La gente non ha più paura di niente, nemmeno dell’uomo nero, figuriamoci a Salò che ce l’hanno avuto in casa. Poi la crisi, la carestia, la peste, l’invasione degli extracomunitari sono preoccupazioni da bar, tanto per darsi un tono e sviare l’attenzione sugli altri, non si sa mai che qualcuno viene a rovistare tra le tue carte, negli scheletri che hai messo nel frigo o nello sgabuzzino delle scope, ché nell’armadio è il primo posto dove si va a rovistare, lo sanno tutti oramai.

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Marco Iacampo è alto e ben piantato. Due mani da costruirci una carriera. Come boxeur, o buttafuori, per riscuotere il pizzo. Un marcantonio che se non mette spavento dovrebbe almeno suscitare il classico rispetto. Invece niente. Lo fregano quegli occhi liquidi come le gocce che canta in Come le gocce. E un sorriso gentile. Quelle manone, poi, le ha messe a disposizione del lato positivo della Forza: le adopera per carezzare le corde della chitarra, qualche volta per schiaffeggiarle, ma senza vera violenza, solo qualche buffetto come si usa per risvegliare qualcuno dal torpore, anche musicale. Perché Marco fa il cantautore, nello stile di quelli di una volta, che si esibiscono da soli, con a tracolla una chitarra acustica, quasi uno hobo.Iacampo 2

Ha un sacco di cose da dire. In testa un cappello piccolo piccolo ma grandi idee. Solo, dovrebbe mettere uno Stetson. Nero o marrone. Non come quello che porta Francesco The Gregory, look da cantautore-petroliere. Intorno al lago di Garda ci sono i muri tappezzati dei manifesti dell’attuale tour del romano: in cappellone e giacca bianchi, occhiali e t-shirt nero petrolio appunto, sembra uscito dal tentativo fallito pochi anni fa di riportare in vita Dinasty. Sembra ubriaco di Red Bull, che non riesca a mantenere più i piedi per terra. Ci pensa la musica che fa da un po’ di tempo a zavorrarlo al suolo, o anche sotto. Però tutti sempre a dire quant’è bravo, ci mancherebbe.

Marco si piazza in fondo alla navata centrale del Soul Kitchen, in un angolino risicato che lo fa sembrare anche più imponente. Nelle altre ci sono bancone del bar e beoni in una, nell’altra una festa di compleanno. Voci, schiamazzi, risate in libertà tutt’altro che vigilata attraversano i muri senza sforzo, come ectoplasmi. Poi ci sono i guastatori, anime in pena – che fanno pena – forse alla ricerca di Mr. Goodbar. Dai mega raduni ai concerti in salotto non mancano mai. Gli effetti speciali li offre la casa. Una palla di vetro che roteando, dal soffitto spara lucette colorate. Alla stregua di insetti estivi, più fastidiose che utili. È lo stesso Iacampo a chiederne l’abbattimento. Resta solo il minimale sindacale. Poche luci fisse. Mentre diversi fessi continuano a dare fastidio.

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Inizia lo show. Iacampo fa due, tre false partenze, perde la concentrazione. In pista lo starter avrebbe sparato due volte. Non al cielo, ma ad altezza uomo. E pure donna. C’è un ricca tavolata di ragazze alla sua sinistra, parlottano e fanno disinvolto uso di smart phone e tablet. Ma sono malleabili, Marco ci mette un sorriso e due parole affabili, per condurle alla ragione. Il vero sfidante è sul fondo del budello dal soffitto a volta da c’era una volta. È una virago che avesse le misure adatte sarebbe degna epigone delle villain da pellicola di Russ Meyer: Faster, Pussycat! Chat! Chat!. Non smette di parlare ad alta voce, fa da eco alle parole del musicista che presenta i brani, indirizza le punzecchiature dritte al bersaglio che è diventato il povero Marco. Che si trattiene a stento, poi risponde, pur mantenendo un aplomb da dignitario di corte.

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Prendono le sue difese alcuni ragazzi che non apprezzando l’arte del Catch in birreria, ed essendo venuti per sentire musica dal vivo, si sentono defraudati. Insorgono anche le bellezze della tavolata in prima fila, che da sfrenate fan di una vita a minuti senza scatto alla risposta si sono convertite, in una manciata di mezzi brani stop & go, alla religione parole e note e spirito di sopportazione di Marco Iacampo. Per evitare che la contesa superi la Guerra dei 100 anni – tutti i record sono destinati a cadere – interviene lo staff del locale. La virago è circondata, aggirata ai fianchi che un vestito nero appena sopra il ginocchio snellisce, ma oppone strenua resistenza, balbetta frasi sconnesse del tipo “questo è il mio tavolo”. Ma alla fine, soverchiata da forze numericamente superiori, abbandonata dagli esigui e pavidi fiancheggiatori, getta la spugna e batte in ritirata. No, non si rifugia in bagno a rifarsi il trucco, abbandona proprio il campo. Sul “suo” tavolo resta una rosa blu. Forse sarebbe bene chiamarla blusa. Cianotica, sfiorita, sul punto di spegnersi. Un fiore comincia a morire in un reciso istante. La battaglia è vinta. Il concerto ha ufficialmente inizio.

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Amore in ogni dove apre come un’emozionante prova d’autore che profuma d’oltreoceano. Ma le influenze che giungono da lontano non si fermano lì. In Santa Clara, Trecento e il Mondonuovo, oltre il folk di terra nostra si intravede una trama armonica, sembra strano, che profuma di Country e perfino Spaghetti Western à la Morricone.

Arriva “Pittore elementare”, il brano preferito dai fan. Non ci sono solo schegge di musica popolare dall’Italia ma dal mondo intero, a incrostare le corde della chitarra che Iacampo colpisce senza plettro, usando spesso il pollice, con tecnica alquanto personale.

Ho un’infarinatura di finger picking, ma come uso la chitarra è frutto di una ricerca tutta mia, scimmiotto molti stili e li fondo, un po’ di Brasile, un po’ di afro, un po’ di chitarra classica, Blues…

A differenza di moltissimi chitarristi Marco ha unghie corte.

Sì, mi piace il contatto con i polpastrelli. Mi da più possibilità. E poi le unghie lunghe sono antiestetiche per me.

L’effetto che fa, protagonista Sara, un nome che nella musica italiana ha lunga tradizione, è un coacervo di influenze etniche che si insinuano in punta di piedi, forse effetto di influenze che si metabolizzano senza rendersene conto.

E’ tutto quello che butto nel pentolone, senti bene. Mi piace mischiare le cose, i linguaggi, vedere anche come si sposano perfettamente. E’ una questione umana la musica.

Un’altra scelta originale è quella della chitarra con corde di nylon.

È vero, uso la chitarra classica. Ormai è il mio strumento preferito. Dopo tanti tipi di chitarre sono tornato alla chitarra con cui avevo iniziato. Mi piace, è malleabile mi appesantisce molto meno il fisico che posso usare per cantare con più libertà.

Ogni giorno a ogni ora porta a galla sfumature della solare melodiosità di Mario Venuti, mentre in Come una goccia e Biancavela, dove si perde ogni traccia di quella melanconia che fa da sfondo a diverse canzoni, si innestano echi di Fabio Concato.

Non li conosco affatto come artisti. Saprei scimmiottare il loro stile, ma non conosco i brani per farlo. Non sei però il primo che me lo dice. Soprattutto di Concato.

Ogni giorno a ogni ora si insinua dolcemente, come una gentile cantilena che si avvita su sé stessa. Ogni giorno a ogni ora, come Lucio quando c’era. Chi è il Lucio che non c’è più?

Lucio Dalla, ho pensato a lui per scrivere questa canzone sul canto. Lucio Dalla mi è sempre sembrato un artista profondamente in contatto con la propria voce.

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Sull’ipnotica reiterazione sonora di Palafitta, che è stata in odore di Premio Tenco 2015, Marco ciondola su sé stesso, culla la chitarra come un fosse bambino da rassicurare. Il testo sembra una ninna nanna, un rincorrersi di parole che giocano con l’ascoltatore. Le parole di Iacampo sono a volte ermetiche, in altri casi sembra che la rima, come in Nuovo bestiario veneto, sia solo un modo di aggiungere ulteriore suono alla musica.

C’è sempre un’idea, un obbiettivo, un senso preciso in quello che scrivo. Ti risponderò in modo geometrico. Per un punto passano infinite rette, prendo forse quelle meno ovvie, ma familiari.

Marco Iacampo comincia a sgomitare nel mondo della musica dal 1997 con gli Elle, band veneta che si fa notare dalla stampa attenta alla musica indipendente. Ne esce, si mette in proprio, fa un tentativo nel cinema, e dal 2001 al 2004 registra tre dischi a nome di GoodMorningBoy.iacampo_album

Poi sei anni di silenzio, un’occhiata alla carta di identità per ricordare chi è, da dove viene, e un nuovo inizio: Marco Iacampo (2010), Valetudo (2012) e Flores (2015), gli ultimi due per l’etichetta, la Urtovox/The Prisoner Records alla quale è ancora legato. Lavori costruiti sull’essenziale: arrangiamenti minimi, musica che potrebbe vivere della sola chitarra. Forse per rendere quanto più vicini possibile esperienza in studio e live, oppure un modo differente di vedere la musica.

Una pausa. Ci vuole ogni tanto. Ho sepolto un passato utile ma diverso. Sono lungo negli addii importanti. Poi sono passato per un lungo studio su me stesso e sulla scrittura in italiano. Ed eccomi qua. Mi vedo spesso come un solitario, voglio che le canzoni e la musica stiano in piedi anche se devo cantarmele da solo. È un fatto di piacere di arrangiare da me le cose. Poi suonare con gli altri è un arricchimento, ma voglio arrivare all’ensemble già con una buona dote.

Il cantautore veneziano esegue un paio di brani che si distinguono perché in qualche modo rompono col suo modo principale di esprimersi. Due due due, storia di un mènage poco ortodosso, è una sferzata di energia da rock’n’roll delle origini. Carica, inoltre ,di quella ironia da provincia popolana della quale era campione Ivan Graziani. Un’elica ricorda le brevi incursioni di chitarra acustica dei Pink Floyd tra Ummagumma e Meddle. In una serie di canzoni che hanno un retrogusto delicatamente amaro, o nostalgico, lasciano il segno.

Non direi troppo amaro. Più malinconico forse. Dondolante.

Che bella carovana è il momento sing-a-long, quello nel quale si celebra la festa, dove l’artista di buona esperienza, vincendo ogni indecisione del pubblico, porta tutti i presenti dalla sua parte, a cantare in coro.

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Altro brano fuori dal cammino principale è Pescatore perfetto, brano strumentale che riporta alla mente Saro Liotta, bravo chitarrista acustico siciliano che a metà anni ’70, quando c’era il coraggio di pubblicare dischi per sola chitarra anche in Italia, ebbe un momento di discreta notorietà. Forse all’orizzonte di Iacampo c’è un disco solo strumentale.

Mah, sarebbe bello, mi servirebbe un motivo, una scusa, forse per un film. Ecco, quello mi piacerebbe molto.

Marco intona le ultime note, quelle di La California. “E già lo sai che non è la California” canta. E prosegue, “Compare, il meglio deve ancora arrivare”. Ripetutamente. Entra in testa. Tra l’amaro il malinconico, dondolante, come stabilito. Frank Sinatra l’ha fatto incidere sulla sua tomba.

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