman e strattonarlo, invece lo accompagna gentilmente, come un signore contento sì di battagliare, ma inevitabilmente predestinato alla sconfitta, peraltro accettata quasi con piacere se non perseguita.

Denzel Washington

Gli stessi comprimari inoltre, Colin Farrell su tutti, risultano fiacchi e poco autorevoli.
Farrell/George Pierce da titolare di uno studio di successo ricolmo di avvocati indaffarati a spolpare i clienti come un gruppo di Piranha, si trasforma con troppa disinvoltura da manager privo di scrupoli a paladino delle più intime, ma così poco remunerative, istanze di riforma del sistema giudiziario covate da Roman.
Accelerata che sa tanto di happy ending forzato per porre rimedio a quanto accadrà allo sfortunato Roman.

Denzel Washington, Colin Farrell

Ciononostante il film risulta gradevole – più meritevole di 3 stelle delle 2 che gli darò –, anche per effetto di una colonna sonora composta di brani vintage che è efficace ma contribuisce a mischiare le carte rispetto al tempo nel quale si svolge la tormentata vicenda dell’avvocato di colore. Dall’ acconciatura e i vestiti di Roman, dalla sua predilezione per l’ascolto di dischi in vinile – benché giri per la città con le cuffiette per gli mp3 –, e le pareti di casa ricoperte con poster di Angela Davis e vecchie foto in bianco e nero, si ha l’impressione di ‘essere’ negli anni Settanta, ma così non è. Un senso di vaghezza e straniamento che appanna un po’ tutto il film.

 

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