Se gli USA non sono un paese per vecchi (difficile scampare alla strage quotidiana), l’Italia non è un paese per vecchi pedoni e/o ciclisti.

Ieri ho portato la bicicletta dal meccanico. A Marano. Arrivare a valle è stato agevole, ovvio. A parte il fatto che le ciclabili sono un miraggio. O qualcosa in perenne fieri. Ce n’è un pezzo che costeggia il ponte sul Panaro: più terra di nessuno che vera e propria ciclabile. Quando sono arrivato in fondo – 100 metri in tutto? – l’uscita era occlusa dal’auto del solito scienziato che aveva parcheggiato per scendere al fiume. Volevo tirargli un calcio, ma considerato la leggerezza della scarpe e il periodo non proprio brillantissimo sotto il profilo della buena suerte ho lasciato perdere. L’avessi fatto, al minimo c’avrei rimesso l’alluce. Ne sono uscito districandomi come un anguilla. Fatti altri 10 metri, dopo il ponte, sulla destra un cartello microscopico avverte che la ciclabile – un po’ come Dio – c’è. Bene. Il cartello, microscopico per la vergogna di ciò che promette e non può mantenere, è più lungo della stessa ciclabile.

Allo stesso modo, una volta arrivati a Marano, se volete spostarsi in verticale, dunque proseguire ancora a piedi sulla provinciale, scordatevi non solo la ciclabile ma anche i marciapiedi. Non so come ma ce l’abbia l’ho fatta: ma sono arrivato al supermarket, ho riempito lo zaino con un po’ di vettovaglie, tanto per aggiungere peso alla fatica che mi attendeva al ritorno, e mi sono apprestato a fare la strada a ritroso. Una decina di km circa a piedi (il meccanico ha tenuto la bici), di cui almeno 7/8 di salita. Sono partito alle 18:30 di una giornata calda come da programma di piena estate. Unica concessione prima di mettermi in cammino un caffè dai cinesi: al bar Nazionale. Non è uno scherzo.

Ne vincessi una…

Ho aggredito la salita senza fare alcuna sosta. Fino in fondo. Però sapete qual è la vera impresa? Né il buon tempo, due ore nette, né la mancata sosta. Ma evitare di farsi spiattellare come un insetto sul parabrezza. Letteralmente. Anche se, a onore del vero, si tratta di un pericolo percepito più che reale. Come le melodrammatiche “emergenze” con cui vi sfracellano gli zebedei quotidianamente tra giornali e TV; sapete: il caldo, il freddo, le bombe d’acqua, gli sbarchi, i giorni da bollino rosso, etc.

Sì, perché se c’è la “terra dei fuochi”, dovete sempre tenere a mente come l’Emilia sia da tempo immemore la terra dei motori. Ché qui sono tutti piloti, e di alta scuola. Si comincia da ragazzini, col motorino truccato e smarmittato, e si prosegue pestando sull’acceleratore più che si può quando compri l’auto. Sempre a tavoletta.

Io queste cose le so bene: da adolescente tanti miei amici, quelli della provincia su tutti, erano così. E lo stesso i nostri fratelli più grandi che ci trasmettevano la passione. (Non a me). Avevo un caro amico che non eravamo in età per il motorino e già aveva montato le forcelle di un “cinquantino” alla bicicletta. Oggi, 30 anni dopo, questa ‘innovazione’ la trovate sulle biciclette a pedalata assistita più costose. Mentre Ivo a tredici anni era arrivato prima di tutti: avesse registrato il brevetto ora sarebbe più ricco di Mark Zuckerberg al netto delle multe miliardarie.

Ma torniamo alla strada Marano-Guiglia. E veniamo alla Ferrari, ciò che più conta. Ci hanno provato in molteplici a darmi l’impressione di mettermi sotto, ma uno su tutti mi ha colpito. Cappello grunge in testa, occhiali da sole, cellulare all’orecchio, una mano sfaccendata sul volante. Mi ha sfiorato come il toreador fa assaggiare il drappo di tela rosso al toro: prima glielo sventola davanti agli occhi, puoi glielo fa passare sulla testa sfiorandogli le corna puntute. Lo stesso identico fare elegante del camionista che intendo io: solo che questo guidava un mezzo da movimentazione terra di 30 quintali. Con tale nonchalance! Su una strada tutta curve, in salita, mentre whatsappa con amici e amiche. Come non ammirarlo? Ci fossero stati i vigili urbani l’avrebbero fermato. Per aggiungergli 5 punti alla patente. E dargli una pacca sulle spalle.

Allora mi sono detto che Salvini ha ragione. Ma certo. Basta con questo stranieri! Non solo quelli che arrivano con i gommoni, ma anche coloro che ‘sbarcano’ in Serie A o in Ferrari. Cacciate Sebastian Vettel e Charles Leclerc mandatelo a fare da testimonial alla omonima catena di franchising d’oltralpe. Sono mercenari. E compiono un sacco di errori. Al loro posto prendete uno come il camionista di cui vi ho detto. Uno così fra 15 giorni, alla vigilia del prossimo gran premio, lo mettete sul muletto e vi fa la pole. Il giorno della gara non ha neppure bisogno di fare il giro di warm up. Roba da dilettanti: lui nel frattempo si fa un cafferino ai box.

Lascia pure che tutti partano e si scornino: lui monta sulla Ferrari con calma, si arrotola le maniche della tuta, mette fuori il gomito dall’abitacolo, e poi li riprende senza sforzo. E li brucia sul traguardo. E quando è ora del pit stop scende a fare una pisciatina. E dopo il trionfo un tripudio di bandiere tricolori, le lacrime di commozione dei fan, l’orgoglio delle autorità. Invece della solita mestizia decennale. Datemi un Ansaloni da mettere sulla Ferrari, un Bonvicini, un Armando o un Luigi! L’Italia agli italiani. Altro che Leclerc.

Charles Leclerc & Sebastian Vettel: meglio mandarli a piedi

Ho fatto una tirata senza soste e in un paio di ore tonde sono arrivato alla meta. Ora, meditando a fondo sulla esperienza, non riesco a capire, nel Grande gioco dell’Esistenza a cosa serva tutto ciò. Intendo le biciclette che si sfaldano, le camminate che mi fanno consumare scarpe come un playboy sciupa femmine, lo sfidare auto spericolate e moto rombanti e camion minacciosi e bus assordanti, denti che se ne vengono e dentisti che se ne vanno. Una significato in tutto questo forse si trova, ma ancora non l’ho né unto né desunto.

Forse al prossimo tiro di dadi del grande gioco, all’ennesima marcia forzata – come quelle che facevano una volta i galeotti: che lo spirito di uno di loro si sia reincarnato in me? – il disegno comincerà a disvelarsi. O forse, come canta Vasco – una delle sue canzoni più belle, che devo ammettere mi piace tanto – un senso tutto questo non ce l’ha.


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