Lunacy Book Cover Lunacy
Fluance featuring Duncan Mackay
Progressive rock
25 2 2020
CD, Album, SHM-CD, Paper Sleeve
UK
Belle Antique ‎– BELLE-203268
67’ 45”

 

Da non confondere col più noto Andy dei Roxy Music, Duncan Mackay – il cui nome ha certo più appeal dei Fluance all’esordio – è comunque un veterano del Prog rock d’antan. Le collaborazioni di prestigio nel suo curriculum non mancano. Vanno dal The Alan Parsons Project ai primi tre album di Kate Bush, passando per 10cc, Camel, Budgie… ma nonostante le indiscusse doti, il tastierista non è mai stato un presenzialista: iI prossimo luglio spegnerà 70 candeline, ma a suo nome ha realizzato solo otto dischi. Non è dato sapere il perché di questa sua parsimonia, ma di lui si sono ricordati i Fluance, che l’hanno chiamato ad aggiungere preziose tastiere a una band che degli avori ne aveva già in abbondanza.

Detto del co-protagonista, dei Fluance si può affermare che sono quasi un affare di famiglia: capitanati da Jane Lane (piano) e Philip Lane (piano, synths, lead vocal, chitarra) che scrivono ogni cosa – ai quali si aggiungono qua e là Jenni, Henry e Michael Lane –, a chiudere il cerchio ci pensano Marty Prior (ex Cockney Rebel) al basso, e Jonny Welburn alla batteria. In più si aggiunge un nutrito drappello di ospiti che porta in dote sax, chitarre, voci, e come ce ne fosse stato bisogno altre tastiere.

Le note che accompagnano la release del disco dicono che “Lunacy è un album di Prog Rock melodico, che ricorda molto i Pink Floyd”. Anche troppo. E “che è stato registrato usando strumenti e tecniche di registrazione che erano in uso negli anni ’70, quando il Prog Rock era all’apice”.

Effettivamente per lunghi tratti sembra di essere in presenza di uno dei tanti famosi album andati perduti o rimasti nei cassetti per i più disparati motivi. Ascoltando alla cieca potrebbe sorgere il sospetto che dietro a titoli come Deprivation (che chiude con sottofondo di rumori che rammenta l’intro di Welcome to the Machine, da Wish You Were Here); Hanging Out; Just Call, Then, You Remember; You Are Not Alone (con l’effetto delle gocce di Echoes, da Meddle, identico) e Try To Not Drawn (a metà del quale Kerri-Ann Collins prova a fare il verso a Clare Torry di The Great Gig in the Sky da The Dark Side Of The Moon – match perso in partenza, neanche a dirlo), si nascondano reperti di studio trafugati dalla cassaforte di David Gilmour (e il solo di Hanging Out, per alimentare ulteriori dubbi, non si piazza in verità così lontano dalla stratosferica magnificenza chitarristica del proprietario dell’azienda Pink Floyd).

Se riusciste a procurarvela, nella stampa giapponese di Lunacy c’è la consueta bonus track, di quasi 17 minuti di durata. Secondo l’amore che i Fluance nutrono per gli anni Settanta, una facciata di vinile in più. Il lungo brano, ed è una buona notizia, prende le distanze dai Floyd e prova ad assestarsi su posizioni più personali che sono tutt’altro che peregrine.

Alla fine dell’ascolto del disco di esordio della famiglia Lane – comunque gradevole – ci si pone la domanda fatta tante volte: la replica di arte considerata all’avanguardia 50 anni fa, e col tempo incartapecorita o al contrario geneticamente modificata per non soccombere, come va presa oggi?


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