Sotto il porticato del Hotel Diana che si trova sul lungolago G. D’Annunzio a Gardone Riviera è quasi tutto esaurito. L’occasione è di quelle imperdibili: la finale del Campionato Mondiale di calcio in Russia.

Orario assurdo, le 17:00, ma a Putin girava così e ha voluto dimostrare di essere più potente della Fifa.

Resta una sola sedia libera. La faccio mia. Lo schermo tv è gigante, almeno 50”, ma un imprevisto riflesso – le 17:00 italiane di luglio sono quanto mai soleggiate, checché ne pensi, ne sappia o interessi a Putin – infastidisce più del riflusso dell’acqua del lago.

Una fila davanti a me c’è una chiatta straniera dai capelli rossi ‘from the outer space’ – insomma qualcosa che non esiste in natura sul nostro pianeta – e al suo fianco una bionda priva di segni particolari che fuma una sigaretta elettronica. Lo schermo lo vedo tra di loro, la rossa sempre impegnata con lo smart phone.

La Croazia domina, ma come da legge del calcio scritta da una divinità beffarda va sotto. Griezmann si tuffa, l’arbitro abbocca e dalla punizione che ne deriva nasce l’inzuccata che il “gobbo” Mandzukic infila nella propria porta.

Deschamps, che non è quello del pitale che ha fatto scuola nel mondo dell’arte, ricorda Napoleone che disse che preferiva un generale fortunato a uno in gamba. Ma a onor del vero Griezmann è pure bravo.

Non passa molto che i croati rimettono la barca che rischiava di affondare prematuramente in linea di galleggiamento. Scatto bruciante, dribbling secco a rientrare e siluro che s’insacca nell’angolo opposto. Magia di Perisic.
Una tavolata di ragazzi italiani sulla destra esulta. Uno come avesse vinto la lotteria di capodanno che si è sempre estratta il 6 gennaio seguente: uno dei tanti misteri irrisolti del Bel Paese. Scoprirò in seguito che il gruppo aveva scommesso sulla Croazia. Pessima intuizione.

Pieno pomeriggio estivo, soleggiato e afoso, ma si mangia come fosse Natale. Sfilano piattoni ricolmi di patatine fritte bollenti innaffiate da alcolici che sciolgono i cubetti di ghiaccio più in fretta di quanto le due squadre tentino di sopraffarsi.

I francesi fanno il tanto vituperato catenaccio all’italiana e dimostrano una volta di più che lassù qualcuno li ama. Tocco di mano di Perisic in area e grazie al responso della VAR arrivano rigore e 2-1. Finora hanno fatto tutto gli attaccanti, anche il lavoro sporco e autolesionistico dei difensori.

L’ardore degli scommettitori va affievolendo come le speranze della minuscola – solo come terra – Croazia di raddrizzare la partita. Sopperiscono, gli scommettitori, ordinando altre patate e altri calici ricolmi di liquidi colorati come quelle soluzioni che adornavano certe lampade psichedeliche di design di 50 anni fa. Con quelle bolle d’aria che volteggiavano a ralenty come in mari densi di altri mondi.

L’amico della bionda che sbuffa vapore si accende una vera paglia. Il fumo me lo respiro tutto io, figurarsi, che non ho mai fumato in vita mia e intanto sono al secondo bicchiere di acqua + ½ limone spremuto + 2 cubetti di ghiaccio + foglioline di menta che in realtà sono delle dimensioni di quelle di un oleandro.

È il secondo perché il precedente mancava di un ingrediente importante: l’acqua naturale ha preso per sbaglio il posto della minerale frizzante. Con tutte quelle bollicine roba da viziosi.

La Croazia prende la terza e la quarta scoppola. Io incasso per intero il fumo della seconda sigaretta dell’uomo della bionda [da un po’ ha preso a lisciarle le braccia scoperte, con una mano che va su e giù come un ferro da stiro sulla camicia].

Ora l’entusiasmo si è placato: pare che tutti fossero per il piccolo Davide dalla maglia biancorossa a scacchi che ha sognato di [ab]battere il Golia che brinda a champagne e mangia escargot. Del resto la Croazia ha un bel mare, eccellenti calciatori, e un sacco di dentisti a buon mercato; come si fa a non volergli bene?

A venti minuti dalla fine il portiere francese fra la frittata, pardon l’omelette: talmente comica da riportare alla memoria un altro generale napoleonico, Pierre Jacques Étienne De Cambronne e il suo famoso “Merde!”. Ma non basta. Finirà 4-2 per i transalpini.

Di fianco a me ci sono due ragazze sulla trentina che parlano inglese. Chiedo se giungono dalla perfida Albione, ma una è canadese e l’altra proviene da un’isola molto più grande, grande quanto un continente, l’Australia. Chiedo loro cosa gli è piaciuto di più dell’Italia e l’australiana risponde che sono nel Bel Paese da soli quattro giorni. Non capisco: fossero stati anche quattro giorni di pizze e camere d’albergo, una migliore delle altre ci sarà pure stata… però mi adeguo. Forse non hanno voglia di chiacchierare con un viveur che va ad acqua + limone + ghiaccio + verdura. Anche se visto dal tavolo di fianco un bicchiere come quello può sembrare un fichissimo long-drink.

Dietro invece ho due ragazzi che lavorano al Grand Hotel, “ma quello di Fasano”. Sì, perché qui nel raggio di una passeggiata col cane per fargli fare i bisognini ci sono due Grand Hotel che potrebbero ospitare l’intero popolo croato [se tutti potessero permettersi tali tariffe]. Uno è pugliese e “gobbo”. L’altro è di Brescia e tifa Milan: un amico per il compleanno gli ha regalato la maglietta di Ranocchia. Doppio sfottò perché non solo si tratta di un giocatore dell’Inter, ma anche perché il ‘povero’ difensore è uno dei più bersagliati dai suoi stessi tifosi. In verità non è nemmeno un cattivo calciatore, solo che per un paio di anni almeno è stato al centro di una serie di sfortunati eventi sportivi. Capita. Però osservati da qua sembra un bravo ragazzo, uno che non fa né polemica né crea guai.

La partita è finita. Festeggiano solo i francesi in tv, qui nessuno era per loro.

I croati hanno perso una occasione forse irripetibile, per una nazione di soli quattro milioni di abitanti, ma hanno guadagnato in simpatia e notorietà. Sono certo che aumenteranno le presenze turistiche nel loro paese, da tutto il mondo. E, soprattutto per la gioia di noi italiani, sforneranno tanti nuovi talenti quanto produrranno quantità di protesi a prezzi concorrenziali.

Vado dentro a pagare.

Volevo salutare i ragazzi del Grand Hotel, ma poiché mi sono intrattenuto con i gestori del Diana quando esco i due non ci sono più. In verità non c’è più nessuno. Anche se sono solo poco più delle 19. Orario da coprifuoco russo come dettato da Putin. Saranno tutti andati a fare una passeggiata. Il modo migliore per digerire le patitine fritte, bollenti, con 30° all’ombra della pensilina del Diana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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